Tanti, tanti anni fa – qui a Vienna – avevo un carissimo amico italiano che abitava accanto a casa mia. Aveva qualche anno più di me, parlava tedesco benissimo, lavorava nel mio stesso settore ed era un paio di passi avanti a me in carriera. Ai miei occhi lui ce l’aveva fatta. Scelsi Enzo come mio personale modello di riferimento; da seguire, a sua insaputa, come un cagnolino fiducioso.

Enzo parlava Tedesco con un fortissimo accento italiano. E io, che con il tedesco ero ancora agli inizi ma sulla pronuncia mi sforzavo parecchio, lo trovavo bizzarro. Una sera gli chiesi

“Enzo, come mai hai ancora un accento tanto forte?”

La sua risposta mi sorprese molto

“Ho un accento così forte perché non voglio perderlo. Il mio accento è parte di me, mi definisce in quanto italiano. Anzi, ti dirò, mi sforzo di non perderlo”.

Ero a Vienna da massimo un anno e mezzo e ancora scrivevo lettere saputelle sugli espatriati tipo questa. Non capii cosa mi stava dicendo Enzo. Non collegai l’accento di Enzo alla sua lunga lista di qualità tipicamente italiane, al limite del cliché: rumoroso, caotico, amichevolissimo, disponibilissimo, cronicamente in ritardo. Archiviai superficialmente nel cestino della carta straccia, sotto la rubrica il mondo è bello perché è vario.

Fino a poco tempo fa, qualche mese diciamo, credevo che gli Italiani emigrati in Austria fossero tutti più o meno uguali. Caratteri diversi, educazione diversa, competenze diverse, ma in sostanza tutti incamminati sulla stessa strada: l’integrazione in un Paese straniero.

Una strada lunga, faticosa, nonché fonte di infinite soddisfazioni. I primi scogli sono i più grossi. Trovare casa e lavoro, imparare il Tedesco (lingua ostica per antonomasia), crearsi un giro di conoscenze ed amicizie locali. È il periodo che io chiamo euforia da foglio bianco. Quella magica fase in cui, di fronte ad una vita in cui è stato schiacciato il tasto reset, tutto si può reinventare. Uno si sente anche un attimo solo e abbandonato, eh, non fraintendetemi, mica solo rose e fiori. Ma la soddisfazione di sentirsi padrone completo della propria vita la ricordo con immenso piacere.

Una volta assicurate le necessità primarie, rimane ancora molto da fare. Non appena si mastica un po’ di tedesco, infatti, la seconda fase prevede di individuare, capire e digerire le usanze locali. Quelle – per intenderci – che nella prima fase ci mandano in bestia a furia di paragoni con la Madrepatria. Il mondo non sempre è bello perché è vario, specie quando hai addosso una spolverata di shock culturale.

Col passare degli anni la questione si stempera. Anzi, piano piano ci trasformiamo in quel meraviglioso/maledetto miscuglio che sono tutti gli espatriati di lungo corso. Ne carne ne pesce, o forse sia carne che pesce, dipende dai punti di vista o dall’umore del momento. Con un nocciolo di orgoglio, che pulsa contento alla consapevolezza di far parte di due culture. E come dice La-Mia-Gemella-Separata-Alla-Nascita, due gatti sono meglio di uno. Non ci piove.

Questa la mia esperienza, che io assumevo a insindacabile metro dell’evoluzione dell’espatriato Italiano. E certo c’è chi ha meno voglia di me di imparare il Tedesco. O anche chi è più rapido nell’imparare nuovi vocaboli. Certo c’è chi ha più amici italiani di me. O anche meno. Certo c’è chi dopo dieci anni ancora si rifiuta di togliersi le scarpe in casa, o di mangiare l’insalata come contorno alla pasta.

“Sono vezzi” mi dicevo “ce li ho anch’io e sono parte del divertimento di essere Italiani all’estero”.

Mi sbagliavo. Ah, quanto mi sbagliavo!

Da poco, pochissimo, ho scoperto che gli espatriati italiani non sono tutti incolonnati sulla strada che ho seguito io. Beata sindrome da ombelico del mondo! Le differenze non nascono da un semplice sfasamento temporale (l’emigrato di lungo corso che spiega a chi è appena arrivato come fare), o da una diversa predisposizione personale (a imparare le lingue straniere, o a bere brodaglia marrone e chiamarla caffè). Gli Italiani all’estero sono divisi in due categorie dalla definizione cristallina: integrati e non integrati. Ci sono rimasta di stucco.

Gli integrati (e qui vado giù di machete, ma abbiamo troppa erba in ballo e reputo necessario farne un fascio) hanno spesso un compagno/una compagna locale. Parlano bene il Tedesco. Lavorano in aziende locali. Hanno perlopiù amici austriaci, frequentano poco e niente i ristoranti e i locali italiani, se vogliono mangiare italiano cucinano in casa. Seguono la politica e le notizie locali. Tornano in Italia solo per le vacanze.

I non integrati (stesso machete, perdonate!) si accoppiano prevalentemente tra loro. O hanno una relazione a distanza in Italia. Parlano tedesco lo stretto necessario. Se possono lavorare in inglese (in aziende super-internazionali) o in Italiano (in aziende italiane), spesso masticano solo Tedesco da ristorante. Escono quasi solo con altri Italiani, sono informatissimi sui locali gestiti da Italiani, su dove si mangi la pizza più buona, si beva il Negroni migliore, su quale giorno della settimana arrivano le mozzarelle di bufala fresche al pizzicagnolo di fiducia. Tornano in Italia appena possono, l’ideale sarebbe ogni secondo fine settimana.

Aggiungo subito – a scanso di equivoci – che la differenza vera non sta nel trovarsi bene o male all’estero. Conosco Italiani non integrati che sono ben felici di stare a Vienna. La differenza non sta nemmeno nell’essere intelligenti piuttosto che stupidi, conosco Italiani non integrati che sono luminari indiscussi nel loro campo. E nemmeno curioso piuttosto che pigro, bravo o cattivo, alto o basso. La differenza di fondo, confesso, non l’ho ancora capita. Integrarsi o meno mi pare quasi un moto dell’anima, un tratto del carattere contro cui è impossibile combattere. E in effetti io mi sono integrata non perché me l’abbia prescritto il dottore. Non l’ho nemmeno scelto. Semplicemente l’ho fatto, nonostante mi sia costato fatica. Non ho potuto fare a meno di assecondare il mio istinto.

Ripeto, ci sono rimasta di stucco. No, perché nella mia testolina l’integrazione è una cosa buona e giusta. Da perseguire con impegno. Io, difatti, sono integratissima. E non vuol dire che io voglia diventare Austriaca. Io sono e resto Italiana. Ma vivo in Austria, e questo è un fatto. Capire e sapermi muovere in un Paese diverso da quello in cui sono nata e cresciuta non vuol dire buttare alle ortiche la mia cultura. Ma nemmeno ritenerla intrinsecamente superiore ad un’altra. Due gatti sono meglio di uno.

E qui casca l’asino: agli Italiani integrati viene rinfacciato il tradimento di Patria. Chi si vuole integrare non ama l’Italia!

Il fatto è che gli integrati, spesso e volentieri, criticano l’Italia. Che agli occhi dei non integrati è invece intoccabile, da amare sempre e comunque, da giustificare, comprendere,  perdonare sempre. Come la mamma.

Bene, questa la voce di un’Italiana integrata. Qui potete leggere una voce non integrata. E Paolo è una persona squisita, nonché colonna portante della comunità italiana locale. Come mai e poi mai potrei esserlo io, a pensarci bene. Perché io sono, tristemente, troppo integrata.

 

PS La discussione continua (con intenti didascalici) su Vivere Vienna e anche su NonSoloSissi… ma tanto Paolo e io siamo d’accordo!