Ciao Beppe,
ho il forte sospetto ci sia una caratteristica comune a molti Italians – o per lo meno a quelli che sono in Europa. Parto dal principio, pare assodato, che parecchi abbiano circa la mia età- 28 anni – e siano andati all’estero per lavorare. Proseguendo, l’abbandono della casa dei genitori, uno stipendio decente e il primo appartamento da soli. La dinamica è quasi sempre la stessa: biglietto di sola andata, affannosa ricerca di un posto dove vivere e frenetico tentativo di arredare il nido. Da qui alla visita all’Ikea del sabato, il passo è praticamente obbligato. Riesco a vederli come se fossi lì questi appartamenti finto-minimalista e simil-scandinavo. Quando vado a casa di amici e trovo la stessa libreria, lo stesso divano, e immancabilmente lo stesso lampadario e la stessa tenda della doccia, sorrido e mi sembra di far parte di una grande famiglia. Il mio ragazzo, che di anni ne ha 36, e quindi ha già fatto l’upgrade a quelli che al posto dell’affitto pagano il mutuo, sostiene che una mattina mi sveglierò e la mia casa mi sembrerà suqallida. Magari sarà vero, ma per ora, quando torno a casa la sera, e la gatta mi corre incontro e ritrovo tutte le mie cose, mi assale un moto irrefrenabile di orgoglio. Rivendico il diritto di essere orgogliosa (anche del gatto).
E voi, Italians? Quanti fanno parte della “generazione Ikea”?

Monica Mel

Rileggendo dieci anni dopo – 2012:

Al di là del rigurgito di orgoglio per aver involontariamente coniato la definizione “Generazione Ikea” – che ha davvero trovato un suo piccolo seguito – mi ha fatto molta tenerezza rileggere questa lettera.

Ero a Vienna da qualche mese e scoppiavo di energia. Potremmo chiamarla euforia da foglio bianco. Ero arrivata da sola, non avevo amici, non avevo una casa, non parlavo la lingua – in pratica avevo solo un lavoro. È una situazione davvero comune a molti giovani espatriati (perchè all’epoca ero davvero giovane), e infatti ricevetti centinaia di email in risposta!

In genere ci sono due strade: o ti acchiappa la malinconia, che in realtà si chiama shock culturale ma pochi se ne accorgono e si addormentano sul cuscino bagnato pensando al sole, alla piadina con lo quaccherone e alla mamma; oppure ti ci butti di panza, con la sensazione di avere di fronte la migliore occasione possibile per riscrivere la tua vita proprio come te la sei sempre immaginata. Entrambe le opzioni, nei casi estremi, sono vere e proprie malattie. Io mi beccai una versione medio/violenta della seconda.

PS il tipo con cui stavo insieme quando scrissi questa lettera – una relazione a distanza – scoppiava di gelosia anche solo all’idea io avessi colleghi maschi… venne scaricato poche settimane dopo.