A voler credere ad amici e parenti io sarei una cuoca eccellente. Ovviamente, l’opinione di mamma, papà e una manciata di amici stranieri non è troppo rappresentativa. I primi mi vogliono un bene dell’anima, i secondi sono cresciuti a forza di spaghetti con il ketchup e bicchieroni di latte. Ma non importa, se mi guardo in fondo al cuore, io sono davvero una cuoca eccellente.

Mi ricordo benissimo il momento in cui ho capito che cucinare sarebbe diventato una grande passione. Avrò avuto 13 anni al massimo quando papà portò a casa un libro. Era un regalo lussuoso arrivato all’agenzia pubblicitaria dove lavorava, enorme, pesantissimo, pieno di foto magnifiche. Me ne innamorai immediatamente.

Per mesi lessi Il Grande Libro dei Dolci come fosse il vangelo. Studiavo la descrizione dei vari utensili, le ricette, le infinite variazioni, le storie delle ricette internazionali. Ma soprattutto mi riempivo gli occhi con quelle foto di torte, biscotti, dolcetti e frittelle. Erano tutti bellissimi, la struttura della pasta frolla, la glassa compatta, la gelatina lucente. Perfetti. E pensavo che il cuore mi sarebbe scoppiato di orgoglio se fossi stata io l’artefice di quelle creazioni.

Solo due decenni più tardi, quando ormai ero diventata una piccola integralista della cucina italiana, sfogliando con nostalgia Il Grande Libro dei Dolci nel mio soggiorno viennese, ho notato che era la traduzione dal tedesco di Backen!. Meno male che ho un robusto senso dell’umorismo. Questi scherzi bizzarri che il destino mi gioca regolarmente, altrimenti, mi rovinerebbero la vita.

Dopo qualche mese di lettura passiva cominciai a fare qualche prova. La prima fu un disastro, avevo fatto il passo più lungo della gamba, e i biscotti alla vaniglia e cacao sembravano frollini già masticati. Non avevano nulla a che fare con la foto delle meravigliose creature a scacchi del mio libro. Avevo però scoperto il sottile piacere di sbattere le uova insieme allo zucchero in una terrina finché non diventano spumose, e non mi sono più fermata.

Il problema più grande che incontravo era piuttosto trovare qualcuno che mangiasse le mie creazioni. Papà era sempre a dieta, mamma contava le calorie e non toccava il burro da decenni, il nonno aveva il colesterolo alto. Rimaneva solo la nonna, santa donna, che però aveva dei limiti fisici.

Più tardi ho imparato ad organizzare piccoli party con un paio di amici, che spolveravano volentieri torte e biscotti.  All’università cominciai a portarmi dietro grossi tupperware e a lasciarli aperti in classe durante i quarti d’ora accademici. Alla facoltà di Ingegneria ero una studentessa molto popolare.

I primi anni della mia passione per la cucina furono pieni di esperimenti epici. Fino a quando ho vissuto insieme ai miei genitori non mi interessava la cucina di tutti i giorni, colazione, pranzo e cena. Io avevo bisogno della sfida, di sentirmi provocata. Gnocchi di patate per venti persone! Sushi! (Che nella Roma nei primi anni ’90 era una sfida solo trovare gli ingredienti, e per acquistarli dovevi fare un mutuo). 200 praline in otto gusti diversi! Cucina etiope! La casetta di marzapane con il filo di fumo in zucchero filato!

I miei genitori mi osservavano perplessi ma si astenevano dal fare commenti. Probabilmente erano anche un po’ sollevati. La metà delle mie amiche girava conciata come le Spice Girls e l’altra metà aveva il piercing sulla lingua e passava le notti ai rave party. Io chiedevo solo una fornitura illimitata di cioccolata fondente e una bottiglia di aceto di riso. Cosa volete che sia, in confronto alla sicurezza di sapere dove si trova tua figlia e che l’attività in cui è impegnata richieda di indossare un grembiule? Ora che ci ripenso, papà si offriva spesso di lavare i piatti.

Quando sono andata a vivere da sola ho dimenticato la cucina per un lungo periodo. Ero indipendente, guadagnavo bene e avevo amici sparsi per il mondo. Mi ero trasformata in una cosmopolita in carriera ed ero troppo impegnata a fare avanti e indietro dall’aeroporto tutti i finesettimana. Chi aveva tempo per una roba borghese come cucinare? O magari mangiare?

Fino a quando non sono arrivata a Vienna. Qui non conoscevo nessuno, non parlavo tedesco, un nuovo lavoro e un appartamento in affitto desolatamente vuoto. E la cucina austriaca? Accidenti! Porzioni gigantesche, ricoperte di formaggio gratinato, con contorno di pasta scotta. Solo dopo mesi, anni, ho scoperto che la cucina austriaca offre molto di più. Le mie prime impressioni le ebbi nei piccoli locali che servono un pranzo veloce vicino agli uffici e non mi entusiasmarono. Improvvisamente mi sentii sola.

Essere italiana, in Austria, offre però alcuni vantaggi. Dato che tutti qui hanno trascorso le vacanze della loro gioventù sulle spiagge della riviera romagnola, l’Italia significa ricordi positivi. La storia dell’arte, la moda, ma soprattutto la buona cucina. Ogni volta che conoscevo qualcuno, mi sentivo chiedere quando li avrei invitati a cena per una bella pastasciutta. Nella mia testa ho sentito una vocina rispondere entusiasticamente. E improvvisamente è tornata la passione. Niente più banchetti stravaganti, ma cenette con 3-4 invitati. Vecchie ricette di famiglia, semplicissime, di quelle che un italiano sa cucinare d’istinto. La pasta al pomodoro, il risotto, gli gnocchi, il tiramisù.

Così il cerchio si chiude. Grazie ad un libro tedesco ho scoperto l’amore per la cucina. E venendo a Vienna mi sono innamorata della cucina italiana e riscoperto le mie radici.