Questo fine settimana ho seguito il consiglio di Ginevra – ricordate Ginevra, si, quella che cucina come una dea? – e ho cancellato il link dalla cache del computer. Oggi posso alzarmi in piedi e dichiarare con orgoglio:

“Buongiorno, il mio nome è Monica e non apro la pagina web terroristica sulla pasta madre da novantasei ore”.

È dura, ma mi sento meglio, sollevata, direi.

Questo fine settimana, come da programma, ho fatto il pane. Con Hauspilz. Ed era pure buono. Ma andiamo con ordine.

Non è affatto banale decidere di fare il pane con la pasta madre. Decidere quando iniziare, intendo. No, perché con la pasta madre hai dei tempi di lievitazione che non esiterei a definire biblici. Per il lievito appena rinfrescato i pareri discordano, io comunque, avendo cancellato la pagina web terroristica, mi attengo alle 10 ore consigliatemi dal papà di Hauspilz. Il quale papà si era anche tanto raccomandato

“Falla lievitare per bene, minimo minimo otto ore, prima di infornare, che se non ha finito di lievitare prima, lo farà dopo, nella pancia!”

Sua moglie confermava annuendo energicamente. Mi è parso di riconoscere un lampo di angoscia negli occhi di entrambi. E mi sono convinta che questo è il classico caso in cui è meglio fare tesoro delle esperienze altrui.

Il timing, dicevo, è fondamentale. E non volevo certo fare la fine di Elisa, un’amica dei tempi dell’università, che un anno per Natale si mise in testa di fare il panettone in casa. Lesse la lista degli ingredienti, si procurò tutto, e cominciò a impastare baldanzosa un bel pomeriggio dicembrino. Quando verso le sette di sera avvolse il suo proto-panettone nel canovaccio e lesse il seguito delle istruzioni, si accorse con orrore che andava rimpastato nove ore dopo. Puntò la sveglia ad un orario assolutamente incivile, come un pescatore. E non finì lì, che il panettone va impastato almeno tre o quattro volte prima di infornarlo. Sempre ad orari sballatissimi. Elisa trascorse un paio di giorni stravolta dal jet-lag, solo perché aveva scelto con poca accortezza il momento in cui iniziare.

“Bene, se oggi è il giorno in cui voglio fare tesoro delle esperienze altrui” ho pensato “meglio che mi organizzi bene.”

Ho tirato fuori un foglio e una matita e mi sono fatta due conti. E anche un piccolo grafico, per dirla tutta. Solo due opzioni permettono di rimanere nello stesso fuso orario: Rinfrescare la pasta madre prima di andare a dormire, impastare il pane la mattina appena alzata, infornarlo la sera. Oppure rinfrescare la pasta madre appena sveglia, il pane la sera, in forno appena alzata.

La seconda soluzione piaceva molto al Fidanzato Asburgico, che già si vedeva a spalmare burro e marmellata sul pane caldo per colazione. Io invece mi sono ricordata che il papà di Hauspilz si era raccomandato, tra le tante cose, di dare più volte una rimescolata alla pasta del pane nel corso delle otto ore. Ho quindi optato per la prima soluzione, infornare la sera, e pace se corriamo il rischio che il pane venga pronto a mezzanotte. Siamo abituati a cenare tardi.

La seconda botta di rinfresco a Hauspilz è andata – in termini di appiccicosità – moderatamente meglio della prima. Ho dormito tranquilla, rassicurata anche dalla consapevolezza di aver buttato via il mezzo cubetto di lievito di birra fresco nascosto nel portauova dalla settimana scorsa.

La mattina (era domenica, attenzione quindi che il termine mattina è da intendersi in senso lato) ho spolverato le due ciotole più capienti che posseggo.

“Guarda che la pasta con la pasta madre lievita di brutto, mi raccomando usa un contenitore molto grande” aveva spiegato il papà.

Nella prima ciotola – talmente grande che non entra nel lavello della cucina e poi dovrò lavarla nella vasca da bagno – ho messo l’ultimo mezzo chilo di farina di grano duro che mi aveva portato mamma ad ottobre. Nella seconda, un filo più piccola, mezzo chilo di farina 00. E ho cominciato ad impastare con impegno.

“Io la lascio impastare alla macchina del pane, minimo 40 minuti”.

Ora, io non posseggo una macchina del pane, manco un mixer col gancio, ed ho pure due braccini secchi come stuzzicadenti. Un quarto d’ora dopo, ero stravolta. Ho avvolto la pasta di grano duro in un canovaccio, l’ho infilata nel forno spento, ho caricato il timer. Il Fidanzato Asburgico, che per queste cose ha un fiuto fenomenale, era in giardino che rastrellava le foglie secche. E siccome questa delle foglie era una cosa che gli chiedevo di fare da mesi, non ho avuto cuore di interromperlo. Nemmeno per chiedergli di impastarmi almeno la seconda ciotola con le sue maschie braccia.

Dopo pranzo ho fatto un riposino. Erano anni.

Nel primo pomeriggio sono stata svegliata dal timer. Era ora di rimpastare le due ciotole. Ho aperto il forno, ringraziando la provvidenza che la pasta non fosse lievitata oltre il bordo, sollevato il canovaccio e dato un’occhiata all’interno. Crescere era cresciuta, per carità, quasi raddoppiata. Ma in quel ciotolone gigante pareva un briciolino dimenticato lì sul fondo da chissà chi. Il Fidanzato Asburgico, che avevo informato dell’eventualità di dover trascorrere il pomeriggio raschiando pasta secca dalle pareti del forno, ha persino fatto il gesto di ripararsi gli occhi dal sole con la mano per cercare la nave all’orizzonte. Hmpf, umorismo asburgico.

La pasta di grano tenero invece, quella si che si era gonfiata come un pallone! E vai a capire perché.

Abbiamo cenato verso le dieci e mezza di sera. La pizza me l’ero dimenticata in forno mentre mi pitturavo le unghie, non so quindi dire se sia venuta dura per colpa di Hauspilz o per colpa mia. Devo riprovare, con la pallina di prova che ho surgelato apposta.

Il pane, sfornato un pelo dopo le undici di sera, era una cannonata. Una CANNONATA. C-A-N-N-O-N-A-T-A.

Una parte l’ho surgelata a fette. Una parte l’ho lasciata lì, sul piano di lavoro della cucina, imbozzolata in un canovaccio.

L’abbiamo mangiato il giorno dopo per pranzo, con su un po’ di prosciutto di Praga e una fetta di pomodoro. Mi sono sentita una regina, altro che brioche!

La sera dopo abbiamo scongelato le fette di prova e ci abbiamo fatto la bruschetta. Forse complici i pomodori, che in questo sprazzo d’estate sanno persino di qualcosa, mi è scesa una lacrima di tenerezza.

Devo capire in fretta come si dice farina di grano duro in tedesco.