Ieri sera dopo il lavoro sono andata in un pub del centro ad incontrare uno sconosciuto. Dopo essermi assicurata della sua identità con un breve cenno del capo mi sono seduta al suo tavolino. Lui mi ha discretamente passato un sacchettino di plastica con dentro una roba avvoltolata nella carta argentata. L’ho tenuta brevemente in mano, l’ho soppesata, poi l’ho messa in borsa.

Incredibile, vero, come il passaggio di proprietà di una pallina di pasta madre organizzato su facebook, segua il preciso identico rituale dello spaccio di stupefacenti? I vicini di tavolo erano, effettivamente, perplessi.

Questa di fare il pane in casa nonostante un lavoro a tempo pieno è una perversione che fino a poco tempo fa ritenevo essere mia privatissima. In parte nata per divertimento, in parte come rabbiosa reazione al prezzo del pane asburgico, ma soprattutto scaturita dalla cronica mancanza di pane decente. Pane bianco decente, intendo.

Ieri ho letto per caso un post su facebook in un gruppo dove si incontrano Italiani che vivono qui. Si offriva pasta madre a chiunque desiderasse, dato che il proprietario ne avanza sempre molta e gli spiace buttarla via. E io che avvolgo nella pellicola trasparente persino scaglie di cipolla avanzata nella pia speranza di usarle presto e di non doverla buttare via, ho preso la palla al balzo. Tanto più che non sono affatto nuova a questi traffici internazionali di lieviti naturali. Due anni fa portai a La-Mia-Gemella-Separata-Alla-Nascita sei cubetti di lievito di birra, quella volta non incartati come droga, ma tutti allineati e avvolti in carta di giornale; piuttosto esplosivo al plastico. I poliziotti dell’immigrazione a Heathrow non fecero una piega.

Leggendo il post ho poi scoperto due cose. La prima – un enorme sollievo – è che non sono una svitata, dopotutto. Il pane in casa lo fanno in tanti. La seconda – e questa invece un po’ mi ha rugato – è che sono una panettiera del piffero. E io che pensavo di essere raffinatissima perché usavo il lievito di birra a cubetti e non quello chimico in polvere! Leggendo le avventure panificatrici di chi offriva la pasta mi sono improvvisamente sentita come una che, quando vuole cucinare alla grande per la famiglia, compra i sofficini, li sbatte nella friggitrice e poi condisce una busta di insalata già lavata. Altro che cubetti di lievito di birra! La pasta madre! Questa si che fa figo!

Nota per chi non sapesse cos’è la pasta madre: è una poltiglia beige composta da farina, acqua e batteri che serve a far lievitare il pane. E pare che il pane così preparato sia più buono, più soffice, più fragrante e duri pure più a lungo. Ne avevo sentito parlare, mi ero anche guardata diverse pagine web che spiegano come usarla, ma non avevo mai avuto il coraggio di lanciarmi.

No, perché ‘sta pasta madre è una roba complicatissima. Devi rimescolarla spessissimo con acqua e farina, a seconda del sito consultato fino a due volte al giorno (e spero davvero mentano). Bisogna poi fare molta attenzione agli sbalzi di temperatura, a non avere le mani sporche di crema idratante, o, sempre secondo la pagina web di prima, persino allo smalto per le unghie. Insomma la pasta madre richiede più cure di un animale domestico. E io sono, si, una cuoca entusiasta, ma non troppo attenta. Da sempre, infatti, chi vive in casa mia corre il serio rischio di morire di stenti se non è in grado di vocalizzare autonomamente quando ha fame. Il Fidanzato Asburgico e il gatto, per esempio, non hanno problemi. Piante ornamentali e pesci rossi, invece, fanno sempre una brutta fine.

Ieri sera ho quindi approfittato e mi sono fatta spiegare dal papà della mia pasta madre come accudirla al meglio. Proporzioni di farina, acqua, sale si, sale no, zucchero si, zucchero no, tempi di lievitazione, soluzioni per le ferie. Ho preso un metro e mezzo di appunti. Mentre tornavo a casa, con il mio tesoro in borsa, avevo la nettissima sensazione di aver adottato un bambino.

Stamattina ho aperto il pacchetto di stagnola, tirato fuori la pasta madre e l’ho rinfrescata (per la pasta madre bisogna anche imparare tutto un nuovo vocabolario), cioè mescolata con acqua e farina per nutrire i batteri, e messa in una ciotola con un canovaccio umido amorevolmente rimboccato intorno.

Deve star lì dieci ore prima di poterla rimettere in frigorifero, nel corso della giornata ho già chiamato il Fidanzato Asburgico tre volte per chiedere come stava.

 

PS Il nome Operazione SAUERTEIG  (Saurteig = pasta madre) l’ho scelto per sottolineare la serietà di questa avventura. Nella speranza suoni minacciosissimo, à la Operazione ODESSA.

(…continua)