L’Austria è davvero un Paese tranquillo. Sarà anche che è molto piccolo, quindi anche solo statisticamente succede poco, ma per finire sul giornale basta inciampare scendendo dal tram e scheggiarsi un dente sul bordo del marciapiede. È un Paese, questo, dove le donne girano da sole di notte; dove i rapinatori di banche scappano a piedi, o in bicicletta; dove i passanti chiamano i servizi sociali col cellulare se vedono una madre dare uno scappellotto al figlio per strada; dove la polizia viene a prendere le impronte digitali del deficiente che durante la notte ha cercato di infilare le zampe nella mia vetrina. Non c’è che dire, in Austria una si sente al sicuro.

Eppure i mostri ci sono anche qui, nella pacioccosa Austria. E forse proprio perché questo Paese è tanto tranquillo, mettono ancora più paura.

Nel 2006 una notizia sconvolgente fece rimanere tutti a bocca aperta. La diciottenne Natascha Kampusch fuggì dalle grinfie del suo aguzzino, che l’aveva rapita dieci anni prima mentre andava a scuola e tenuta prigioniera nella sua casa alle porte di Vienna. Seguirono svariati corollari di interviste televisive, scoop, libri di amici e familiari, sceneggiature cinematografiche, ricchi premi e cotillon.

Due anni dopo una mazzata, se possibile, ancora più dura. Venne alla luce una storia incredibile: Josef Fritzl – il famigerato Mostro di Amstetten – ha tenuto segregata in cantina per 24 anni la figlia, maltrattata, violentata, costretta a partorire sette figli incestuosi. Mancano davvero le parole.

L’altro ieri una nuova storia di follia. La polizia era a caccia di un bracconiere, che non si è fermato al posto di blocco ma ha iniziato a sparare. Un poliziotto è morto così. Poco dopo sopraggiunge l’ambulanza, è una situazione pericolosa e alla giuda c’è un volontario, un 70enne. Il pazzo spara ancora imboscato nei paraggi. L’autista del pronto soccorso muore sul colpo, un altro poliziotto resta a terra ferito gravemente. Il pazzo scappa a piedi, e poco dopo incontra un’auto di pattuglia con dentro due poliziotti, e spara ancora. Uno muore subito, l’altro viene preso ostaggio, e ucciso poco dopo quando il folle raggiunge la sua abitazione. Poi, ormai si è fatta notte, battaglioni di poliziotti, carri armati, giornalisti, altoparlanti, colpi di pistola, riflettori. L’epilogo è tristemente scontato: il folle muore suicida. E si lascia dietro una lunghissima scia di facce incredule e lacrime.

Ora, piano piano, l’Austria sta cominciando a ragionarci su. Una domanda precisa tiene banco: Perché la polizia (erano pure membri del reparto speciale Cobra, quelli super cazzuti che vengono anche i Marines americani a copiare il training) non ha reagito con più decisione?

È una domanda difficile, alla quale non saprei davvero rispondere, e le polemiche si sprecano.

Stamattina però ho aperto il giornale e letto l’ennesima notizia assurda. Un ragazzo americano finisce fuori strada con la sua auto. Ferito, riesce a liberarsi dai rottami e a trascinarsi fino alla porta di un’abitazione. Bussa, urla, è in preda al panico. Il proprietario non apre la porta, ma spaventato chiama la polizia. La quale polizia – è il profondo sud degli USA – è davvero del tipo che ora si invoca a gran voce in Austria. Quella che prima spara poi fa domande. Non ho capito bene cosa sia successo, o perché, ma ora il giovane è morto. Trivellato di colpi sparati dalla polizia. Una polizia che, appunto, non ha ritenuto doveroso fare domande.

Ecco, mi sento solo di ripetere questo vecchio proverbio: fai attenzione a cosa chiedi, perché potresti ottenerlo.