L’Austria ha tutta una sua tradizione di salumi, e alcuni sono persino buonissimi. La particolarità dei salumi asburgici è che – con l’unica eccezione dello speck – hanno tutti la stessa forma. Salamozzi tondi dal calibro minimo del salame ungherese. Un’altra particolarità autoctona è che spesso nella teca del salumiere i prodotti sono già affettati, normalmente piuttosto spessi, e re-impilati a salamozzo. Il salumiere semplicemente allunga la forchetta e tira su un tot di fette, che pesa e poi ti incarta così come sono, perfettamente una sopra all’altra, in un pezzo solo. Una cosa alquanto bizzarra ‘sti pacchettini da due etti diKalbspariser che paiono panetti di burro. Ci ho messo un paio d’anni ad abituarmi. L’informazione implicita è che le fette dei salumi austriaci non si incollano una all’altra. Sono tutti o troppo compatti o troppo stagionati. E comunque tagliati spessi. Sapevatelo.

Ieri sera sono andata al supermercato a fare la spesa dieci minuti prima che chiudesse, che gli altoparlanti già invitavano i clienti a darsi una mossa. Dato che non avevo nessun piano preciso per cena mi è salito un attimo di panico. E come spesso accade quando mi piglia il panico da che mangiamo per cena, mi sono messa in fila al bancone degli affettati italiani. Si avete letto bene, il supermercato dove vado di solito ha un bancone di salumeria apposta per i prodotti italiani – e negli ultimi anni la scelta è diventata enorme. Hanno persino il salame felino, quello che io prima infilavo in valigia di straforo.

Prima di me c’era solo una signora. Non ho potuto fare a meno di osservare incuriosita cosa ordinava: un etto di mortadella tagliata finissima. Quando il commesso ha chiuso il pacchetto, prima di appiccicarci sopra l’etichetta del prezzo, gli ha dato una bella schiacciata passandoci sopra la mano per tutta la lunghezza. Io ho avuto un moto di ribrezzo. Stavo per dire qualcosa, ma ho notato che la signora, che pure aveva assistito all’azione, non mostrava segni di fastidio. Ho quindi aspettato il mio turno in silenzio.

Quando è toccato a me ho guardato il giovanissimo commesso dritto negli occhi

“Due etti di prosciutto crudo tagliato sottile, ma non schiacciarlo con la mano, per favore, che sennò diventa un pezzo unico e – giuro! – te lo riporto indietro!”.

(Riportare indietro il prosciutto crudo perché tagliato come bistecche o perché tutto schiacciato è una cosa che ho fatto diverse volte e in diversi posti. Sporadicamente anche in Italia.)

Il ragazzo – che immagino un giovane apprendista – mi ha risposto incerto

“Allora le metto lo Zwischenfolie?”

Lo Zwischenfolie – miracolo! – non è altro che il foglio di plastica sottilissimo che separa i vari strati di prosciutto. Una soluzione logistica molto semplice per evitare che le fette si incollino una all’altra, ma uno sconosciuto in Austria. Dove, vedi sopra, i salumi vengono incartati a torre.

Ho risposto serafica

“Si, grazie, mi metta lo Zwischenfolie”.

Finito di tagliare il prosciutto mi chiede

“Serve altro?”

“Si, due etti di salame Milano”

“Le metto lo Zwischenfolie?”

Accidenti! Devo avergli messo addosso una paura del diavolo.

“No, grazie, col salame non serve, tanto le fette non si incollano l’una all’altra”

“Ah!” ha fatto lui sorpreso, prendendo nota mentalmente.

Una volta tagliato il salame

“Serve altro?”

“Si, due etti di quel prosciutto cotto alla brace”

“Le metto lo Zwischenfolie?”

“No, non serve nemmeno col prosciutto cotto, tranne che quando è tagliato molto sottile non si incolla manco lui. È davvero un problema del prosciutto crudo, credimi!”.

Lui mi ha sorriso tutto contento. Alla fine ha stampato la mia etichetta, ed è stato attentissimo ad appiccicarla sul pacchetto senza quasi toccarlo. Sembrava avesse paura potesse esplodergli in faccia.

Cosa deduco da questa esperienza? Che il reparto marketing del Merkur è molto più avanti dell’ufficio del personale.

Mi spiego: i geni agli acquisti hanno capito che la gastronomia italiana tira da matti, e giustamente si adeguano. Dalla quantità di domande che mi fanno le persone che aspettano insieme a me al bancone, quando riconoscono il mio accento italiano, immagino però che la competenza gastronomica dei clienti non sia propriamente all’altezza.

Indicando il prosciutto San Daniele:

“È buono quel prosciutto?”

“Si”.

“Ma non è di Parma?”

“Non si preoccupi, è solo un pochino meno salato”.

Indicando la bresaola:

“E quella roba lì… brasola… come si mangia?”

“Mah, classica sarebbe sul pane di segale con un velo di burro, io invece che sono del centro Italia la preferisco nel piatto condita con olio, limone e una spruzzata di pepe”.

Indicando il panettone in offerta

“E quello come si mangia?”

“Così com’è, tagliato a fette. A Natale”

“Ma siamo ad aprile!!”

“Ehh…”

Potrei andare avanti per ore.

Questa cosa che la clientela non sappia riconoscere i prodotti e non sappia bene cosa farne è buffa, ma non drammatica. Certo che se il commesso le sapesse spiegare lui, ‘ste boiate sul prosciutto e il panettone…

In genere mi diverto un mondo a fare le veci, davvero. Invece ieri sera, sarà che faceva un freddo becco, sarà che ero di fretta, sarà che in totale gli ho lasciato quasi 20 Euro per mezzo chilo di salumi… mi ha molto irritata star lì a spiegare al commesso come tagliare e come incartare i loro prodotti.