Spoiler alert: allora, spoiler veri e propri non ce ne sono, farà anche caldo a Vienna, ma non sono tanto rincitrullita da raccontarvi la storia. Certo è invece, che le mie disquisizioni interesseranno di più dopo aver letto il libro. Anzi, non sono neanche troppo sicura che, senza averlo letto prima, le mie disquisizioni abbiano alcun senso!

La prima sorpresa di questo libro è stata molto piacevole. È scritto in prima persona, alternando le voci di tre donne, mantenendo la parlata originale, più o meno sgrammaticata, più o meno colorita a seconda del caso. E a chi, come me, piace Camilleri, in queste trovate, ci si crogiola con goduria. Per rendere omaggio a Aibileen, Minny e Skeeter, vado avanti anch’io per capitoli.

Aibileen

“That’s what I love about Aibileen, she can take the most complicated things in life and wrap them up so small and simple, they’ll fit right in your pocket.”

Minny

Aibileen è senza dubbio quella brava, pacata e pure coraggiosa. Dopo un centinaio di pagine ho cominciato anch’io, come i vicini di casa e la comunità di colore, di fronte ad un fatto nuovo, a chiedermi “chissà cosa ne pensa Aibileen?”. La voce della ragione.

Aibileen è proprio un tesoro, anche se a pensarci su un attimo scivola spesso nel cliché. Un po’ – con ‘sta storia delle preghiere con la lista d’attesa – il magical negro, un po’ Bildungsroman. Che sarebbe poi il romanzo di formazione, ma in tedesco fa molto più figo: l’oppresso che piano piano prende coscienza della propria situazione, alza la testa e trova il coraggio di reclamare la dignità che gli era stata finora negata.

Minny

È indubbiamente la più divertente da leggere. Perdonate, ma io ci ho visto più che altro un espediente per alleggerire la faccenda. E con The Help ogni sorriso strappato è davvero benvenuto, perché l’argomento è ostico alquanto. Minny è, di pirsona pirsonalmente, il Catarella più riuscito della storia.

E anche, mi duole ammetterlo, il personaggio più piatto. C’è la presa di coscienza, si, ma Minny è sempre talmente incazzata coi bianchi, coi ricchi, col marito, con Miss Celia, con la figlia, con la sorella, col mondo intero, che proprio una svolta epocale non è.

Skeeter

È la meno divertente da leggere. All’inizio, anzi, mi è venuta voglia di strozzarla per quanto era naïve, superficiale e viziata. Tanto per stare sul cliché, la principessa sul pisello. Anche se il cliché vero di Skeeter è l’eroe per caso, quello che comincia appunto per caso, per scherzo o per noia e poi si appassiona alla causa. No, perché Skeeter, nata e cresciuta in una piantagione di cotone, svezzata e coccolata dalla Mamy di turno, nella prima metà del romanzo, di fronte alla questione razziale, cade dal pero talmente tante volte che mi pare evidente abbia iniziato per noia.

Verso la fine diventa più acida, e mi è piaciuta di più. Molto di più. “I want to get out of here and get back to work, but two long, hot hours pass before Hilly finally bangs her gavel. By then, even she looks tired of hearing her own voice.”

Ricapitolando: 7+ e in mezza pagina ho già fatto a fettine tutte e tre le protagoniste. Devo assolutamente fugare l’impressione che The Help non mi sia piaciuto.

Il fatto è che The Help è bellissimo, ha vinto premi, ne hanno tratto un film (che non ho visto) e il plauso incondizionato è talmente forte che lo sento anche da sotto la doccia. Insomma, mi pare un esercizio più interessante (e anche divertente, non me ne vergogno) cercare di trovargli dei difetti piuttosto che unirmi al coro e battere le mani anch’io.

The Help funziona su diversi livelli, e sono tutti livelli che mi piacciono da impazzire. Per prima cosa parla di storia recente, e se Wikipedia fosse di carta, molti capitoli della mia copia sarebbero consumati dal tanto leggere e rileggere. John e Jackie Kennedy, ad esempio, la guerra fredda, la cultura pop americana anni ’50, ’60. The Help – me lo sono comprata da sola – avrebbe potuto essere un regalo di qualcuno che mi conosce davvero bene. Mamma, o Hans-L’amico-Buono.

Il secondo livello è quello del romanzo/saggio/qualsiasi cosa scritto benissimo.

It’s so hot, Mister Dunn’s rooster walks in my door and squats his red self right in front of my kitchen fan. I come in to find him looking at me like I ain’t moving nowhere, lady.”

I’m dying to get out of the house, antsy from nerves, jittery about the deadline. The Christmas tree is starting to smell too rich, the spiced oranges sickly decadent. Mother is always cold and my parent’s house feels like I’m soaking in a vat of hot butter.”

Insomma, The Help io l’avrei letto tutto d’un fiato anche se avesse parlato di uncinetto.

Il terzo è quello del romanzo corale, un’altra cosa che adoro appassionatamente. Ecco, l’ultima critica a The Help: se romanzo corale deve essere, mi sarebbe piaciuto sentirlo tutto, il coro.

Alcune storie, in effetti, fanno parte del coro anche se non ne sentiamo la voce direttamente.Constantine, ad esempio, è un personaggio completo. Così come Elizabeth con i suoi tranquillanti da gravidanza, che di ragazzine frivole che si fano bistrattare dall’ape regina ne conosciamo tutti a bizzeffe e la smascheriamo subito. Miss Celia pure, e non serve conoscere i dettagli del suo dramma (“Nine months here and I don’t know if she’s sick in the body of fried up her wits with the hair coloring”) per condividerne l’angoscia.

Eppure non mi è bastato. The Help non mi è entrato sotto la pelle, nonostante ci sia andato molto vicino. Sono convinta infatti che manchino diversi capitoli. Così poi diventava uno di quei mattoni à la Harry Potter 3+, più alti che larghi. Un’altra delle mie passioni.

Ecco le voci che avrei volentieri ascoltato:

Hilly (l’antagonista)

Quaranta pagine dall’inizio e già pensavo “Ah, quanto mi piacerebbe sentire la campana di Hilly!” Perché nessuno ha il coraggio di scriverlo, questo romanzo dal punto di vista di Hilly? No, perchè aiuterebbe tanto a capire, che sennò rimane un attimo cappa e spada. Coi buoni che, nel contesto sociale del momento, sembrano cattivi. Mentre noi furbi (leggi: europei del 2013) sappiamo benissimo che i cattivi sono gli altri. Concettualmente paro paro I Tre Moschettieri!

Leroy (il marito violento di Minny)

Perché francamente la campana di Minny la conosciamo a memoria. Suona sempre uguale, indipendentemente dal luogo, dal tempo, dalla razza, della cultura. L’abbiamo sentita tante volte, e la sentiamo ancora oggi, cinquant’anni dopo, solo che ora diciamo violenza domestica ofemminicidio (che parola orrenda). Eppure io, ogni santa volta, mi domando come sia possibile. La storia di Leroy, come quella di Hilly, non la vuole scrivere nessuno.

Stuart (il fidanzato di Skeeter)

Perché no? Così c’era anche la storia d’amore, intelligente e sfortunata. Di quelle che mi fanno piangere a dirotto.

Mr. Johnny (il marito di Miss Celia)

Che praticamente è sempre al lavoro, alla faccia del sonnacchioso Sud. E a me è sembrato tanto un’anima buona. Superficiale ma buona. Di quelle che i libri su di loro non li scrivono mai. Mentre in realtà la metà della gente su questa terra è così, pacato, affettuoso, paziente, gentile. E superficiale.

Raleigh (il marito di Elizabeth)

Il personaggio più antipatico di tutti. Talmente antipatico che lo starei a sentire volentieri. Con lo stesso spirito per cui ci affascinano le cose mostruose.

William (il marito di Hilly)

Così capiamo ancora meglio la campana di Hilly, che era la primissima che volevo sentire e quella che, alla fine, mi incuriosisce di più.

Mi rendo conto solo ora che dopo Hilly ho elencato solo uomini. Ed eccolo l’ultimo, ultimissimo – giuro! – cruccio: The Help è un romanzo al femminile. Mentre avrebbe tanto da insegnare agli uomini. No, perché a grattare via lo spesso strato di questione razziale, sotto ce ne è un altro, altrettanto spesso: la buona vecchia questione femminile.

La storia di Elizabeth, che magari sarebbe ancora volentieri amica di Skeeter ma il marito vieta persino alla domestica di parlarle. Di Miss Celia, che assume Minny di nascosto per far trovare la casa pulita e la cena pronta al maritino – per renderlo orgoglioso. E altro, che non siano i pavimenti a specchio, per rendere orgoglioso il marito non le viene in mente. E ovviamente di Minny, grande grossa e cattivissima, che se le fa dare di santa ragione dal marito nullafacente. Della madre reginetta di bellezza di Skeeter, imbarazzatissima dalla bruttezza della figlia. E preoccupatissima che non trovi marito.

Il Fidanzato Asburgico ha promesso che lo leggerà, ma senza troppa convinzione. Settimana prossima lo darà a papà. Riferirò.