Uno dei rari piaceri della vita è ricevere un complimento sentito, ma soprattutto meritato. Io questo me lo sento ripetere da anni, e continua a farmi un piacere immenso:

“Ma come parli bene tedesco!”

Perché, ammetto, quando mi dicono “Che bei capelli!” o anche “Ma che bel gatto che hai!”, io sorrido e ringrazio, ben conscia di non avere giocato alcun ruolo a riguardo. Per il tedesco invece si, il ruolo l’ho giocato, e pure grosso.

Piccolo antefatto. Ho studiato tedesco al liceo per cinque anni. Non per questo però sono partita avvantaggiata. Appena uscita dal portone della scuola dopo l’esame orale di maturità, in una calda mattina del luglio 1992, piegai la testa di lato e il tedesco che avevo faticosamente imparato cadde tutto per terra. O meglio, dal quel preciso momento in poi non ebbi più nessuna occasione (né interesse) di parlarlo. E visto che il Tedesco non ti aspetta sempre dietro l’angolo, come l’Inglese, pian piano lo dimenticai.

Quando arrivai a Vienna, in una freddissima serata del febbraio 2002, parlavo letteralmente cinque parole di Tedesco. L’azienda per cui lavoravo mi aveva comunicato la destinazione a Vienna con ben quattro giorni di anticipo e io, tra valige, scartoffie e normale orario d’ufficio, avevo contattato un insegnante privato. Che mi insegnò, appunto, a contare fino a cinque.

Una volta arrivata, l’azienda mi pagò un corso privato, tre ore al giorno per un mese. Ricordo ancora che prima di iniziare pensai “Urca! Tempo un mese sarò madrelingua!”. Beata ignoranza. O beata gioventù, fate voi.

Finito il mese avevo imparato:

  • A contare fino a quanto mi pareva;
  • La coniugazione dell’indicativo presente dei verbi “essere” e “avere”;
  • I giorni della settimana;
  • I mesi dell’anno;
  • I nomi delle verdure di stagione (dietro mia esplicita richiesta).

Fine.

In questa fase iniziale, in effetti, speravo ancora di svegliarmi una mattina e, magicamente, ricordarmi quanto imparato a scuola. Aspettavo che il Tedesco mi risalisse, ecco, tipo la sbronza del giorno prima se annusi un goccio d’alcool. Invece, dopo due settimane, ancora nisba. Anzi, cominciai a notare un fenomeno irritante. Spesso mi capitava sotto gli occhi una parola che mi pareva di riconoscere, ero sicura di aver saputo a suo tempo cosa significasse. Ma non avrei potuto ricordarmi la traduzione nemmeno se fosse stata questione di vita o di morte. Ecco, riconoscere le parole senza capirle è un’esperienza estremamente frustrante che non auguro a nessuno, e quando me ne accorsi giurai a me stessa che non avrei mai più dimenticato una lingua straniera.

Prima amara constatazione: parlare una lingua straniera non è come andare in bicicletta.

Conclusi quindi che se volevo davvero imparare ‘sta lingua, avrei fatto meglio a rimboccarmi le maniche. Tanto più che la mia pia illusione di riuscire a lavorare tra Italiano e Inglese (ero in un’azienda italiana) si infranse contro un muro di omertà. L’amministratore delegato e il capo del personale parlavano Italiano perfettamente, vero, ma io avevo poco o niente a che fare con loro. I colleghi parlavano Inglese, anche questo vero, ma mediamente peggio di me, e capii in fretta che non volevano lasciarmi questo piccolo vantaggio.

“Vuoi comunicare con noi? Fallo nella nostra lingua.” Questo il velato (ma neanche tanto) messaggio che mi passavano ad ogni meeting, ogni conversazione, ogni pausa caffè.

Bon, comprai una grammatica di medio livello, un televisore, un videoregistratore, e mi tuffai di panza.

La prima fase fu piena di esercizietti completati a matita sul libro e corretti sbirciano le ultime pagine. E di Barbapapà.

Seconda amara constatazione: alla grammatica tedesca non si può girare intorno. E se è vero che si può imparare un Inglese decente ignorando la grammatica, col Tedesco, scordatevelo.

Allora, esercizietti grammaticali e Barbapapà. No, non ridete, Barbapapà è una trasmissione assolutamente pedagogica! Pensato apposta per un pubblico di treenni, usa un linguaggio semplicissimo e ben scandito. Luise me lo registrava tutte le mattine e un paio di volte a settimana mi passava le cassette. Che io guardavo religiosamente più volte di seguito, la sera, seduta per terra a gambe incrociate davanti alla TV, con il vocabolario in grembo. A ripensarci mi faccio tenerezza da sola. Passavo anche parecchio tempo con il telecomando in mano, facendo zapping in cerca di pubblicità. Tristissimo lo so, ma gli spot pubblicitari sono corti, si ripetono spesso, e almeno il nome del prodotto e lo slogan sono lì nero su bianco.

“Dai, dai! Passatemi i piselli Igloo un’ultima volta, mi manca solo una parola!”.

Terza amara constatazione: il vocabolario che all’inizio ci costruiamo faticosamente è spesso alquanto bizzarro.

Il mio, ad esempio, era infarcito di termini automobilistici imparati per osmosi in ufficio. Imparai prima Gepäckträger (portapacchi) di Weizenmehl (farina di frumento); prima Alufelgen (cerchi in lega) di Röhrenjeans (jeans a sigaretta); prima Mehrwertsteuer (imposta sul valore aggiunto) diKatzenfutter (pappa del gatto). E vi lascio immaginare cosa mi stia più a cuore. E ovviamenteBarbatrick! (Barbatrucco!) E questa, sorprendentemente, mi procurò diversi applausi a scena aperta alla macchinetta del caffè. Consiglio caldamente a chiunque si cimenti con una lingua straniera di imparare in fretta una/due boiate. I locali apprezzano molto.

Subito dopo iniziò la fase “Chi vuol essere Milionario?”. Con la domanda lì ben scritta sullo schermo da decifrare con calma, e poi sai esattamente di cosa stanno parlando. So per certo che questo format inglese “Who Wants To Be a Millionaire?” lo guardano tanti stranieri, indipendentemente dalla provenienza e dal paese di destinazione, con lo stesso preciso intento didattico.

La fase seguente, il passaggio alla trasmissione completa, fu ancora più bizzarra. Mi regalarono la cassetta di un film che in Italiano sapevo a memoria, mi pare Il matrimonio del mio migliore amico. Lo guardai fino alla nausea. Poi mi accorsi di una buffa coincidenza. C’era un canale austriaco che passava una serie televisiva americana di poco sfalsata con l’Italia. Così per mesi papà mi registrò le puntate di ER in Italiano, e la mattina dopo correva in posta a spedirmi la videocassetta. Che mi arrivava giusto in tempo per guardare la puntata dopo l’ufficio e subito prima che passasse precisa identica, ma in Tedesco, su ORF1! A ripensarci mi fa tenerezza pure papà.

Gli amici autoctoni mi erano marginalmente d’aiuto. Quasi tutti austriaci, cominciavamo la conversazione sempre in Tedesco, per poi passare all’Inglese quando la faccenda si faceva più complessa. Molto in fretta, in genere.

“Guten morgen, Monica, wie geht’s?” (buon giorno, Monica, come stai?)

“Sehr gut, danke Luise, und dir?” (bene, grazie Luise, e tu?)

“Naja, es geht, gestern hat der Marcus wieder so ein Drama gemacht!”

…e zac! Si passava all’inglese.

L’introduzione in Tedesco alla conversazione in Inglese è un classico di questa primissima fase abbecedario. Quella in cui la tua competenza linguistica è talmente scarsa da influenzare, negativamente, il modo in cui ti esprimi. In sostanza, uno dice quello che riesce a dire, al posto diquello che vorrebbe dire. Ah, quanto l’ho odiata questa fase! Perché a volte, ammettiamolo, ci fai anche un po’ la figura del cretino. Per chi ascolta, infatti, ci vogliono dei nervi saldissimi – o ancora meglio una fase abbecedario nel proprio passato – per non confondere la scarsa padronanza della lingua con una generica imbecillità di fondo. Non smetterò mai di ringraziare Hans-L’amico-Buono, al quale i nervi non sono mai saltati, e mi ha sempre parlato in Tedesco, dal primo giorno in cui ci presentarono in ufficio, con una pazienza, perseveranza, quasi testardaggine, che non avrei osato pretendere da mia madre.

Più o meno a questo livello si chiuse il primo anno in Austria. Stanca ma soddisfatta. E certo, alla pausa caffè con i colleghi ancora annuivo sorridendo facendo finta di seguire la conversazione, ancora mi prendevano terribili attacchi d’ansia quando squillava il telefono e rispondevo asciugandomi il sudore sul collo. Ma avevo capito che la battaglia col tedesco, per quanto brutale, per quanto non ancora terminata, l’avrei vinta io.

 

(…continua)