L’altra sera ero insieme al Fidanzato Asburgico nel nostro locale preferito e chiacchieravo a ruota libera con un paio di amici e conoscenti. Era un giro internazionale di brutto, e ad un certo punto ho chiesto ad Aroon, un tailandese appena incontrato, delucidazioni sul suo Tedesco, che parlava con una pronuncia perfetta, senza un briciolo di accento austriaco/tedesco/svizzero/straniero di sorta.

“Sai, l’unica altra persona che conosco che parla così corretto come te è nato in Germania ma i genitori sono di Hong Kong. Il mio campione statistico è minuscolo, eh, ma comincio a chiedermi se magari non sia una roba culturale.”

Aroon mi ha risposto serio

“Non saprei, ma nella mia famiglia si è sempre posta molta attenzione sulla comunicazione corretta. Mi è stato insegnato che quando parli devi farti capire perfettamente, come contenuti, ma anche come pronuncia e intonazione”.

Accidenti! – ho pensato – avevo proprio ragione. No, perché i miei genitori mi hanno insegnato a parlare Italiano e non dialetto, a non interrompere, e magari a non alzare troppo il volume di voce, ma tutta ‘sta manfrina sulla pronuncia e il contenuto non l’hanno mica fatta.

Poco dopo mi sono sentita dare di gomito da Will, il proprietario del locale, Tailandese anche lui.

“Ma guarda Aroon con quella camicia nera con il bordino rosso! Non pare anche a te un cuoco di un sushi-bar?”

In effetti, ora che ci facevo caso, con quella corporatura gracile, la pelle ambrata, i capelli liscissimi nero pece, quelle mani affusolate, e soprattutto quella camicia… sembrava un cuoco asiatico da manuale. Da parodia. Da cartone animato della Disney.

Siamo andati avanti un po’ a prenderlo in giro, anche perché Aroon – che ho scoperto essere key-account in una multinazionale americana – dava evidenti segni di divertirsi.

Solo più tardi ci ho ragionato su. Sul fatto di aver prima fatto una domanda abbastanza azzardata, che avrebbe potuto scivolare nel cliché in un attimo. Immaginate uno sconosciuto che si azzardi a chiedere a me se gli Italiani vivono tutti con la mamma fino a che si sposano e capirete il rischio corso. Per poi rincarare la dose con la storia del cuoco, che non avevo cominciato io, ma alla quale avevo partecipato con gusto.

Domenica sera ho per caso rincontrato Aroon, e chiesto delucidazioni. Non si era offeso per niente – a dire suo – prima perché la mia domanda non era una banalità. Non gli avevo chiesto, insomma, se è vero che gli asiatici hanno il pisello piccolo. Gulp. In confronto, le domande-stereotipo che perseguitano me (“fate la siesta in Italia?” “perché Berlusconi non è in galera?”) mi sono parse innocue come orsacchiotti di peluche.

“E la storia del cuoco? Della camicia e del sushi-bar? Ti sei offeso? Intendo, che un’Italiana si sia permessa?”

Anche su questo Aroon era in pace col mondo.

“Non mi è nemmeno venuto in mente! Il gruppo in cui ci siamo ritrovati era molto internazionale, e le barriere interculturali inesistenti. L’altra sera, l’unica che non ha chiacchierato con nessuno era quella biondina nell’angolo, che parlava inglese benissimo ma non ha avuto coraggio di spiccicare parola. Hai notato? Io la conosco, studia economia e commercio alla Wirtschaftsuniversität qui a Vienna, ma non è mai stata all’estero se non per le vacanza. Lei non ce la faceva a funzionare”.

She was not functioning – le sue parole.

Rincuorata nello spirito dalle sue parole (e nel corpo da un Aperol Spritz) ho realizzato che se il gioco si chiama interculturalità, io lo so giocare bene. Proprio bene. Son soddisfazioni.

Sono anche anni di allenamento, eh, non ci piove. A conversare contemporaneamente in due-tre lingue diverse. A filtrare le parole attraverso la traduzione, mia e degli altri, e prendere tutto con il beneficio del dubbio. E questa è una cosa, a pensarci, che pratico ogni santo giorno col Fidanzato Asburgico: mai partire in quarta ma chiedere sempre delucidazioni “lo intendevi davvero così?”, “ho capito bene? Che vuol dire stutzig?”.

E possibilità di allenarsi, banalmente, che se non conosci nessun Tailandese con cui chiacchierare in tedesco o inglese, ti puoi far venire in mente tutte le domande provocatorie che vuoi.

E curiosità, anche, e un briciolo di faccia tosta. E l’essere io stessa straniera, che ti mette in tasca un paio di joker da usare come vuoi.

Ho come l’impressione che esista un club, non segreto, certamente non d’élite, ma in qualche modo definito. A farne parte sono gli stranieri in terra straniera. O almeno chi ha trascorso tanti anni all’estero. Chi parla un paio di lingue ad un livello che consenta la chiacchierata a briglia sciolta. Chi ha un giro di amici e conoscenti variopinto (e questo, se le prime condizioni sono soddisfatte, viene praticamente da se). Ci sono sicuramente altri indizi oltre alla convivialità multilingue. Che so, una certa sportività a invitare gente a dormire a casa tua, e ad accettare inviti a casa di altri. E il non tirare a lucido la dimora in previsione. Gli studenti Erasmus ed ex-Erasmus sono l’esempio più lampante. Io ci sguazzo.

Sto cercando online, ma ho l’impressione di non trovare esattamente quello che vorrei. Di espatrio e shock culturale ho già parlato. Sempre nell’ottica delle difficoltà da affrontare e su come superarle. Questa faccenda mi sembra leggermente diversa. Positiva. La famosa storia dei Third Culture Kids suona campanelli familiari, ma con la profonda differenza che i TCKs si trovano a loro agio solo tra loro. Idee?