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	<title>Umbria &#8211; nonsolosissi.com</title>
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	<description>Diario semi-vero di unItaliana a Vienna</description>
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		<title>La Finta Umbria – Epilogo</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jan 2013 10:06:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Molti ci hanno vissuto, moltissimi sognano di andarci a vivere un giorno. E tutti conosciamo almeno un paio di anime pie che nella Finta Umbria ancora ci abitano. Non lasciatevi abbindolare. Alcuni dettagli della Finta Umbria sono infatti romantici solo sulla carta. Il nostro vicino di casa Vittorio, per esempio, traslocò un paio di mesi&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Molti ci hanno vissuto, moltissimi sognano di andarci a vivere un giorno. E tutti conosciamo almeno un paio di anime pie che nella <a href="http://www.nonsolosissi.com/la-finta-umbria/" target="_blank" rel="noopener">Finta Umbria</a> ancora ci abitano. Non lasciatevi abbindolare.</p>
<p>Alcuni dettagli della Finta Umbria sono infatti romantici solo sulla carta. Il nostro vicino di casa Vittorio, per esempio, traslocò un paio di mesi dopo di noi e per un paio di settimane girò con un sorriso ebete in faccia:</p>
<p>“Ah, la campagna! E gli uccellini in giardino che la mattina ti svegliano cinguettano! Ah, non c’é niente di più naturale…”</p>
<p>Dopo circa un mesetto, stravolto dalla mancanza di sonno, Vittorio aveva cambiato registro:</p>
<p>“Porcaccia loro questi uccellacci, non stanno mai zitti un attimo!”</p>
<p>Passato un trimestre Vittorio si procurò una pistola ad aria compressa. La mattina ci salutava sventolando la mano dal balcone della camera da letto, dove in mutande e maglietta passava ore a prendere di mira i passeri.</p>
<p>Il dramma vero della Finta Umbria è che nessuno se la riesce a godere davvero.</p>
<p>Papà lavorava in un ufficio ai Parioli, usciva la mattina prestissimo e tornava a casa che io già dormivo. Praticamente una vita da psicopatico affetto da DDI (Disturbo Dissociativo dell’Identità); la prima personalità, la notte e i finesettimana, quella del <em>marito e papà finto umbro</em>. La seconda, solo ed esclusivamente in orario d’ufficio, il <em>professionista rampante</em>. Senza mai il benché minimo contatto.</p>
<p>Chi non ha mai vissuto nella Finta Umbria non può capire quanto sia difficile combinare le due cose. Perché nella Finta Umbria devi prendere l’auto anche solo per comprare un litro di latte, e tutte le decisioni vengono prese considerando un fattore aggiuntivo rispetto a chi vive in città: quanto tempo dovrò trascorrere in macchina per farlo?</p>
<p>E magari per un goccio di latte nel caffè non vale la pena. O per una pizza estemporanea con i colleghi dopo l’ufficio. O un cinemino dopo cena.</p>
<p>Una volta finite le scuole medie in paese, mi trovai anch’io catapultata nella schizofrenia da pendolare. Che a Formello le scuole superiori non c’erano e per frequentare un liceo decente bisognava alzarsi alle 5:45 per prendere i treno. E per svegliarsi alle 5:45 bisogna andare a dormire al più tardi alle  22:00. O ancora meglio – a voler credere a mamma – alle 21:00. E questa è la radice vera del problema: mamma aveva il coltello dalla parte del manico.</p>
<p>Ho trascorso la mia giovinezza facendo finta di aver visto la fine dei film della sera prima. O di aver visto programmi in seconda serata. Ricordo ancora lo stress di star dietro a <em>Indietro Tutta!</em> di Renzo Arbore, che tutti i compagni di classe seguivano con entusiasmo. Conoscevo ogni battuta a memoria, senza averne mai visto manco la sigla iniziale. Una performance, in tempi pre-Youtube, di cui vado ancora un pochettino fiera.</p>
<p>Gli anni del liceo sono stati i più duri. Perché, ammettiamolo, fino alla fine delle scuole medie i bambini nella Finta Umbria ci sguazzano. Lo scuolabus ci riportava a casa in dieci minuti, il giardino era pieno di ragni e formiche, in estate poi la piscina da sola bastava e avanzava a riempire le giornate. E le mamme finte umbre erano sempre disposte a portarci da un’amichetta per una sessione di Barbie o un giro su un’altalena diversa.</p>
<p>Iniziato il liceo la disponibilità della mamma ad accompagnarmi avanti e indietro non diminuì, anzi, i kilometri che macinava crebbero a dismisura. Non crediate infatti che mamma fosse l’unica a godersela davvero, ‘sta Finta Umbria. No, perché lei era sempre in macchina, intenta a scarrozzare familiari avanti e indietro, macinando kilometri e kilometri di strada in ogni possibile direzione per la minima commisisone. È questa la somma fregatura della Finta Umbria: uno ci si trasferisce nella pia illusione di campare all’aria aperta, e si ritrova poi sempre chiuso in macchina.</p>
<p>Mi viene in mente ora che mamma, una volta, una soddisfazione estremamente umbra riuscì a levarsela. Aveva infatti un ammiratore autoctono, un contadino, che le regalò <em>un camion di letame</em>. Non sto scherzando, il tipo arrivò baldanzoso un pomeriggio e scaricò il <em>cadeau</em> proprio davanti al garage. Non sono però troppo sicura che questo fosse esattamente la scena bucolica che mamma aveva in mente nel ’77, mentre incartava le nostre cose nel vecchio appartamentino urbano.</p>
<p>Il mio principale problema era che, rispetto ai compagni di classe, io ero l’unica ad aver bisogno di un’ora e mezza di viaggio. E magari per una festa di compleanno ci stava pure, ma per andarsi a prendere un gelato pomeridiano con l’amichetta del cuore pareva eccessivo persino a me e nemmeno lo chiedevo. Cinque anni di liceo e non ho mai avuto un’amica che venisse a fare i compiti da me, a trascorrere un sabato pomeriggio insieme, un sleep-over manco sapevo cosa fosse. La sensazione di reclusione era talmente forte da poterla tagliare col coltello.</p>
<p>E non è che mi potessi attaccare al telefono per rimanere aggiornata sui pettegolezzi pomeridiani che le amiche facevano leccando il gelato. Perché la Finta Umbria è abbastanza vicina alla città da avere lo stesso prefisso, ma troppo lontana per essere lo stesso distretto telefonico. E in tempi pre-cellulari le chiamate su Roma erano tutte <em>extraurbane</em>. Porca paletta. Dopo cinque minuti di conversazione, immancabilmente, mamma alzava la cornetta dal piano di sotto e mi intimava di smettere di blaterare. Uff.</p>
<p>Le cose migliorarono un poco al raggiungimento della maggiore età. Quando cominciai l’università a 18 anni avevo un’automobile mia e mi ero finalmente emancipata dall’accompagno materno. Uscivo autonomamente la mattina, sempre prima delle sette per battere il traffico, e andavo a lezione. La superstrada, che anni prima avevamo benedetto in tutte le lingue, 15 anni dopo era diventata un bordello ingolfato di traffico che metteva paura. L’università che frequentavo era accanto al Colosseo. Due ore ad andare e due a tornare. Praticamente ero sempre in macchina, e una volta tornata a casa mai avrei avuto l’energia per uscire di nuovo.</p>
<p>Se durante il liceo mi ero sentita una schizofrenica, all’università mi trasformai in una vagabonda. Il contenuto standard del mio bagagliaio in un qualsiasi giorno infrasettimanale pareva quello di una nomade di professione: libri e blocchi di appunti per le lezioni; libri e blocchi di appunti per gli esami in preparazione; borsone per la palestra. Verso il finesettimana aggiungevo make-up, phon, spazzole e prodotti vari per i capelli, più uno o due cambi di abiti per uscire la sera con gli amici. Uno o due perché magari ancora non sapevo se si andava a mangiare la pizza, in discoteca, o in un locale carino. Più avanti imparai a lasciare <em>sempre</em> un cambio d’abiti in macchina. Sia mai presentami con l’outfit sbagliato ad un invito espemporaneo.</p>
<p>Ora che sono più di dieci anni che vivo in città – super centrale e non ho nemmeno più la macchina – ancora mi commuovo quando dopo il lavoro posso andare a casa a farmi una doccia e cambiarmi prima di uscire la sera. Addirittura qualche giorno fa mi sono accorta che la mia patente di guida è scaduta da due anni… mai servita! Ho riso da sola come una scema!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS Ai tempi del liceo, una volta l’anno, per festeggiare la fine della scuola, i compagni di classe venivano davvero a casa nostra. Presumo si preparassero per settimane alla gita fuori porta con la<em>corriera</em>. Sguazzavamo in piscina come ranocchie, mangiavamo come cavallette, dormivamo con il sacco a pelo in giardino sotto le stelle, e due decenni dopo ho scoperto che quacuno ancora se le ricorda, quelle festicciole. Son soddisfazioni. Piccine, eh, ma sono un cuor contento, io!</p>
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		<title>La Finta Umbria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Dec 2012 10:15:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Quando mi chiedono da dove vengo, rispondo sempre Roma. Questo non è completamente vero. Sono nata a Roma, certo, ma ho trascorso solo i primi tre anni della mia esistenza all’interno dei confini metropolitani. Nel 1977 i miei genitori caddero a piè pari nel vecchio errore di innamorarsi di un’idea. L’idea in questione era quella&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Quando mi chiedono da dove vengo, rispondo sempre <em>Roma</em>. Questo non è completamente vero. Sono nata a Roma, certo, ma ho trascorso solo i primi tre anni della mia esistenza all’interno dei confini metropolitani.</p>
<p>Nel 1977 i miei genitori caddero a piè pari nel vecchio errore di <em>innamorarsi di un’idea</em>. L’idea in questione era quella di andare a vivere fuori città a crescere la bambina in campagna. Nel settembre di quell’anno, quindi, la famiglia intera si trasferì 10 km fuori dal Grande Raccordo Anulare, nella Finta Umbria.</p>
<p>Questo di chiamarla Finta Umbria è un’idea mia, la nozione è però universale. Non bisogna nemmeno rimanere in Italia per viverci. Il concetto è semplicissimo: addio città puzzolente e sgarbata, ti abbandoniamo per una casa grande dove non ci si pesta i piedi a vicenda, con il camino, un bel giardino, il tagliaerba in garage, la campagna intorno, i vicini che ti salutano sventolando la mano, l’aria buona, i sani valori di una volta e bla bla bla. Ci vuole effettivamente poco ad entusiasmarsi.</p>
<p>L’ideale sarebbe ovviamente andare a vivere in Umbria, quella vera. Un passo purtroppo più lungo della gamba, specialmente se si considera che papà di mestiere faceva il copywriter in un’agenzia pubblicitaria – pure piuttosto famosa – e in Umbria, quella vera, si sarebbe dovuto riciclare come apicoltore, o al massimo bibliotecario del paesello.</p>
<p>I miei pavidi genitori invece – per la stessa cifra di un bell’appartamento in una zona decente – comprarono una villa enorme, con un giardino immenso intorno. Proprio accanto allo svincolo del km 9 di una superstrada ancora in costruzione. Mica scemi, quando l’anno seguente la superstrada fu ufficialmente inaugurata il valore della casa salì di brutto.</p>
<p>La bucolicità della vita di campagna li investì come un treno. Si presero un cane gigantesco  – che in giardino c’era spazio – costruirono una piccola piscina prefabbricata per le sguazzate pomeridiane, ordinarono la legna per il camino, mi iscrissero all’asilo comunale, appesero la casetta per gli uccellini ad un pino, poi si sedettero ad aspettare l’inverno con un bel sorriso soddisfatto stampato in faccia. I guai dovevano ancora cominciare.</p>
<p>No, perché nel 1977 il paesino di Formello contava 5.000 abitanti. E, a parte una ventina di famiglie anche loro all’inseguimento della Finta Umbria, erano tutti campagnoli da generazioni e detestavano con vigore i nuovi arrivati. I 4.930 autoctoni, quindi, non suonarono al citofono con una torta fatta in casa o un mazzo di asparagi appena colti. Piuttosto ricaricarono il prezzo della legna da ardere del 200%.</p>
<p>Nemmeno la pargola treenne ebbe un inizio facile. Dopo il terzo giorno di asilo di fila in cui tornavo a casa digiuna perché gli altri bambini mi avevano rubato il pranzo dal piatto, mamma cominciò a preoccuparsi. Che la bimba non avesse un carattere abbastanza robusto per la vita di campagna? Al quinto giorno, quando tornai a casa digiuna <em>e con i pidocchi</em>, ne ebbe abbastanza. Mi iscrisse all’unico asilo privato del circondario – insieme a me altri 12 bambini non autoctoni. Poi arrivò davvero l’inverno, il vento, e la pioggia.</p>
<p>Quattro gocce di troppo e mancava la luce. E dato che eravamo troppo lontani dall’acquedotto comunale, l’acqua ce la forniva un pozzo in giardino. La pompa era elettrica. Ancora ricordo le folli corse, nel momento in cui le lampadine si spegnevano, ad aprire rubinetti e riempire pentole e vasche da bagno con la pressione residua. E a poco serviva la consolazione di avere in casa ben tre bagni con la vasca.</p>
<p>La luce poteva mancare per giorni interi. E se tirava troppo vento probabilmente mancava anche il telefono. La maledetta casa nella prateria. La situazione migliorò lentamente con il passare degli anni. Verso la metà degli anni ’90 si poteva stare tranquilli che la luce sarebbe tornata in giornata. Al massimo la mattina dopo.</p>
<p>C’era pur sempre il camino a farci dimenticare i dispiaceri invernali. Perché ammettiamolo, il camino è una figata pazzesca. L’unico cruccio è che i graziosi caminetti delle villette della Finta Umbria non sono precisamente uguali a quelli dei nostri sogni, quelli dell’Umbria vera. Non sono giganteschi, non riscaldano tutta la cucina, il soggiorno e al piano di sopra anche la camera da letto padronale. Non hanno nemmeno il gancio per appendere il ramaiolo della minestra. Forse perché non sono stati progettati da architetti umbri, bensì da architetti romani, anche loro nel pieno trip da Finta Umbria. Questi caminetti funzionano davvero, per carità, ma per scaldarsi bisogna proprio sedercisi davanti. E quando il vento tira dalla parte sbagliata fanno un fumo che scappavamo tutti come un branco di gatti a Capodanno.</p>
<p>“Vah, di che ti lamenti! Che fortuna che hai, sei cresciuta in campagna!” mi sembra di sentirli i pensieri formulati all’unisono da quelli cresciuti in città. Ma io sono davvero cresciuta in campagna? Ho qualche dubbio.</p>
<p>No, perché uno si immagina branchi di bambini di campagna a piedi scalzi che corrono tra i campi e zampettano nei torrenti. Che raccolgono le castagne, rubano le pannocchie, costruiscono case sugli alberi. E tornano a casa quando comincia a fare buio.</p>
<p>Il problema è che per crescere un bambino campagnolo ci vorrebbe una mamma campagnola. O anche semplicemente umbra. Di quelle che durante le vacanze estive ti buttano fuori con la ramazza, mentre loro si prendono cura delle galline e preparano quintali di pane nel forno a legna.</p>
<p>La mia era invece purtroppo rimasta una mamma profondamente cittadina. Di quelle che vogliono sempre sapere dove sono e cosa combinano i figli. E curare le galline? Ma stiamo scherzando? Le galline puzzano e fanno un rumore incredibile – poi cosa dicono i vicini?</p>
<p>Al massimo potevo uscire a giocare in giardino, ma solo sul prato davanti alle finestre della cucina, così mamma poteva buttare l’occhio mentre mescolava l’impasto della torta Cameo con la frusta elettrica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<a href="http://www.nonsolosissi.com/la-finta-umbria-epilogo/" target="_blank" rel="noopener">segue</a>…)</p>
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