Far finta di essere sani

Far finta di essere sani cantava Giorgio Gaber  – era il 1973 e io ancora non c’ero, ma sarei arrivata presto ad ascoltare questo disco insieme ai miei genitori. E anche se in famiglia non abbiamo troppo un debole per le paturnie esistenziali di cui parla Gaber, oggi è tutto il giorno che canticchio questa canzone.

Far finta di essere sani – o meglio far finta di non essere raffreddati – è l’attività logorante che dall’altro ieri mi assorbe ogni briciolo di energia.

Ho cominciato lunedì mattina, mi ero alzata che ero uno straccio. Fisicamente e otticamente. Naso rosso che cola in continuazione, ossa rotte, due linee di febbre. Ogni persona con un briciolo di buon senso si sarebbe data malato al lavoro.

Ho subito chiamato al lavoro per darmi malata. Dallo studio ho composto il numero, il mio cellulare ha suonato in soggiorno e il Fidanzato Asburgico – che era sul divano sotto tre strati di golfini – ha risposto al secondo squillo. Gli ho chiesto se non potesse andare lui ad aprire il negozio. Ha riposto con una voce d’oltretomba:

“Certo tesoro, prima però, quando passi davanti al bagno, potresti portarmi un’aspirina che ho misurato la febbre ed ho 39 gradi e mezzo?”

Gli ho portato l’aspirina e gliel’ho appoggiata sul tavolino davanti al divano quasi con rabbia. Il dettomal comune mezzo gaudio non mi era mai parso tanto ipocrita.

Mi sono vestita con cura, con un vestitino di lana corto una bella spanna sopra al ginocchio. Sia mai che due belle gambette distraggano l’attenzione dal naso natalizio à la Rudolph the Red-Nosed Reindeer.

Particolare attenzione ha richiesto la procedura trucco, che invece io di solito risolvo con una spalmata di crema per il viso e una passata di mascara. Ho persino messo l’ombretto, sempre nella pia speranza di distogliere l’attenzione dal naso.

Ho cercato l’unico fondotinta compatto che posseggo – era nascosto in fondo ad un cassetto – e me lo sono infilato in tasca, riempito la borsetta di fazzoletti di carta al mentolo e sono uscita sfidando le intemperie. Nevicava.

Il naso colava davvero di brutto, ma la procedura soffiata-di-naso/passata-di-fondotinta-con-la-spugnetta-asciutta funzionava abbastanza bene. L’unico problema è che questo fondotinta l’avevo comprato l’estate scorsa all’aeroporto, era agosto, ero appena tornata da due settimane in Sicilia ed ero bella abbronzata. Sull’incarnato dicembrino non è proprio il massimo.

Pace, mi sono riavvoltolata la sciarpa per bene a nascondere il collo e lasciato cadere i capelli ai lati del viso in modo che non si vedesse troppo il colorito pallido delle orecchie.

Ogni volta che mi guardavo allo specchio – cioè dopo ogni soffiata-di-naso/passata-di-fondotinta-con-la-spugnetta-asciutta, spessissimo – vedevo la situazione peggiorare. Tra strati su strati di fondotinta, ombretto e capello selvaggio mi sembravo Sally Spectra.

La sera mi sono trascinata a casa, e quando mi sono struccata ho quasi pianto per quanto mi bruciava il naso… era ormai rosso fuoco e un poco spellato. Prima di andare a dormire ho rispolverato un rimedio da bisnonna e l’ho spalmato di vaselina. Balsamo per la pelle e per l’anima – il naso non bruciava più. Piccolo inconveniente, il gatto pare andare matto per la vaselina. Ho trascorso una nottata agitatissima, tra soffiature di naso e lotte per allontanare il mostro che mi voleva leccare la faccia.

Ieri mattina quando ha suonato la sveglia non ci volevo credere. Ci sono voluti venticinque minuti solo per uscire da sotto le coperte. Il Fidanzato Asburgico bruciava di febbre.

Non ho più avuto l’energia per farmi bella. Jeans, golfone informe, scarponi di pelo. E sciarpona gigante per nascondere il collo pallido. I capelli li avevo lavati domenica, era ora di fare una bella coda di cavallo. Mi sono passata il fondotinta arancione su tutto il viso, e pace per le orecchie bianche.

La giornata non passava più. Con questa storia che poi alle quattro è già buio, dalle tre e mezza già mi vedevo in pigiama sul divano. Il naso aveva raggiunto un colore quasi fluorescente.

La sera quando sono arrivata a casa ho aperto la porta con le mie chiavi e le ho lasciate appese fuori. Sono entrata, ho dato due belle mandate con le chiavi del Fidanzato Asburgico che erano appese dentro, le ho poi sfilate e me le sono messe in borsa. Avevo la febbre alta.

La quantità di fondotinta che è rimasta sul fazzolettino struccante mi ha provocato un attacco di riso che erano anni. La spellatura sanguinava. Vaselina spessa un centimetro e gatto chiuso in soggiorno tutta la notte.

Abbiamo cenato con camomilla, un pezzo di pane scongelato, burro e marmellata.

Stamattina – dopo una litigata breve ma feroce su dove fossero sia le mie che le sue chiavi –  sono uscita, armata di vernice beige da carrozziere e una pennellessa. Mi pareva di stare un briciolo meglio, ma appena ho aperto il portone del palazzo sono stata investita da una ventata di neve, acqua e ghiaccio a -10 gradi. Il naso ha ripreso istantaneamente a colare, gli occhi a bruciare.

Sulla via per andare in negozio mi sono comprata un panino per pranzo – il Fidanzato Asburgico è ancora ko – ma ho sognato tutto il giorno una minestrina calda.

Far finta di essere sani è una sfida. Una sfida che con il passare del tempo mi riesce sempre peggio…

minestra Monica Mel Nonsolosissi raffreddore Vienna