Il carrello della spesa abbandonato

Era lì che mi aspettava sul marciapiede, martedì mattina, quando ho aperto il negozio. Un carrello della spesa abbandonato. Con tanto di seggiolino pieghevole per i bambini, il manico avvoltolato di nastro isolante in modo che non si leggesse da quale supermercato era stato rubato. Mi è subito salita una rabbia incredibile. Ma porca paletta! Nemmeno nella civilissima Austria?

Nel corso della giornata il carrello è rimasto lì, con l’aria triste, a riempirsi lentamente di spazzatura. Ogni volta che alzavo gli occhi oltre la vertina lo vedevo, metallo argentato, plastica verde, nastro isolante giallo. E il fumo dalle orecchie aumentava di presisone.

A metà pomeriggio è successa una cosa strana: ho sentito una vocina nella mia testa, che non ho saputo immediatamente identificare (una vocina metaforica, eh, non chiamate la neuro):

“È la tua occasione, Monica!”

“Prego?” ho fatto finta di non capire.

“Portatelo a casa! Sai che figata?”

L’idea mi è parsa piuttosto balzana, ma più accattivante di quanto ami ammettere. Ed ho finalmente identificato la vocina: la conoscevo bene, era solo che non la sentivo da tanto tempo. Era la voce delle zingarate!

Ho condiviso l’idea con un paio di amici su facebook e ricevuto consensi entusiasti. Oddio, non proprio tutti tutti, ma alla domanda “E precisamente cosa te ne farai?” è bastato rispondere “Non ne ho la più pallida idea! Ma è una figata assurda!” per infettare tutti con la mia botta di leggera follia. Credo abbiano riconosciuto anche loro la vocina.

Abbiamo addirittura trovato un paio di utilizzi plausibili per il carrello. In un grande loft industrial-design, ad esempio, starebbe benissimo. Con dentro i mucchi di dischi del Fidanzato Asburgico, magari. O le bottiglie di superalcolici, un carrello-bar!

Il Fidanzato Asburgico himself era meno entusiasta quando l’ho chiamato al telefono. Ha biascicato di essere d’accordo – ma ero quasi sicura che contemporaneamente stesse lavorando al computer.

Ne ho parlato poi con con Bio-Emma, che ha il negozio di fronte, e sorprendentemente anche lei l’ha trovata un’idea splendida. Anche Hans, che mi è passato a trovare, era della stessa opinione “Monica, sei troppo forte!”

Tutti d’accordo, tutti allegri, ci fosse stato però un cane disposto ad accompagnarmi, dopo il lavoro, nel walk-of-shame (o meglio push-of-shame) di due isolati dal negozio a casa. Codardi!

Quando ho chiuso il negozio ho sentito le forze abbandonarmi. Ho dato un’ultima occhiata al carrello, sospirato, e mi sono avviata da sola. “Karma” ho pensato, “ma se è ancora qui domani…”

A casa ho trovato il Fidanzato Asburgico che aveva finito di lavorare e aveva avuto tempo di pensarci su. Era estremamente sollevato che non l’avessi chiamato al citofono per farmi aiutare con gli scalini del portone. Mi ha fatta sedere sul divano e mi ha posto un paio di domande mirate:

“Dove lo vorresti mettere?”

“Chi lo pulisce?”

Poi la bomba: “Lo sai, vero, che anche se il carrello è abbandonato, si tratta comunque di furto?”

E qui devo aver fatto un faccino molto mortificato perchè mi ha abbracciata ed ha poi lasciato perdere l’argomento.

La mattina dopo il carrello era ancora lì. Ormai mezzo pieno di cartacce e – dopo una notte trascorsa di fronte ad una delle discoteche più frequentate di Vienna – la sua buona dose di lattine di birra schiacciate.

Ho continuato a tenerlo d’occhio per un paio d’ore, nella pia speranza che se lo portasse via qualcun’altro e mi sollevasse dalla responsabilità di prendere una decisione.

La vocina, nel frattempo, si faceva sempre più flebile. E davvero, dove l’avrei messo? La cantina è piena fino all’orlo. Il nostro giardinetto in cortile è visibile a tutti quelli che passano, troppo white trash. L’ipotetico loft gigante è per ora solo una bella fantasia.

Poi ho ripensato a quella maledetta storia del furto – d’accordo le zingarate, ma davvero non ho mai avuto le palle per trapassare il limite. Verso le due del pomeriggio ho chiamato la nettezza urbana e l’ho fatto portare via.

Sto invecchiando.

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