Quando mi chiedono da dove vengo, rispondo sempre Roma. Questo non è completamente vero. Sono nata a Roma, certo, ma ho trascorso solo i primi tre anni della mia esistenza all’interno dei confini metropolitani.

Nel 1977 i miei genitori caddero a piè pari nel vecchio errore di innamorarsi di un’idea. L’idea in questione era quella di andare a vivere fuori città a crescere la bambina in campagna. Nel settembre di quell’anno, quindi, la famiglia intera si trasferì 10 km fuori dal Grande Raccordo Anulare, nella Finta Umbria.

Questo di chiamarla Finta Umbria è un’idea mia, la nozione è però universale. Non bisogna nemmeno rimanere in Italia per viverci. Il concetto è semplicissimo: addio città puzzolente e sgarbata, ti abbandoniamo per una casa grande dove non ci si pesta i piedi a vicenda, con il camino, un bel giardino, il tagliaerba in garage, la campagna intorno, i vicini che ti salutano sventolando la mano, l’aria buona, i sani valori di una volta e bla bla bla. Ci vuole effettivamente poco ad entusiasmarsi.

L’ideale sarebbe ovviamente andare a vivere in Umbria, quella vera. Un passo purtroppo più lungo della gamba, specialmente se si considera che papà di mestiere faceva il copywriter in un’agenzia pubblicitaria – pure piuttosto famosa – e in Umbria, quella vera, si sarebbe dovuto riciclare come apicoltore, o al massimo bibliotecario del paesello.

I miei pavidi genitori invece – per la stessa cifra di un bell’appartamento in una zona decente – comprarono una villa enorme, con un giardino immenso intorno. Proprio accanto allo svincolo del km 9 di una superstrada ancora in costruzione. Mica scemi, quando l’anno seguente la superstrada fu ufficialmente inaugurata il valore della casa salì di brutto.

La bucolicità della vita di campagna li investì come un treno. Si presero un cane gigantesco  – che in giardino c’era spazio – costruirono una piccola piscina prefabbricata per le sguazzate pomeridiane, ordinarono la legna per il camino, mi iscrissero all’asilo comunale, appesero la casetta per gli uccellini ad un pino, poi si sedettero ad aspettare l’inverno con un bel sorriso soddisfatto stampato in faccia. I guai dovevano ancora cominciare.

No, perché nel 1977 il paesino di Formello contava 5.000 abitanti. E, a parte una ventina di famiglie anche loro all’inseguimento della Finta Umbria, erano tutti campagnoli da generazioni e detestavano con vigore i nuovi arrivati. I 4.930 autoctoni, quindi, non suonarono al citofono con una torta fatta in casa o un mazzo di asparagi appena colti. Piuttosto ricaricarono il prezzo della legna da ardere del 200%.

Nemmeno la pargola treenne ebbe un inizio facile. Dopo il terzo giorno di asilo di fila in cui tornavo a casa digiuna perché gli altri bambini mi avevano rubato il pranzo dal piatto, mamma cominciò a preoccuparsi. Che la bimba non avesse un carattere abbastanza robusto per la vita di campagna? Al quinto giorno, quando tornai a casa digiuna e con i pidocchi, ne ebbe abbastanza. Mi iscrisse all’unico asilo privato del circondario – insieme a me altri 12 bambini non autoctoni. Poi arrivò davvero l’inverno, il vento, e la pioggia.

Quattro gocce di troppo e mancava la luce. E dato che eravamo troppo lontani dall’acquedotto comunale, l’acqua ce la forniva un pozzo in giardino. La pompa era elettrica. Ancora ricordo le folli corse, nel momento in cui le lampadine si spegnevano, ad aprire rubinetti e riempire pentole e vasche da bagno con la pressione residua. E a poco serviva la consolazione di avere in casa ben tre bagni con la vasca.

La luce poteva mancare per giorni interi. E se tirava troppo vento probabilmente mancava anche il telefono. La maledetta casa nella prateria. La situazione migliorò lentamente con il passare degli anni. Verso la metà degli anni ’90 si poteva stare tranquilli che la luce sarebbe tornata in giornata. Al massimo la mattina dopo.

C’era pur sempre il camino a farci dimenticare i dispiaceri invernali. Perché ammettiamolo, il camino è una figata pazzesca. L’unico cruccio è che i graziosi caminetti delle villette della Finta Umbria non sono precisamente uguali a quelli dei nostri sogni, quelli dell’Umbria vera. Non sono giganteschi, non riscaldano tutta la cucina, il soggiorno e al piano di sopra anche la camera da letto padronale. Non hanno nemmeno il gancio per appendere il ramaiolo della minestra. Forse perché non sono stati progettati da architetti umbri, bensì da architetti romani, anche loro nel pieno trip da Finta Umbria. Questi caminetti funzionano davvero, per carità, ma per scaldarsi bisogna proprio sedercisi davanti. E quando il vento tira dalla parte sbagliata fanno un fumo che scappavamo tutti come un branco di gatti a Capodanno.

“Vah, di che ti lamenti! Che fortuna che hai, sei cresciuta in campagna!” mi sembra di sentirli i pensieri formulati all’unisono da quelli cresciuti in città. Ma io sono davvero cresciuta in campagna? Ho qualche dubbio.

No, perché uno si immagina branchi di bambini di campagna a piedi scalzi che corrono tra i campi e zampettano nei torrenti. Che raccolgono le castagne, rubano le pannocchie, costruiscono case sugli alberi. E tornano a casa quando comincia a fare buio.

Il problema è che per crescere un bambino campagnolo ci vorrebbe una mamma campagnola. O anche semplicemente umbra. Di quelle che durante le vacanze estive ti buttano fuori con la ramazza, mentre loro si prendono cura delle galline e preparano quintali di pane nel forno a legna.

La mia era invece purtroppo rimasta una mamma profondamente cittadina. Di quelle che vogliono sempre sapere dove sono e cosa combinano i figli. E curare le galline? Ma stiamo scherzando? Le galline puzzano e fanno un rumore incredibile – poi cosa dicono i vicini?

Al massimo potevo uscire a giocare in giardino, ma solo sul prato davanti alle finestre della cucina, così mamma poteva buttare l’occhio mentre mescolava l’impasto della torta Cameo con la frusta elettrica.

 

(segue…)