Il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano si è ammalato. Ammalato di brutto.

Questo in parte spiega la mia assenza prolungata. Scusate. Ma ho sempre ritenuto impossibile scrivere un post sul mio gatto senza passare per gattara svalvolata. Di quelle con la foto dell’animale nel portafoglio, che cucinano la pappa in casa, con il wall del profilo facebook intasato di disegnini scemi, oroscopi e citazioni smielate. Ecco, io non mi ci riconosco proprio.

Ora la madre di tutte le domande: È possibile avere un gatto, amarlo infinitamente, considerarlo parte della famiglia, parlarci mentre si guarda la tv, e allo stesso tempo restare sani di mente? E cosa più importante, sembrare sani di mente? Un po’ come con i jeans strappati, che si possono indossare – checché ne dica mia madre – anche senza essere/sembrare per forza uno straccione?

Allora proviamoci, a parlare della malattia del Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano, ho un paio di questioni che mi frullano in testa. E poi vediamo, che figura ci faccio.

La prima considerazione è banalissima. Il gatto ammalato non ti dice niente. Non piange, non si lamenta, non indica con la zampina dov’è, esattamente, che gli fa male. Semplicemente stramazza a terra in preda alle convulsioni. Tu senti il Fidanzato Asburgico che strilla, e panico nella sua voce – una roba mai udita prima – e corri. Poi lo vedi e ti paralizzi. E stai lì come un pezzo di legno a guardare il gatto steso per terra. E ti sale una paura primordiale. Una roba che riesci a paragonare solo all’unico terremoto serio che hai mai sentito in vita tua, al primo piano della Boaga, la libreria della facoltà di Ingegneria della Sapienza, un attrezzo architettonicamente da urlo, appeso al soffitto con tiranti d’acciaio. Praticamente un’altalena.

Il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano, dopo 20-30 secondi di attacco epilettico, chiaramente, si sente uno straccio. E di nuovo, mica ti dice se è passato, se si sente meglio, se vuole un bicchier d’acqua. Sta lì steso scomposto, ansimante, in una nuvola di pelo svolazzante. E il veterinario al telefono non è che aiuti davvero, eh? Ti dice

“La tenga sotto controllo e me la porti domani mattina.”

Ma grazie! Adesso mi sento molto meglio.

Così tu e il Fidanzato Asburgico vi accampate in soggiorno, appallottolati in due coperte, e trascorrete una notte infinita con la testa appoggiata accanto al gatto.

La mattina dopo comincia una girandola di corse in taxi, che non avete la macchina. E prima d’ora non ne avevate mai sentito la mancanza. La seconda considerazione è ancora più banale: perché li becchi tutti tu, i tassisti che guidano come Schumacher?

Ora, il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano dal veterinario c’è stato raramente, e non gradisce. Per niente. Oltre a produrre ulteriori nuvolone di pelo-da-panico (che pensi di essere una seppia, e di riuscire a nascondersi nella nuvola?), detto gatto-bradipo, sul tavolo d’acciaio del veterinario si trasforma in una scimmia urlatrice. E pure piuttosto incazzata. Il Fidanzato Asburgico aiuta impavido a tenerlo fermo, ma tu lo vedi bene quanta energia gli costi. Prelievo del sangue, lastra, flebo, un paio di punture. E una fattura che manco un cardiologo di fama mondiale. Talmente alta da riuscire a penetrare, con una stoccata dolorosa, lo spesso bozzolo di paura atavica che al momento pare avvolgerti.

Si torna a casa, è la mattina di un sabato d’aprile, a voi invece pare un lunedì di fine novembre, freddo e grigio, e siete già stanchi come se vi avessero picchiati a lungo con un grosso bastone. Tutti e tre. Tu e il Fidanzato Asburgico vi accasciate sul divano, il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano si trascina a nascondersi sotto al letto. E lo sappiamo tutti, si, che l’animale malato che vuole nascondersi non è una bella cosa.

Il giorno dopo quasi lo rimpiangerai, il nascondiglio sotto al letto. Che anche se ti alzi ogni 10 minuti per darle un’occhiata, almeno negli otto minuti di mezzo riesci a fare altro. Tipo tenere una rivista tra le mani, andare al supermercato con la lista sbagliata e comprare metà degli ingredienti per una ricetta già provata (che non vi era nemmeno troppo piaciuta), o fissare l’aria in direzione del televisore.

La sera, poi, il gatto compare in soggiorno, si fa fare due grattini, mangia un boccone e va a scavare un attimo nella sua sabbietta. Tu ti dici che è solo provato dagli strapazzi, e piano piano…

Una si attacca a tutto.

Poi la seconda crisi, ma diversa, seconda botta di paura nera, e seconda corsa in taxi. E il veterinario che cade dal pero. Proprio quello che hai bisogno di sentirti dire in questi casi:

“Questi sintomi tutti insieme non hanno senso, facciamo altre analisi”.

E la terza considerazione: perché a portare un animale malato dal veterinario si ha l’impressione di essere tornati indietro nel tempo? Tipo al medioevo? Portasse uno di quei becchi ricurvi pieni di erbe medicinali l’illusione sarebbe completa. E si, lo so bene che il gatto non indica con la zampina dov’è, esattamente, che gli fa male, l’ho capito, ma sinceramente il veterinario, piuttosto che un medico, mi è parso un osservatore neutrale dell’ONU. La parcella della seconda visita – 10 minuti, flebo, punturina di vitamine – è precisa uguale a quella della fisioterapista per un’ora di trattamento alla schiena malandata del Fidanzato Asburgico. Speriamo aiuti altrettanto.

La quarta considerazione: questo gatto è a pieno titolo un membro della famiglia. Esattamente come fate sempre voi, infatti, si è ammalato allo scadere della settimana lavorativa, quando già si annusava il weekend. Ed è tutto chiuso, inclusi laboratori di analisi e farmacie. In compenso, lo dico per par condicio, e forse per non sembrare troppo negativa, le strade non sono molto trafficate. E i tassisti possono sgommare in libertà ad ogni semaforo.

Dopo il secondo spavento, finalmente, decidi unilateralmente che il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano non può più andare a nascondersi. Che stia lì sul divano, dove almeno lo puoi tenere sott’occhio senza ogni volta spostare il materasso e smontare la rete ortopedica. Non che a questo punto il gatto mostri la minima voglia di muoversi da dove lo metti, sia chiaro.

È circa a questo punto che il Fidanzato Asburgico, che è allo scadere di una deadline importantissima, si rende conto di aver buttato nel cesso un sabato intero. E che ha un appuntamento fiume che comincia alle 11 del mattino. Incarta laptop e appunti vari, ed esce, lasciandoti sola in casa, col gatto sul cuscino. E tu ti accorgi di non essere minimamente in grado di combinare un tubo. La tua testa è gaga. E stai lì seduta accanto al tuo gatto, ogni tanto gli fai una carezza senza sapere davvero se la gradisce, ma – insomma! – non ce la fai più a trattenerti. Una giornata infinita.

Ad un certo punto, magari, cerchi di distrarti. Cucinando. Cucinando una torta. Bruciando una torta. Che però sortisce l’effetto sperato, i nervi si allentano un attimo, e realizzi che è meglio parlare con qualcuno. La mamma è l’unica scelta sensata.

Poi il gatto si alza, e va a fare la pipì. Certo, quando torna si ferma davanti al divano e ti guarda, fino a che tu non lo tiri su e rimetti sul cuscino. Ma il semplice fatto che si sia alzato ti ha alleggerito il cuore. Manco fosse andato a prepararti un caffè. Più tardi noti che non sta più lì tutto raggomitolato, ma ha allungato una zampa per mettersi comodo. Gli fai un grattino e lui ronfa. Un attimo brevissimo, e a volume bassissimo, ma ha ronfato. Ho già detto, si, che una si attacca a tutto? E all’una e mezza di notte riesci persino ad andare a dormire. Fra tre ore torna anche il Fidanzato Asburgico, stravolto.

La levataccia per portare il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano al terzo appuntamento dal veterinario te la ciucci tu, ma il dottore non la da più per spacciata, con un sorriso aggiunge addirittura:

“Beh, il gatto non è neanche troppo vecchio. Speriamo.”

Tu torni a casa, con un gatto inviperito, un portafoglio vuoto (quando guarisce gli farò delle trattenute dalla paghetta che manco si immagina), un poco di mal d’auto, e un appuntamento telefonico col veterinario per domani.

Il Fidanzato Asburgico oggi lavora da casa, e tu ti azzardi ad andare a lavorare. Il gatto, con fatica, si arrampica sulla scrivania e si piazza al suo posto preferito, con il muso sulla tastiera del computer. In quattro tappe, certo, scatola da scarpe, tavolino del ficus, cassettiera, scrivania, ma sempre arrampicare è. E una si attacca a tutto. E quando la sera pare davvero mogio mogio, non vuoi smettere di pensare che si è arrampicato. Si è arrampicato.

Poi l’ultima nottataccia, l’ultima crisi, l’ultima corsa in taxi.

Al ritorno avremmo potuto prendere l’autobus, ma non ce l’abbiamo fatta. Oggi splende il sole.