Il caffè all’estero fa schifo. Non ci piove. E costa pure un botto.

È sempre questo il primo cruccio dell’Italiano espatriato. Un Euro e novanta per una tazzina di espresso che sa di sciacquatura di piatti, e se lo vuoi macchiato, per il cucchiaino di latte extra devi dargli altri venti centesimi. Semplicemente ridicolo! Quando sono arrivata a Vienna mi sono rifiutata di bere caffè fuori casa per almeno due-tre anni.

Pian piano poi, una si abitua, o meglio, si fa furba. Con la moka a casa soprattutto, e al brunch con gli amici ordinando caffelatte. Che qui servono in bicchieroni alti un metro e poi ci metto una settimana a digerirlo, mannaggia, ma almeno è bevibile e non torturo gli amici con l’ennesimo sproloquio.

Un altro cruccio tipico dell’Italiano all’estero è la mancanza del bidet in bagno.

A pensarci bene questa storia del bidet io non l’ho mai capita. Anzi, il bidet a me ha sempre fatto vagamente schifo. Non sto qui a spiegare perché, tranquilli, ma onestamente sembra una roba uscita dalla notte dei tempi, come il pitale. Perché al giorno d’oggi nessuno avrebbe il coraggio di confessare di non fare la doccia tutti i santi giorni, vero? E la doccia o la vasca in casa l’abbiamo tutti, no? Il vantaggio intrinseco del bidet nell’anno 2013, sinceramente, mi sfugge.

Questi – caffè e bidet – sono i crucci classici; più, a seconda della latitudine, il clima schifoso. Col passare degli anni, fatalmente, la smettiamo di crucciarci o addirittura, nei casi più felici, dimentichiamo la faccenda. Perché siamo andati all’estero di spontanea volontà, perché se restiamo vuol dire che ne riconosciamo il vantaggio, perché, in fondo, chissenefrega dell’espresso al bar?

Mi sorprendo sempre quando sento Italiani lamentarsi di piccolezze. Il caffè fa schifo, e allora? L’autobus passa con la puntualità di un orologio svizzero! Manca il bidet in bagno, e allora? La volta che sono rimasta senza lavoro mi hanno dato un sussidio all’80% dell’ultimo stipendio, dal primo giorno! Non c’è una pizzeria decente, e allora? Ho fondato un’azienda in meno di una settimana, servita e riverita alla Camera di Commercio manco fossi una multinazionale americana!

La mia posizione è semplice: se la misura della qualità della tua vita è un ottimo caffè al bar, e mentre lo gusti non ti va di traverso osservando le auto in doppia fila sulla rampa delle carrozzelle, con il vigile accanto che fischietta spensierato, resta in Italia, per carità! Io resto dove sto, e pure volentieri.

A scavare bene, però, alcuni crucci rimangono. Il pane bianco, ad esempio. In questa patria del pane di segala, il pensiero delle gigantesche pagnotte d’Altamura, con quella crosta bella dura e la mollica consistente e piena di bolle… mi spunta una lacrima che reprimo con difficoltà.

E la carta igienica, ovviamente.

No, perché qui la carta igienica pare essere o una roba da poveracci, o una roba da multimilionari. Senza vie di mezzo. Ogni due settimane mi trovo di fronte agli scaffali del supermercato stritolata dall’indecisione. Prendo il paccone da venti rotoli, un velo, grigiastra e dura come il giornale per due euro, oppure una di quelle belle confezioni da sei, con su cagnolini sofficissimi e farfalline colorate, quattro veli (ma si arriva a punte di sei), colori pastello a cinque Euro e qualcosa?

Ora, io ho trascorso lunghi anni in reparti marketing di multinazionali e ho a casa un papà pubblicitario di professione: i trucchi per rendere più accantivante un prodotto li conosco bene, e li riconosco da un chilometro. Ciò non significa, però, che io ne sia immune. La triste verità è che rimango una persona estremamente suggestionabile e cedo spesso di fronte ad una bella confezione.

Con la carta igienica invece no. Mai ceduto alla confezione, mai. Sarà che non riesco a scordarmi, nemmeno per il microsecondo che ci vuole per allungare il braccio e infilare nel carrello, quale sia l’utilizzo primario del prodotto in questione? E se ci fossero sopra i coniglietti, quasi quasi mi sentirei in colpa?

Ecco, di fronte agli scafali della carta igienica mi prende sempre un attacco di taccagneria tremendo. E prendo la marca del supermercato, che costa poco, di veli ne ha solo tre ed è bianca. Quando non la trovo cedo su quella grigiastra e rasposa, ma mai ai coniglietti.

Solo dieci giorni fa ho avuto un lampo di taccagneria combinato con uno slancio di genio e un’offerta speciale del supermercato. Sei rotoli giallo canarino, otto veli, disegnini natalizi un poco fuori tempo massimo, un euro e novantanove. Ero convinta che il Fidanzato Asburgico avrebbe apprezzato questa botta di morbidezza vagamente decadente. Invece sono dieci giorni che non smette di lamentarsi:

“Non ne posso più di vedere il sedere di ‘ste renne mentre sto seduto sul cesso!”

Perle ai porci? O avrà mica ragione lui? …che io la renna con i pattini da ghiaccio la trovo spiritosissima!