A Vienna sono cominciate le Semesterferien(vacanze di fine semestre), una settimana di chiusura delle scuole. È una tradizione che risale alla crisi petrolifera del 1973, la stessa per cui venne introdotta l’ora legale. Da queste parti, forse per compensare le vacanze estive che durano solo due mesi, ebbero una pensata aggiuntiva: nel periodo più freddo dell’anno, febbraio, tenere le scuole chiuse – quindi non riscaldate – per una settimana. Passata la crisi, le vacanze sono rimaste, e qualcuno ancora le chiama nostalgicamente Energieferien (vacanze energetiche). In pratica poi, vanno tutti a sciare. Inclusa Sara e la sua famiglia.

Sara, un’amica italiana che vive qui a Vienna, è passata a trovarmi qualche settimana fa e mi ha raccontato – con un faccino abbastanza disperato – di aver prenotato una settimana in montagna con marito e figlio a febbraio

„Sai, mio figlio l’anno prossimo comincerà ad andare alle elementari e ancora non sa sciare… dobbiamo assolutamente recuperare se non vogliamo farne un piccolo emarginato!”

Ho annuito convita e pensato che Sara è un’ottima madre.

La neve, da queste parti, è ubiqua da ottobre ad aprile. Per forza di cose, quindi, sciare è un’attività alla quale non si può girare intorno. Mettiamola così: se in Italia è difficile trovare un bambino che non sa nuotare, qui vale lo stesso per lo sci. Tutti sanno sciare, tutti adorano sciare, tutti vanno a sciare il più spesso possibile.

Tranne me.

Non posso dire di avere un rapporto conflittuale con la neve. Piuttosto, penso di non avere un rapporto preciso con la neve. Ripensando al mio passato, infatti, gli episodi che coinvolgano la neve sono rarissimi. Ricordo un giorno dell’Epifania, era il 1985, in cui mi svegliai la mattina e trovai laFinta Umbria innevata. Ma innevata per davvero, durante la notte erano cadute due belle spanne di neve. Nei giorni seguenti continuò a fioccare in abbondanza, e le vacanze scolastiche di Natale si allungarono di una settimana intera. La Roma del 1985 era infatti altrettanto impreparata alla neve quanto la Roma del 2014 e la città si paralizzò.

Ricordo quella settimana come una parentesi favolosa, ovattata, piena di scorribande, pupazzi di neve e slittini improvvisati con buste della spazzatura o vassoi di plastica dura. E mani gelate e nasi colanti e sederi bagnati. Non so altrove, ma i bambini romani del 1985 non andavano a fare la settimana bianca con mamma e papà. Non eravamo assolutamente attrezzati per la neve. Niente tute da sci, Moon-Boots o muffole imbottite. Noi bimbi dei climi temperati facevamo a palle di neve con su i guanti di lana, sopra ai quali la mamma infilava due buste di plastica (i più raffinati usavano due buste piccole, e uguali tra loro) fermate sul polso con due elastici. Una decina di anni dopo nevicò di nuovo e la neve si fermò per terra per uno o due giorni.

Fine delle mie esperienze nevose autoctone.

Per vedere la neve, se abiti a Roma, devi proprio andartela a cercare. La prima settimana bianca della mia vita fu quella organizzata dalle scuole medie statali che frequentavo, nella ridente località di Monte Livata – praticamente il posto più vicino a Roma, un’ora di corriera, dove si potesse sciare. Quando mia mamma mi consegnò i pantaloni da sci smessi dieci anni prima dalla cugina ricca – blu scuro con delle bande bianche sui fianchi, di quelli anni ’70 in simil-neoprene, stretti sulla gamba con il fondo a zampa d’elefante – mi venne un pochino da piangere. La delusione mi passò poi in un attimo, quando vidi i pantaloni da sci di Gemma, la mia compagna di banco: precisi uguali ai miei solo giallo senape. E come diceva sempre mia nonna “nella vita è sempre una questione di paragoni”.

Qui in Austria no, non appena i bambini riescono a stare più o meno in piedi da soli, li infagottano per bene e poi li piazzano sugli sci. Contenti loro.

 

Foto: www.ersteschischule.at