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	<title>tedesco &#8211; nonsolosissi.com</title>
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	<description>Diario semi-vero di unItaliana a Vienna</description>
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		<title>Se vuoi suonare cattivo, dillo in Tedesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2014 08:29:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Qualche anno mi capitò di tornare a Roma per un fine settimana di svago, senza Fidanzato Asburgico che rimase a Vienna per lavoro. Il sabato sera mi ritrovai in macchina con un paio di amici di lunga data. Amici italiani. Ero seduta sul sedile posteriore quando squillò il mio cellulare. Era il Fidanzato Asburgico che voleva augurarmi la buonanotte.</p>
<p>Chiacchierammo un paio di minuti, una conversazione dal tono</p>
<p>“Amore! Vai già a dormire?”</p>
<p>“Si, Principessa, domani mi devo alzare prestissimo”</p>
<p>“Ah, povero! Hai già su il pigiama?”</p>
<p>“Si, anche i calzerotti di lana, è da stamattina che non la smette di nevicare e fa un freddo tremendo”</p>
<p>“Oh, povero! Allora buona notte, sogni d’oro!”</p>
<p>“Buona serata anche a te, divertiti!”</p>
<p>Più un piccolo corollario di <em>bacini, bacetti e attacca prima tu, no dai riattacca prima tu</em>.</p>
<p>Gli amici in macchina mi osservavano impietriti. Finita la telefonata Elisa raccolse coraggio e mi chiese</p>
<p>“Oh, Monica, che è successo?”</p>
<p>Caddi dal pero.</p>
<p>“Perché lo chiedi? Non è successo niente.”</p>
<p>Lei mi incalzò</p>
<p>“Dai, Monica, ci conosciamo da vent’anni, come mai avete litigato?”</p>
<p>Improvvisamente capii. Tenete presente che in Tedesco <em>sogni d’oro</em> si dice <em>süße Träume</em>, una roba che inqueta un attimo anche a me, dodici anni dopo.</p>
<p>Scoppiai a ridere.</p>
<p>“Elisa! Non abbiamo litigato! Ci siamo augurati la buonanotte e scambiato smancerie! È proprio la lingua che suona così cattiva!”</p>
<p>Elisa e gli altri mi guardarono con molta compassione ma non aggiunsero altro.</p>
<p>I Tedeschi e gli Austriaci, in realtà, questa durezza della loro madrelingua non è che la sentano troppo. Analogamente, io non riconosco l’estrema musicalità dell’Italiano, una cosa che invece mi ripetono in tanti che non la parlano</p>
<p>“Ah, l’Italiano! La lingua più musicale del mondo!”</p>
<p>Sarà che a me la lingua perfetta per cantare sembra invece l’Arabo, e quella più musicale in assoluto il Portoghese come lo parlano in Brasile. Insomma, <em>se ci sei dentro non si sente</em>.</p>
<p>Questa cosa che il Tedesco suoni cattivo, ruga molto al Fidanzato Asburgico, che mai si era piegato al cliché <em>se vuoi che suoni cattivo dillo in Tedesco</em>. E se non sai parlare Tedesco almeno dillo con un<em>accento tedesco</em>.</p>
<p>L’altra sera invece è capitata questa notizia sul televideo di un canale privato austriaco, la vedete nella foto qui sopra.</p>
<p>Dopo aver letto il titolo sono scoppiata a ridere. Il Fidanzato Asburgico mi ha chiesto perché ridessi.</p>
<p>“Ma dai, è evidente!”</p>
<p>“No, non lo è. Perché ridi?”</p>
<p>“Ma l’hai letto il titolo?”</p>
<p>“’Mbè?”</p>
<p>“Leggilo ad alta voce magari”</p>
<p>Lui ha letto ad alta voce</p>
<p>“Be-ghe-el-de kli-ko-vitz be-kre-f-tig-t Kri-ti-k…”</p>
<p>guardandomi perplesso.</p>
<p>“Le senti tutte quelle consonati dure, quelle k, quelle t?”</p>
<p>“Si, le sento, una combinazione invero sfortunata”</p>
<p>“Sfortunata, concordo. Ti informo, però, che <em>tutte</em> <em>le frasi in tedesco</em> suonano così dure agli stranieri, anche quelle piene zeppe di consonanti morbidissime”</p>
<p>“Davvero?”</p>
<p>“Davvero. Lo capisci, finalmente, perché la tua lingua suona nazista ai non madrelingua?”</p>
<p>Il Fidanzato Asburgico ha chinato il capo</p>
<p>“Si, capisco”.</p>
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		<title>La stanchezza intrinseca dell’espatriato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jan 2014 09:41:16 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Imparare una lingua straniera costa fatica. E se pensiamo alla fase iniziale di un espatrio – quella in cui uno annaspa furiosamente per, contemporaneamente, imparare la lingua, cercare casa, cercare lavoro e magari crearsi un giro di amicizie o una parvenza di vita sociale – ecco, ho scritto la banalità dell’anno. Chi si è trasferito in un Paese estero da meno di due-tre anni è, mentalmente, <em>sempre stanco</em>.</p>
<p>Cosa succede dopo? La stanchezza passa come per magia? Ci pensavo ieri sera, prima di addormentarmi, e la risposta che mi sono data è un secco <em>no</em>. E non è solo stanchezza: parlare male o maluccio la lingua locale comporta sforzo, ma anche un vago senso di inadeguatezza, di partire sempre svantaggiato, una sorta di pesante palla al piede che ci trasciniamo dietro. Questa stanchezza non scompare un bel giorno per magia, nessuno ti accende la luce di punto in bianco. La paura passa piano piano, su binari paralleli alla competenza linguistica, che si immagina crescere costantemente col passare del tempo. Io, dopo più di tre anni di permanenza a Vienna, e giuro che il Tedesco lo stavo <a title="Ma come parli bene il tedesco!" href="http://www.nonsolosissi.com/ma-come-parli-bene-il-tedesco/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">imparando alla velocità della luce</a>, ancora scrivevo <a title="Tv specchio del Paese?" href="http://www.nonsolosissi.com/tv-specchio-del-paese/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">lettere come questa</a> ad Italians. L’incipit (“è la sera di Ferragosto, fuori un tempo da lupi, qualche linea di febbre – una di quelle serate in cui tutto quello che voglio è ascoltare un po’ di italiano”) è probabilmente incomprensibile a chi non viva in pianta stabile in un Paese in cui si parla una lingua diversa dalla sua lingua madre.</p>
<p>Quanto ci vuole perché passi? Un paio d’anni? Un decennio? Una vita? Non ho una risposta precisa a questa domanda, anche perché il senso di fastidio non dipende solo dalla difficoltà connaturata alla lingua straniera in questione (che so, presumo che ascoltare Spagnolo tutto il giorno sia meno alienante che ascoltare Tedesco), ma posso raccontare un paio di aneddoti che mi riguardano.</p>
<p>I primi anni a Vienna, linguisticamente parlando, sono stati durissimi. A partire dallo shock del<em>Giorno 1</em> quando accesi il computer in ufficio e mi trovai davanti Windows 95 tutto in Tedesco. Per mesi chiamai amici in Italia al telefono facendo domande ridicole</p>
<p>“Marco! Dove trovo i menù per formattare le celle in Excel?”</p>
<p>Marco, cervello fino al quale avevo spiegato il dramma in una lunga email, non rispondeva con pernacchie e sberleffi, ma con indicazioni molto operative</p>
<p>“Allora, terzo menù da sinistra, quarta riga dall’alto”.</p>
<p>A mia gratitudine non conosceva limiti.</p>
<p>La sensazione di essere un pesce rosso che guarda fuori dalla sua boccia era quasi tangibile, specie quando mi ritrovavo attorno ad un tavolino con un paio d colleghi per una pausa caffè, o a pranzo. Spesso annuivo in silenzio quando mi rivolgevano la parola, facendo solo finta di aver capito. O chiedere a Luise di chiamare lei a nome mio la <em>Wien Energie</em> per l’allacciamento della corrente; e i sudori freddi che mi assalivano ogni volta che squillava il telefono sulla scrivania.</p>
<p>Nell’azienda in cui lavoravo i primi anni avevo però un vantaggio, che mitigava questa sensazione di spaesamento. Era un’azienda italiana e la mia posizione richiedeva di comunicare tantissimo con la casa madre. Cosa che io facevo in scioltezza, spesso e volentieri anche per i colleghi che parlavano male l’Italiano. Insomma, faticavo col Tedesco ma mi toglievo anche delle belle soddisfazioni. E questo bilanciare le competenza linguistiche, a suo modo, confortava.</p>
<p>Neanche quattro anni dopo cambiai lavoro. Accettai, come grande sfida, di passare alle vendite come responsabile di zona per una casa automobilistica americana. Questa cosa del responsabile di zona mi puzzava un po’ sin dall’inizio, ma nell’<em>automotive</em> pare che non si possa fare carriera senza fare un giro nelle vendite, e mi dissi</p>
<p>“Bon, proviamo, uno o due anni e poi torno al mio amato marketing”.</p>
<p>In fondo avevo fatto diversi colloqui in Tedesco, alcuni risultati persino in offerte di lavoro. E questi mi avevano assunta ben consapevoli che io non fossi madrelingua (e che parlassi perfettamente l’Italiano non gli interessava affatto).</p>
<p>“Se il mio livello di Tedesco sta bene a loro, figurati se non basta anche a me”.</p>
<p>Dopo aver firmato il contratto, ricordo, mi sembrava di aver ricevuto una medaglia al valore, di aver raggiunto una pietra miliare.</p>
<p>“Guarda come sono stata brava! Dopo un paio d’anni qui già competo sul mercato del lavoro con i madrelingua! Son soddisfazioni.”</p>
<p>Mi sbagliavo. O almeno avevo sottovalutato le difficoltà alle quali sarei andata incontro sul campo.</p>
<p>La zona che mi assegnarono era la Stiria, e mi andò anche bene, che in massimo tre-quattro ore di macchina ero di nuovo a casa mia a Vienna. In Stiria, però, parlano un dialettaccio difficilissimo da capire – suona anche simpatico, ma in pratica non parlano, abbaiano. E nonostante i miei concessionari fossero davvero delle brave persone, e si sforzassero gentilmente di parlare Tedesco e non dialetto con me, non sempre la conversazione era facile e immediata. E io sempre lì ad annaspare, per non far sospettare all’interlocutore che, davvero, non ci avevo capito un tubo. Quando si parla male una lingua, infatti, si corre sempre un po’ il rischio di passare per deficienti. E per un responsabile di zona, che ha spesso direttive sgradevoli da impartire ai concessionari, passare per deficiente non è il massimo. Aggiungiamo poi il fatto che io ero la prima donna responsabile di zona in Austria (non scherzo, ci fecero su addirittura un comunicato stampa) e che lavoravo nell’<em>after sales</em>. Non visitavo quindi solo concessionari di vendita, con le vetrine luccicanti, il buon odore di auto nuova, e il responsabile con il quale parlare in giacca e cravatta. Io visitavo anche officine scalcagnate in paesucoli sperduti, e parlavo col proprietario, che mi allungava la mano da stringere dopo essersela strofinata sommariamente sulla salopette sporca di grasso. Quelli con le <a title="Lasciar andare le cose" href="http://www.nonsolosissi.com/lasciar-andare-le-cose/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">saponette lerce nel bagno</a> di cui parlavo ieri. Non erano tutti accomodanti quando si trovavano di fronte una donna.</p>
<p>Girare tutta la settimana per la Stiria e tornare a casa solo i fine settimana non mi piaceva per niente. Mentre i colleghi inneggiavano alla favolosa libertà della vita sulla strada, a me mancavano la scrivania, la piantina vicino al telefono, la cornice con la foto, la pausa caffè, i colleghi. Io mi sentivo assolutamente persa. Ero inoltre costretta a comunicare tantissimo per telefono, e anche se non mi pigliava più il panico, parlare al telefono ancora richiedeva uno sforzo notevole.</p>
<p>Un mesetto dopo aver iniziato festeggiai il mio compleanno in un pub viennese, e invitai i nuovi colleghi. I quali colleghi, invero persone simpaticissime, mi regalarono un libro di Asterix in dialetto stiriano e un vocabolario tascabile Austriaco-Stiriano. Ricordo ancora che quando scartai il pacchetto l’intero locale scoppiò in una risata di pancia. A me salirono le lacrime agli occhi. Non se ne accorse nessuno, ma in quel preciso istante decisi che avrei lasciato quel lavoro alla prima occasione decente. Ci vollero altri due mesi, che a me sembrarono duemila.</p>
<p>Quando poco dopo iniziai in un’altra azienda, non ebbi più difficoltà insormontabili con la lingua. Perché allora in quell’occasione toppai tanto clamorosamente?</p>
<p>Semplicemente perché lavorare in una lingua straniera è e rimane una fonte di stress. E se il lavoro ti piace, se con i colleghi ti trovi bene, se hai modo di controbilanciare alcuni patemi, la vita ti sorride. Magari arrivi a casa la sera stravolto e per disperazione ti guardi <em>Un medico in famiglia</em>, che con la tv via cavo prendi solo Rai1 e non hai scelta. Magari ogni tanto ti concedi la serata di chiacchiera tra Italiani, magari fai due coccole al gatto. Ma se il lavoro non ti piace, ti senti sola, il tuo gatto è a duecento chilometri, e stasera dormirai nell’ennesimo albergo… io mi addormentavo tutte le sere piangendo. E non era giusto.</p>
<p>Oggi, e da quell’episodio sono passati sette anni, sono convinta sarei in grado di gestire quel lavoro. Non mi piacerebbe, ma resisterei sicuramente ben oltre i tre mesi di allora. Si è accesa la luce? I patemi sono finiti per sempre?</p>
<p>Purtroppo no. Ci sono ancora situazioni in cui il Tedesco mi causa difficoltà. Sono diventate molto rare ma non sono scomparse. L’esempio più classico: i miei amici più cari lo sanno, altri ancora si stupiscono, ma quando la sera siamo in un locale affollato, magari dopo uno o due bicchieri di vino, quando dopo una cert’ora alzano la musica di sottofondo e il vociare si fa sempre più confuso… ecco, io saluto tutti e me ne torno a casa. Semplicemente non ce la faccio più a seguire la conversazione, o mi costa troppa fatica. E in Italiano – sicuro come la morte – manco mi sarei accorta che la musica è diventata più forte.</p>
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		<title>La mia maledetta vena polemica</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Dec 2013 10:00:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Io ho una vena polemica della quale non vado propriamente orgogliosa. La esprimo al meglio – o forse sarebbe più appropriato dire al peggio – su facebook. Ieri, ad esempio. Sotto ad un post nel quale, per gioco, si cercavano parole italiane intraducibili in Tedesco. Era un giochino divertente, e pure abbastanza difficile, dato che&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Io ho una vena polemica della quale non vado propriamente orgogliosa. La esprimo al meglio – o forse sarebbe più appropriato dire <em>al peggio</em> – su facebook. Ieri, ad esempio. Sotto ad un post nel quale, per gioco, si cercavano parole italiane intraducibili in Tedesco.</p>
<p>Era un giochino divertente, e pure abbastanza difficile, dato che la lingua tedesca ha più vocaboli dell’Italiano. È, insomma, molto più facile trovare parole tedesche intraducibili in Italiano che non viceversa. Questa cosa che l’Italiano sia una lingua più povera di vocaboli è andata subito di traverso a un paio di persone. Un sentimento che fa molto onore alla Patria, senza dubbio, ma nella pratica difficile da dimostrare. Impossibile.</p>
<p>Luigi: La lingua italiana è più povera per la gente che non la conosce! Abbiamo un lessico molto forbito. Provate a tradurre <em>esausto</em> in tedesco, tanto per esempio.</p>
<p>Dopo aver rapidamente controllato sullo smartphone la traduzione, ci sono immediatamente <em>andata in puzza</em>. (Eleganti, vero, queste espressioni romanesche?)</p>
<p><em>Esausto</em> in Tedesco si può tradurre in diversi modi: <em>Erschöpft</em>, per esempio, cioè <em>fisicamente al limite delle proprie forze</em>. Più un paio di termini che specificano se la stanchezza sia più di tipo fisico, e nel caso se riguardi i muscoli piuttosto che le ossa, o mentale. Ma anche <em>Alt</em>&#8211;<em>qualcosa</em>. In un campo più tecnico, nel caso per esempio dell’<em>olio</em> <em>esausto</em>, che si traduce <em>Altöl</em>, <em>olio vecchio</em>.</p>
<p>Monica: Caro Luigi, controlla <em>esausto</em> su leo.org e vedrai che in Tedesco ci sono più vocaboli, uno per ogni uso specifico. Ergo: loro sono più ricchi di vocaboli di noi.</p>
<p>Ed ero sicura come la morte di avergli dato il colpo di grazia. Davvero, una spiegazione inattaccabile. Luigi invece non ha mollato l’osso.</p>
<p>Luigi: Ma che dici mai? Per esempio in Tedesco non fanno differenza tra capelli e peli!</p>
<p>E questo è indiscutibile, in Tedesco li chiamano <em>Haare</em> tutti quanti, e se ci tieni a specificare una zona specifica del corpo, la devi aggiungere. Che so, <em>Schamhaar</em> (il pelo del pube). Solo che questa è un’eccezione. E non avevo la minima intenzione di mollare l’osso manco io.</p>
<p>Monica: Ecco, bravissimo! I termini capelli/peli in Tedesco si possono tradurre ma non sono più univoci. Hai controllato la traduzione di <em>esausto</em>? Sei d’accordo adesso?</p>
<p>E qui c’è andato per la prima volta un pochino in puzza anche lui.</p>
<p>Luigi: Io scrivo senza essermi laureato in tuttologia alla Google University! Scrivo ciò che conosco, senza andare a cercarmi apposta gli argomenti.</p>
<p>Monica: Peccato, Luigi.</p>
<p>Luigi: Perché peccato? Scrivo come se fossimo uno di fronte all’altro, magari intorno ad un tavolino del bar. In una discussione reale mica interrompi per cercare qualcosa su internet!</p>
<p>Ci ho visto rosso. No, perché a me capita davvero di cercare qualcosa online durante una conversazione reale. Non tutti i giorni, sia chiaro, ma spesso e volentieri si, soprattutto quando si tratta di questioni facilmente risolvibili. Che so, George Clooney ha girato prima <em>O Brother, Where Art Thou</em> oppure <em>From Dusk Till Down</em>? Esempio vero della settimana scorsa. ZAC! Wikipedia! (e se interessa anche a voi… beh… <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/George_Clooney_filmography" target="_blank" rel="noopener">cliccate qui</a>!)</p>
<p>Monica: Luigi, no certo, hai ragione, di persona non si può. A meno di essere d’accordo e controllare insieme, tipo per tagliare la testa al toro. Anzi, ora che ci penso io lo faccio spesso. Che dici, hai voglia?</p>
<p>Luigi: Quando vuoi!</p>
<p>Monica: Oh che bello! Hai controllato?</p>
<p>Luigi: No, ora non posso perché sto cucinando.</p>
<p>Furbo Luigi, eh? Mi è venuto un attacco di ridarella. Bisogna anche tener presente che questa nostra conversazione semi-privata avveniva mescolata ad una conversazione a cui partecipavano una ventina di persone. Era quindi dispersa tra decine di commenti che con noi non c’entravano niente, ma che proponevano termini potenzialmente intraducibili in Tedesco. Tamarro? Valletta? Stordito? Cervicale? Mazzetta?</p>
<p>Ho avuto una pensata divertentissima. Ho risposto semplicemente</p>
<p>Monica: Paraculo!</p>
<p>(E ci tengo a precisare che per me, romanaccia, il termine <em>paraculo</em> non è completamente negativo, contiene infatti una solida base di <em>simpatico</em> e <em>sveglio</em>). Luigi ha abboccato, ma ho capito subito che non saremmo andati avanti a lungo a bisticciare. È infatti venuta fuori la sua vena gentile. Intendo,<em>più gentile della mia</em>.</p>
<p>Luigi: Ma va là!! Non sono proprio il tipo!</p>
<p>Monica: No, Luigi, che hai capito! Io intendo che il termine <em>paraculo</em> non è traducibile in tedesco!</p>
<p>E pace, sono riuscita a fare la mia battuta, da copione, esattamente come me l’ero immaginata. Ma avevo la sensazione fortissima che Luigi, in piena consapevolezza, mi avesse alzato la palla.</p>
<p>Poi la storia ha preso una piega surreale che mi è piaciuta da impazzire. Mi è arrivato un messaggio privato di Luigi: Mi chiedeva se non fossi per caso io quella che scrive NonSoloSissi, perché lui quel blog lo legge con regolarità e, nel caso, mi faceva tanti complimenti!</p>
<p>Sono andata di là a pitturarmi la lingua di nero.</p>
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		<title>Parla come mangi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2013 09:56:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Allo scadere dei primi cinque anni di residenza in quel di Vienna avevo scritto una lista di motivi per cui secondo me avevo fatto benissimo ad andarmene dall’Italia. A chi interessassero, li trovate qui. Al primo, primissimo posto, avevo messo ho imparato due lingue straniere. Non ho cambiato idea, parlare bene una lingua straniera è&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Allo scadere dei primi cinque anni di residenza in quel di Vienna avevo scritto una lista di motivi per cui secondo me avevo fatto benissimo ad andarmene dall’Italia. A chi interessassero, li trovate <a title="Nove motivi per cui ho fatto bene a lasciare l’Italia (e nove no)" href="http://www.nonsolosissi.com/nove-motivi-per-cui-ho-fatto-bene-a-lasciare-litalia-e-nove-no/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">qui</a>. Al primo, primissimo posto, avevo messo <em>ho imparato due lingue straniere</em>. Non ho cambiato idea, parlare bene una lingua straniera è una soddisfazione che non ti leva nessuno.</p>
<p>All’alba dei dodici anni all’estero, devo comunque riconoscere che il mio Inglese è rimasto più o meno al palo. Lo parlo e lo capisco bene, ma sento sempre un po’ di timore reverenziale di fronte ai madrelingua, e un vago imbarazzo quando sono in UK o USA. Che poi non è forse manco corretto dire che parlo Inglese. Io parlo quell’Inglese internazionale che tutti capiscono ma nessuno apprezza. Credo abbia addirittura un nome… <em>International English</em>, o una roba così.</p>
<p>Il Tedesco invece no, lo parlo davvero bene, con tanto di accento austriaco. E non mi vergogno mai, davvero mai, nemmeno in Germania.</p>
<p>L’altro giorno Lidia, un’amica su facebook, mi ha fatta invece cadere nella disperazione più nera. Io ero bellamente convinta che imparare le lingue straniere fosse sempre cosa buona e giusta, una roba impossibile da criticare, impossibile trovarci difetti. Ho invece realizzato che imparare le lingue straniere ha anche risvolti negativi. Lidia ha postato una domanda apparentemente innocua in un gruppo in cui si ritrovano tanti Italiani che vivono qui:</p>
<p>“Domanda per chi è a Vienna da poco e non parla ancora bene il tedesco. Che stranezze notate nell’italiano di chi è qui da molto tempo?”</p>
<p>Leggere la sfilza di risposte sotto è stato illuminante, divertente e raccapricciante allo stesso tempo. Illuminante perché ho capito che non sono l’unica. <em>Mal comune mezzo gaudio</em> era un proverbio che non mi ha mai convinta troppo, ma offre sempre una certa forma di consolazione. Divertente perché c’è chi fa ben peggio di me, e per continuare con i proverbi inutili, <em>nella vita è sempre questione di paragoni</em>. E offre consolazione anche questo. Raccapricciante perché… beh… davvero… continuate a leggere, vah.</p>
<p>Ecco una breve carrellata degli errori più comuni con cui gli Italiani residenti in un Paese di lingua tedesca infarciscono la propria lingua madre.</p>
<p>Cominciamo con le banali traduzioni letterali:</p>
<ul>
<li><em>Fino</em> invece di <em>entro</em>. “Fino a mercoledì avrò finito la presentazione”</li>
<li><em>Normalmente</em> invece di <em>di solito</em>. “Normalmente di sabato mi sveglio tardi”</li>
<li><em>Si per favore</em> invece di <em>si grazie</em>. “Vuoi un caffè? Si per favore”</li>
<li><em>Avere il compleanno</em> al posto di <em>compiere gli anni</em>. “Oggi Maria ha il compleanno”</li>
<li>Nei negozi chiedere “<em>dove sono le cabine?</em>” al posto di “<em>dove sono i camerini?</em>”</li>
<li><em>Investizione</em> al posto di <em>investimento</em>. “L’investizione per aprire un’azienda in Austria è minima”</li>
<li><em>Scurrile</em> al posto di <em>bizzarro</em>. “Che situazione scurrile!”</li>
<li><em>Prendere un credito</em> al posto di <em>accendere un mutuo</em>. “Per i lavori di ristrutturazione Paola e Francesco hanno preso un bel credito”</li>
<li><em>Scialle</em> al posto di <em>sciarpa</em>. “Mi sono comprata guanti e scialle uguali!”</li>
<li><em>Pratico</em> al posto di<em> tirocinio</em>. “È difficilissimo trovare un pratico da parrucchiere”</li>
<li><em>Carta da visita</em> al posto di biglietto da visita. “Licia ha una carta da visita pacchianissima”</li>
<li><em>Fa senso </em>al posto di<em> ha senso. </em>“Questa frase non fa alcun senso” (!)</li>
<li><em>Come ti piace</em> al posto di <em>quanto ti piace</em>. “Come ti piace la musica jazz?”</li>
<li><em>Provvisione</em> al posto di <em>provvigione</em>. “Non ho più preso l’appartamento, la provvisione era tropo alta”</li>
<li><em>Ammeldare</em>, puro gergo da espatriato post 2004<em>. </em>“Sei già ammeldato?” (che vuol dire, avere o meno l’<em>Anmeldebescheinigung</em>, un documento che permette la residenza a tempo indeterminato all’interno della Comunità Europea).</li>
</ul>
<p>Ci sono poi tanti modi di dire, di costruire le frasi, che con l’Italiano non c’entrano un tubo. Eppure…</p>
<ul>
<li><em>Anche</em> posizionato alla tedesca. “Lui è anche medico” invece di “Anche lui è medico”</li>
<li><em>Oder </em>(<em>oppure</em>) piazzato alla fine di ogni frase come intercalare</li>
<li>Chiedere<em> “possiamo pagare?” </em>al posto di<em> “ci porta il conto?”</em></li>
<li>L’uso fantasioso della preposizione <em>di</em>. “Sarebbe bello di andare a sciare”</li>
<li>Pronunciare <em>oké</em> al posto di <em>okay</em>. “Ci vediamo stasera?” “Oké!”</li>
<li>Pronunciare <em>catastófe</em> a posto di <em>catástrofe</em>. “Quel programma è una catastófe”</li>
<li>Pronunciare <em>papa</em> al posto di <em>papà</em>. Si, proprio come per Papa Francesco, solo intendendo il vecchio genitore.</li>
</ul>
<p>Anche sull’Italiano scritto ci sarebbe poi da filosofeggiare parecchio</p>
<ul>
<li>La tentazione, invero difficile da resistere, di aggiungere un’<em>h</em> dopo la <em>sc</em>. “Il futurismo nasche in Italia”</li>
<li>La tentazione di scrivere i sostantivi con la maiuscola in Italiano. E a questa, francamente, è davvero impossibile resistere. Non faccio manco un esempio, dato che leggete questo blog. Sceglietevi un post a caso. Questo <em>anche</em> va benissimo.</li>
<li>Infarcire le frasi di <em>virgole</em>, sempre e assolutamente per separare le frasi principali dalle secondarie. Idem come sopra.</li>
<li>Usare automaticamente la <em>t</em> al posto della <em>z</em>. “La post-produtione di un film dura mesi”</li>
</ul>
<p>Io, ammetto, sono colpevole. Molto colpevole. Riguardando la sezione traduzione letterale, confesso un 7/15. Per la costruzione fantasiosa della frase, un bel 5/7. Più uno strepitoso 4/4 per lo scritto.</p>
<p>“La cosa più drammatica” scrive Lidia (che invece ‘sti errori non li fa e scrive i nomi delle lingue straniere con la minuscola) “è che l’italiano va in vacca molto prima di raggiungere un buon livello in tedesco. Si rimane invischiati in un’afasia bilingue, incapaci di esprimersi correttamente sia in tedesco che in italiano”.</p>
<p>Avete altri esempi? Magari in altre lingue? Che a me viene in mente solo gli Italiani di stanza a Londra che dicono i <em>vegetali</em> al posto della <em>verdura</em>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS Citazione a parte per<em> “mi froio di vederti” </em>al posto di<em> “sono contento di vederti”. </em>No, perché in Tedesco si dice “<em>Ich freue</em> (pronuncia froie) <em>mich dich zu sehen</em>”, e in Italiano, davvero, non ha alcun senso. Se lo avesse, però, sarebbe sicuramente una parolaccia! Pure piuttosto greve, di quelle, per intenderci, che io non uso e che mi vergogno un attimo pensino a pensarci. Non ci volevo credere, ma questo orrore ha trovato ben tre colpevoli disposti a confessare! Ci tenevo a sottolineare la mia totale estraneità al fatto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Foto: <a href="http://www.google.it">www.google.it</a></p>
<div id="int-nav"></div>
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		<title>Ma come parli bene il tedesco!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 13:38:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensato]]></category>
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		<category><![CDATA[inglese]]></category>
		<category><![CDATA[italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Uno dei rari piaceri della vita è ricevere un complimento sentito, ma soprattutto meritato. Io questo me lo sento ripetere da anni, e continua a farmi un piacere immenso: “Ma come parli bene tedesco!” Perché, ammetto, quando mi dicono “Che bei capelli!” o anche “Ma che bel gatto che hai!”, io sorrido e ringrazio, ben conscia di&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Uno dei rari piaceri della vita è ricevere un complimento <em>sentito,</em> ma soprattutto <em>meritato</em>. Io questo me lo sento ripetere da anni, e continua a farmi un piacere immenso:</p>
<p>“Ma come parli bene tedesco!”</p>
<p>Perché, ammetto, quando mi dicono “Che bei capelli!” o anche “Ma che bel gatto che hai!”, io sorrido e ringrazio, ben conscia di non avere giocato alcun ruolo a riguardo. Per il tedesco invece si, il ruolo l’ho giocato, e pure grosso.</p>
<p>Piccolo antefatto. Ho studiato tedesco al liceo per cinque anni. Non per questo però sono partita avvantaggiata. Appena uscita dal portone della scuola dopo l’esame orale di maturità, in una calda mattina del luglio 1992, piegai la testa di lato e il tedesco che avevo faticosamente imparato cadde tutto per terra. O meglio, dal quel preciso momento in poi non ebbi più nessuna occasione (né interesse) di parlarlo. E visto che il Tedesco non ti aspetta sempre dietro l’angolo, come l’Inglese, pian piano lo dimenticai.</p>
<p>Quando arrivai a Vienna, in una freddissima serata del febbraio 2002, parlavo letteralmente <em>cinque parole</em> di Tedesco. L’azienda per cui lavoravo mi aveva comunicato la destinazione a Vienna con ben quattro giorni di anticipo e io, tra valige, scartoffie e normale orario d’ufficio, avevo contattato un insegnante privato. Che mi insegnò, appunto, a contare fino a cinque.</p>
<p>Una volta arrivata, l’azienda mi pagò un corso privato, tre ore al giorno per un mese. Ricordo ancora che prima di iniziare pensai “Urca! Tempo un mese sarò madrelingua!”. Beata ignoranza. O beata gioventù, fate voi.</p>
<p>Finito il mese avevo imparato:</p>
<ul>
<li>A contare fino a quanto mi pareva;</li>
<li>La coniugazione dell’indicativo presente dei verbi “essere” e “avere”;</li>
<li>I giorni della settimana;</li>
<li>I mesi dell’anno;</li>
<li>I nomi delle verdure di stagione (dietro mia esplicita richiesta).</li>
</ul>
<p>Fine.</p>
<p>In questa fase iniziale, in effetti, speravo ancora di svegliarmi una mattina e, magicamente, ricordarmi quanto imparato a scuola. Aspettavo che il Tedesco mi <em>risalisse</em>, ecco, tipo la sbronza del giorno prima se annusi un goccio d’alcool. Invece, dopo due settimane, ancora nisba. Anzi, cominciai a notare un fenomeno irritante. Spesso mi capitava sotto gli occhi una parola che mi pareva di riconoscere, ero sicura di aver saputo a suo tempo cosa significasse. Ma non avrei potuto ricordarmi la traduzione nemmeno se fosse stata questione di vita o di morte. Ecco, <em>riconoscere le parole senza capirle</em> è un’esperienza estremamente frustrante che non auguro a nessuno, e quando me ne accorsi giurai a me stessa che non avrei mai più dimenticato una lingua straniera.</p>
<p><em>Prima amara constatazione:</em> parlare una lingua straniera non è come andare in bicicletta.</p>
<p>Conclusi quindi che se volevo davvero imparare ‘sta lingua, avrei fatto meglio a rimboccarmi le maniche. Tanto più che la mia pia illusione di riuscire a lavorare tra Italiano e Inglese (ero in un’azienda italiana) si infranse contro un muro di omertà. L’amministratore delegato e il capo del personale parlavano Italiano perfettamente, vero, ma io avevo poco o niente a che fare con loro. I colleghi parlavano Inglese, anche questo vero, ma mediamente peggio di me, e capii in fretta che non volevano lasciarmi questo piccolo vantaggio.</p>
<p>“Vuoi comunicare con noi? Fallo nella nostra lingua.” Questo il velato (ma neanche tanto) messaggio che mi passavano ad ogni meeting, ogni conversazione, ogni pausa caffè.</p>
<p>Bon, comprai una grammatica di medio livello, un televisore, un videoregistratore, e mi tuffai di panza.</p>
<p>La prima fase fu piena di esercizietti completati a matita sul libro e corretti sbirciano le ultime pagine. E di Barbapapà.</p>
<p><em>Seconda amara constatazione:</em> alla grammatica tedesca non si può girare intorno. E se è vero che si può imparare un Inglese decente ignorando la grammatica, col Tedesco, scordatevelo.</p>
<p>Allora, esercizietti grammaticali e Barbapapà. No, non ridete, Barbapapà è una trasmissione assolutamente pedagogica! Pensato apposta per un pubblico di treenni, usa un linguaggio semplicissimo e ben scandito. Luise me lo registrava tutte le mattine e un paio di volte a settimana mi passava le cassette. Che io guardavo religiosamente più volte di seguito, la sera, seduta per terra a gambe incrociate davanti alla TV, con il vocabolario in grembo. A ripensarci mi faccio tenerezza da sola. Passavo anche parecchio tempo con il telecomando in mano, facendo zapping in cerca di pubblicità. Tristissimo lo so, ma gli spot pubblicitari sono corti, si ripetono spesso, e almeno il nome del prodotto e lo slogan sono lì nero su bianco.</p>
<p>“Dai, dai! Passatemi i piselli Igloo un’ultima volta, mi manca solo una parola!”.</p>
<p><em>Terza amara constatazione:</em> il vocabolario che all’inizio ci costruiamo faticosamente è spesso alquanto bizzarro.</p>
<p>Il mio, ad esempio, era infarcito di termini automobilistici imparati per osmosi in ufficio. Imparai prima <em>Gepäckträger</em> (portapacchi) di <em>Weizenmehl</em> (farina di frumento); prima <em>Alufelgen</em> (cerchi in lega) di <em>Röhrenjeans</em> (jeans a sigaretta); prima <em>Mehrwertsteuer</em> (imposta sul valore aggiunto) di<em>Katzenfutter</em> (pappa del gatto). E vi lascio immaginare cosa mi stia più a cuore. E ovviamente<em>Barbatrick!</em> (Barbatrucco!) E questa, sorprendentemente, mi procurò diversi applausi a scena aperta alla macchinetta del caffè. Consiglio caldamente a chiunque si cimenti con una lingua straniera di imparare in fretta una/due boiate. I locali apprezzano molto.</p>
<p>Subito dopo iniziò la fase “Chi vuol essere Milionario?”. Con la domanda lì ben scritta sullo schermo da decifrare con calma, e poi sai esattamente di cosa stanno parlando. So per certo che questo format inglese “Who Wants To Be a Millionaire?” lo guardano tanti stranieri, indipendentemente dalla provenienza e dal paese di destinazione, con lo stesso preciso intento didattico.</p>
<p>La fase seguente, il passaggio alla trasmissione completa, fu ancora più bizzarra. Mi regalarono la cassetta di un film che in Italiano sapevo a memoria, mi pare <em>Il matrimonio del mio migliore amico</em>. Lo guardai fino alla nausea. Poi mi accorsi di una buffa coincidenza. C’era un canale austriaco che passava una serie televisiva americana di poco sfalsata con l’Italia. Così per mesi papà mi registrò le puntate di <em>ER</em> in Italiano, e la mattina dopo correva in posta a spedirmi la videocassetta. Che mi arrivava giusto in tempo per guardare la puntata dopo l’ufficio e subito prima che passasse precisa identica, ma in Tedesco, su ORF1! A ripensarci mi fa tenerezza pure papà.</p>
<p>Gli amici autoctoni mi erano marginalmente d’aiuto. Quasi tutti austriaci, cominciavamo la conversazione sempre in Tedesco, per poi passare all’Inglese quando la faccenda si faceva più complessa. Molto in fretta, in genere.</p>
<p><em>“Guten morgen, Monica, wie geht’s?”</em> (buon giorno, Monica, come stai?)</p>
<p><em>“Sehr gut, danke Luise, und dir?”</em> (bene, grazie Luise, e tu?)</p>
<p><em>“Naja, es geht, gestern hat der Marcus wieder so ein Drama gemacht!”</em></p>
<p>…e zac! Si passava all’inglese.</p>
<p>L’introduzione in Tedesco alla conversazione in Inglese è un classico di questa primissima <em>fase abbecedario</em>. Quella in cui la tua competenza linguistica è talmente scarsa da influenzare, negativamente, il modo in cui ti esprimi. In sostanza, uno dice <em>quello che riesce a dire</em>, al posto di<em>quello che vorrebbe dire</em>. Ah, quanto l’ho odiata questa fase! Perché a volte, ammettiamolo, ci fai anche un po’ la figura del cretino. Per chi ascolta, infatti, ci vogliono dei nervi saldissimi – o ancora meglio una fase abbecedario nel proprio passato – per non confondere la scarsa padronanza della lingua con una generica imbecillità di fondo. Non smetterò mai di ringraziare Hans-L’amico-Buono, al quale i nervi non sono mai saltati, e mi ha sempre parlato in Tedesco, dal primo giorno in cui ci presentarono in ufficio, con una pazienza, perseveranza, quasi testardaggine, che non avrei osato pretendere da mia madre.</p>
<p>Più o meno a questo livello si chiuse il primo anno in Austria. Stanca ma soddisfatta. E certo, alla pausa caffè con i colleghi ancora annuivo sorridendo <em>facendo finta</em> di seguire la conversazione, ancora mi prendevano terribili attacchi d’ansia quando squillava il telefono e rispondevo asciugandomi il sudore sul collo. Ma avevo capito che la battaglia col tedesco, per quanto brutale, per quanto non ancora terminata, l’avrei vinta io.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(…continua)</em></p>
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		<title>Paese che vai… il complesso del fratello minore</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jan 2013 10:10:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Gli Austriaci sono normalmente gente bonaria. Se volete far arrabbiare un Austriaco, arrabbiare di brutto, esiste un metodo rapidissimo e infallibile: dategli del Tedesco. E quando vi correggerà – perché state tranquilli che lo farà – rispondetegli che tanto è la stessa cosa. Et voilà, con il minimo sforzo avrete trasformato un tipo pacioccone, che&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Gli Austriaci sono normalmente gente bonaria. Se volete far arrabbiare un Austriaco, arrabbiare di brutto, esiste un metodo rapidissimo e infallibile: dategli del Tedesco. E quando vi correggerà – perché state tranquilli che lo farà – rispondetegli che tanto è la stessa cosa. Et voilà, con il minimo sforzo avrete trasformato un tipo pacioccone, che probabilmente toglie le etichette dai barattoli vuoti della marmellata per non doverle buttare insieme al vetro trasparente ma riciclarle correttamente con la carta, in un mostro urlante. La trasformazione è talmente rapida e violenta da risultare quasi divertente.</p>
<p>La rivalità tra Austria e Germania è uno dei tre classici argomenti da ascensore, insieme al tempo (troppo freddo) e all’ultima puntata di X-Factor. Nessun Austriaco ne è immune, nemmeno quelli sposati da decenni con un Tedesco o una Tedesca.</p>
<p>Ora, bisogna tener presente che l’Austria, nonostante sia un Paese molto ricco e – pare – uno dei pochi che stanno reggendo decentemente alla crisi, è pur sempre un Paese con 8,5 milioni di abitanti. Praticamente un quartiere di Londra. Alla luce di questo, dalla rivalità con la Germania ne esce spesso con le ossa rotte. O almeno un occhio nero.</p>
<p>Gli Austriaci però non demordono.</p>
<p>Dopo aver addirittura cercato di farsi passare per povere vittime dei nazisti durante la seconda guerra mondiale – operazione fallita miseramente – non perdono occasione di fare confronti, un po’ come i ragazzini delle medie nudi sotto la doccia. Ed esattamente come per gli adolescenti, il risultato del confronto non è una questione di mere <em>dimensioni</em>, ma piuttosto di <em>amor proprio</em>.</p>
<p>Ci sono invero alcune differenze sostanziali tra Austria e Germania, che sarebbe disonesto sottovalutarle. E che sono alla base di lunghe diatribe.</p>
<p>La prima grossa differenza è ovviamente la lingua. Tedesco in entrambe i casi, ma con una pronuncia differente e un vocabolario leggermente diverso. Un po’ come l’inglese americano e l’inglese britannico. Gli Austriaci hanno una pronuncia decisamente più morbida, anche se all’orecchio di chi non la parla suonano arrabbiati precisi uguali ai Tedeschi. Gli Austriaci amano poi creare il diminutivo delle parole con una desinenza diversa da quella usata in Germania, e il risultato – morbidissimo, per carità – suona vagamente ridicolo.</p>
<p>Questo, in aggiunta ai vocaboli assolutamente fuori moda che gli Austriaci adorano usare correntemente, suscita spesso risate sguaiate dei Tedeschi in visita. E come dargli torto? Nei negozi e negli alberghi viennesi è abbastanza normale per una donna venire apostrofata con un<em>gnädige Frau</em>. Il vocabolario traduce con <em>gentilissima signora</em> ma la verità è un’altra… <em>gnädig</em>significa piuttosto <em>piena di grazia</em> e al di fuori di una chiesa, durante la messa solenne, suona effettivamente ridicolo. I tedeschi hanno l’impressione di essere stati catapultati alla corte della principessa Sissi e si divertono un mondo</p>
<p>La seconda differenza impossibile da ignorare è che i Tedeschi sanno giocare a calcio, mentre gli Austriaci no. Ciò nonostante gli Austriaci sono dei grandi appassionati di pallone, e non perdono occasione per incassare una bella mazzata. Questa ostinazione per il calcio è una roba che, sinceramente, ancora non riesco a spiegarmi.</p>
<p>Prima vi ho spiegato come far arrabbiare un Austriaco. Ecco ora il metodo altrettanto infallibile per farlo sorridere d’orgoglio. Sussurrategli una sola parola: <em>Cordoba</em>. Scattano tutti come bracchi che hanno visto un’anatra.</p>
<p>L’aneddoto, che pare quasi pensato apposta per spiegare il significato del termine <em>Schadenfreude</em>(il piacere di vedere qualcosa di brutto accadere ad altri), è famosissimo in Austria, credo anzi faccia parte del programma di studio delle elementari. Secondo girone dei mondiali di calcio in Argentina, correva l’anno 1978 (gli Austriaci hanno la memoria lunga), quattro squadre si giocano l’ingresso in finale, Italia, Olanda, Germania e Austria. L’Austria invero era già matematicamente eliminata e aveva addirittura già prenotato i posti per il volo di ritorno. Italia e Olanda ai primi posti, la Germania che ha sempre solo pareggiato deve vincere o pareggiare con l’Austria per sperare nella finale o nella finale per il terzo posto. A pochi minuti dalla fine il punteggio è 2-2 e la Germania seconda in classifica, l’Olanda prima e l’Italia prepara le valigie. Poi accade quello che, a seconda dei punti di vista, si chiama <em>Miracolo</em> oppure <em>Vergogna</em> <em>di Cordoba</em>. L’Austria segna, l’Italia avanza e la Germania a casa.</p>
<p>Ora, al di là dell’italianissimo <em>grazie</em> che mi esce spontaneo, vi prego di notare la malignità di voler chiamare <em>miracolo</em> una storia in cui l’Austria non ci ha guadagnato un bel niente, se non il doversi stringere in aereo per fare posto ai cugini bistrattati. Storia vera, anche se pare che durante il volo non si siano menati ma solo tenuti un po’ il muso.</p>
<p>E poi la cucina austriaca è più buona, le donne austriache più eleganti, le montagne più alte, i laghi più blu, il cielo più azzurro, le mucche più felici, il latte più bianco.</p>
<p>Addirittura un paio d’anni fa ci furono titoloni su tutti i giornali quando gli immigrati tedeschi superarono di numero quelli dalla Turchia. L’ego austriaco si gonfia a dismisura all’idea  che i tedeschi vengano a cercare lavoro qui – son soddisfazioni, queste si di quelle vere.</p>
<p>La cosa più buffa di questa rivalità, però, è che i Tedeschi ancora non se ne sono accorti.</p>
<p>Perché a chiedere ad un Austriaco pare che l’unico metro di paragone della vita intera sia il confronto con i cugini teutonici. Più volte invece ho provato a chiedere ad un Tedesco cosa ne pensasse di questa competizione. Prima, in genere, mi chiedono di ripetere la domanda, accidenti al mio accento austriaco. Poi inclinano il capo da un lato con fare interrogativo e rispondono:</p>
<p>“Uh?”</p>
<p>Se poi incalzo con l’immancabile</p>
<p>“Cordoba?”</p>
<p>mi rispondono semplicemente:</p>
<p>“Cordo-che??”</p>
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		<title>L’arrabbiatura che dura vent’anni</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Dec 2012 10:36:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Ho sempre creduto – in buona fede – di essere una persona incapace di serbare rancore. Pensare che ho serie difficoltà anche a tenere il muso al Fidanzato Asburgico per più di un’ora. Tra scuola, lavoro, amicizie ed ex-fidanzati, all’alba dei quarant’anni avrei spergiurato che le persone che mi stanno sonoramente e irrimediabilmente sulle balle&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Ho sempre creduto – in buona fede – di essere una persona incapace di serbare rancore. Pensare che ho serie difficoltà anche a tenere il muso al Fidanzato Asburgico per più di un’ora. Tra scuola, lavoro, amicizie ed ex-fidanzati, all’alba dei quarant’anni avrei spergiurato che le persone che mi stanno sonoramente e irrimediabilmente sulle balle fossero al massimo due o tre.</p>
<p>Ieri invece questa pia convinzione è crollata miseramente. È bastato un messaggino elettronico e non ne vado orgogliosa.</p>
<p>Oggi si stenta a crederlo, ma da ragazzina ero una delle persone più insicure della terra. Non so spiegare come o quando sia avvenuta la trasformazione in questo estenuante grillo parlante che sono ora, con un’opinione precisa su tutto e tutti, ma tra il 1992 – anno in cui ho fatto l’esame di maturità – ed oggi qualcosa deve essere successo.</p>
<p>Nella primavera del 1991, ero in quarta liceo, successe un episodio emblematico. La professoressa di tedesco commise un errore nel segnare un voto sul registro e mi provocò un sacco di guai. Un paio di antefatti sono necessari per spiegare cosa sia successo.</p>
<p>A memoria d’uomo Frau Taubstumm era l’insegnate storica di tedesco del mio liceo. Storica in quanto era già ben oltre l’età pensionabile e si vociferava che per continuare ad insegnare avesse ottenuto un permesso speciale del Ministero della Pubblica Istruzione. Era un donnino a suo modo anche simpatico, anche se l’età avanzata non era propriamente un vantaggio per noi studenti. Il libro di testo non aveva disegnini e fumetti con le conversazioni bensì una copertina argentata con l’aquila asburgica. Prima edizione, sospetto, 1936. Era pieno di tabelle con le declinazioni, preciso uguale quello di latino, e esercizi di lettura anche in caratteri gotici. Tanto per informazione, nel 1991 insegnare a leggere in gotico era obsoleto persino in Germania. Le liste di vocaboli contenevano perle tipo: <em>pennino</em> e <em>calamaio</em>, <em>calesse</em>, <em>sottogonna</em>. Il mio preferito era <em>fanciullo</em>. La prima volta che andai in Germania credevano fossi appena sbarcata con la macchina del tempo e avessi imparato il tedesco alla corte della principessa Sissi.</p>
<p>Frau Taubstumm era convinta che la generazione dei suoi alunni fosse assolutamente e irrimediabilmente debosciata. Ci chiamava apertamente <em>patate lesse</em> e <em>mollaccioni</em> mentre ci raccontava con orgoglio che lei andava a scuola con i geloni alle mani e portava anche la mela alla maestra. Frau Taubstumm era anche decisamente sorda e cercava di leggere le labbra dell’alunno interrogato senza farsi accorgere. Esistevano vari modi per fregarla. Il più semplice era girare leggermente la testa mentre si pronunciava la desinenza finale, e infatti gli studenti di Frau Taubstumm hanno imparato tutti a parlare un po’ come le <em>Sturmtruppen</em>. La più spavalda era Anna, madre di Trondheim e bilingue, che parlava spudoratamente in norvegese passandolo per tedesco. Frau Taubstumm non è mai riuscita a capire esattamente cosa non andasse, ma Anna non le è mai piaciuta troppo. Mai più di un 6 stiracchiato.</p>
<p>Un altro che non le piaceva per niente era Luigi, che più che spavaldo era un povero somarello. Non venne mai bocciato, ma ogni santa estate si  portava italiano, matematica, latino e tedesco a settembre. Non riesco a immaginare che vita d’inferno siano stati cinque anni di liceo per lui.</p>
<p>Luigi, e qui veniamo al mio aneddoto, era la riga sopra di me nel registro di classe. In quarta liceo, all’inizio del secondo quadrimestre, Frau Taubstumm, che portava anche degli occhiali spessi come ghiaccio artico, scrisse sulla mia riga un bel 4 di Luigi. All’interrogazione successiva, quando Frau Taubstumm mi disse “Eh! Hai un 4 da recuperare!” caddi dal pero. La piccola Sherlock Holmes in me risolse il mistero abbastanza velocemente e reagì nel modo più sbagliato possibile.</p>
<p>Ora, io un pochino mollacciona lo ero davvero, peggio ancora shakerato con quel rigore morale che solo un adolescente liceale può avere. E quindi, capito il fattaccio della riga sbagliata, mi misi in testa che quel 4 per me era un bazzecola, Frau Taubstumm alla fine dell’interrogazione ci avrebbe scritto accanto il solito 8 e fine della storia. Quindi per risparmiare al povero Luigi ulteriori guai, e magari una materia a settembre, non dissi niente. Non mi lamentai con la professoressa, non lo raccontai ai miei genitori, non lo dissi nemmeno al diretto interessato. Era una specie di segreto eroico che conservavo gelosamente. Quasi scoppiavo d’orgoglio. (Per puro amor di cronaca, Luigi al compito in classe successivo prese un 3 secco e portò tedesco a settembre.)</p>
<p>Purtroppo Frau Taubstumm aveva ormai deciso che ero un asino anch’io e che meritavo di essere rimandata a settembre. Non ci fu più verso di farle cambiare idea. Interrogazioni per cui prima prendevo 7½ erano improvvisamente meno che mediocri. Compiti in classe da 8 mi tornavano indietro pieni di segnacci rossi e blu.</p>
<p>Ora, tranne che in quarta liceo, io ho sempre avuto la media dell’8 e meno di un 7 nelle materie che non mi piacevano non l’avevo mai preso. Ero insomma uno di quegli studenti modello che i professori ti dicono non c’è bisogno che mamma venga all’orario di ricevimento. O che da fine maggio puoi stare a casa così facciamo le interrogazioni a chi ne ha bisogno per migliorare la pagella. Un 4 e la minaccia degli esami di riparazione era decisamente l’affronto più grande che avessi mai subito in vita mia.</p>
<p>Allo scrutino di fine anno, l’annuncio di Frau Taubstumm della sua intenzione di volermi rimandare provocò tra gli altri professori una gran commozione. Quasi una sommossa. Che tra l’altro era finalmente venuta l’ora della pensione e Frau Taubstumm non ci sarebbe nemmeno più stata agli esami di riparazione. Il professore di chimica e biologia prese le mie difese e propose di abbassare il 9 in chimica ad un misero 6, in cambio della sufficienza in tedesco. Frau Taubstumm accettò a denti stretti e io ricevetti la pagella più infamante della mia carriera. Ancora brucia un po’.</p>
<p>Ieri mi è arrivato un messaggio via facebook. Una compagna del liceo mi informa che Frau Taubstumm è morta e alcuni vecchi compagni di scuola stanno organizzando una borsa di studio in suo nome, se voglio partecipare con una donazione.</p>
<p>Quanto rapidamente il nostro cervello riesce ad elaborare un’informazione? Velocissimo, vi assicuro. Io nel giro di mezzo secondo ho realizzato che:</p>
<ul>
<li>2012-1991 fa 21 e quindi Frau Taubstumm è campata fino a quasi cent’anni;</li>
<li>A ventuno anni di distanza l’aneddoto di cui sopra brucia ancora;</li>
<li>La memoria di Frau Taubstumm e il meritevole studente che riceverà la borsa di studio (priva del mio contributo) possono andare clamorosamente a quel paese;</li>
<li>Quando morirò andrò all’inferno. Meritatamente.</li>
</ul>
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		<title>Tagesmutter: intraducibile in italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 13:36:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italians]]></category>
		<category><![CDATA[Monica Mel]]></category>
		<category><![CDATA[Nonsolosissi]]></category>
		<category><![CDATA[tedesco]]></category>
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<p>Caro Beppe e cari Italians,</p>
<p>imparare bene una lingua straniera è un processo lungo e faticoso e ogni tanto si trovano imprevisti bizzarri. Paese che vai usanza che trovi, non tutte le parole straniere sono traducibili in Italiano e viceversa. Spesso queste parole sono interessantissime, perché rispecchiano modi di pensare profondamente diversi. Alcuni esempi Italiano/Tedesco: “Valletta” – il vocabolario (leo.de) traduce con “Assistentin”, ma quella ce l’ha anche il capufficio. Porta la busta al presentatore non ha, nei paesi di lingua tedesca, ancora raggiunto il rango di professione a se stante. “Condono edilizio” – condono si traduce “Straferlass”, come “amnistia”. Ma con Straferlass non si rende l’idea del bizzarro fenomeno di costruire abusivamente sapendo in anticipo che si potrà legalizzare. Un piccolo obbrobrio gastronomici austriaco è “Pizzakäse” – “formaggio per la pizza”, una roba misteriosa, dato che la mozzarella si chiama mozzarella anche in tedesco. “Geisterfahrer” – letteralmente “guidatore fantasma”, è “l’automobilista che viaggia contromano”. La combinazione di autostrade senza caselli e di una patente di guida a vita, che non va rinnovata dopo un tot di anni, ha la conseguenza drammatica che le persone molto anziane si ritrovino sulla corsia sbagliata. Talmente spesso da meritare un macabro nome proprio. Tagesmutter – traduzione (reggetevi forte) “signora che dietro compenso accudisce i bambini di genitori che lavorano”. In Italiano un concetto astruso, da esprimere con un lungo giro di parole. In Tedesco un’istituzione geniale e semplicissima. Io lavoro, tu no? Baderesti anche al mio bambino cinque pomeriggi alla settimana? Bene, grazie! Tagesmutter! Saluti da Vienna,</p>
<div><span class="autore">Monica Mel</span></div>
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		<title>Le tragicomiche avventure con l’austrotedesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 13:45:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Monica Mel]]></category>
		<category><![CDATA[Nonsolosissi]]></category>
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		<category><![CDATA[Trapattoni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p><em>Originariamente pubblicato su <a href="http://italians.corriere.it/2010/03/27/le-tragicomiche-avventure-con-l%E2%80%99austrotedesco/?search=1" target="_blank" rel="noopener">Italians il 27.03.2010</a></em></p>
<p>Caro Beppe e cari Italians,</p>
<p>alla pizza C ho avuto la conferma che, contrariamente allo stereotipo galoppante, gli Italians parlano le lingue straniere benissimo. Ma quanto ci hanno messo a impararle? Ogni lingua ha i suoi trabocchetti, e all’inizio ci siamo cascati tutti, con risultati a volte esilaranti. Prendiamo il tedesco (o meglio l’austriaco). La frutta e la verdura, ad esempio, possono diventare pericolosi. Perché Paprika in tedesco è il peperone, mentre il peperoncino è Pfefferoni – e buona fortuna al mercato. O i nomi dei frutti di bosco, difficilissimi, ma che finiscono tutti con beeren (Blaubeere – mirtillo, Heidelbeere – quello rosso, Preiselbeere – quello nero, Johannisbeere – ribes, Stachelbeere – uva spina, Brombeere – mora). O le ferocissime battaglie contro gli Umlaut ä, ö, ü (tutte perse) per i quali immagino sia necessario sviluppare gli apparati fonetici in tenerissima età. Quando i colleghi si accorsero che non riuscivo a pronunciarli, diventai l’anima comica di ogni pausa caffè. Ripetendo, senza motivo, Glühwürmchen (lucciola). O quando mi misi in testa che Rendezvous (facile da pronunciare, randevù) significasse appuntamento. Invece significa appuntamento galante; amici e conoscenti ritennero per mesi che io avessi una vita sentimentale movimentatissima. Un bel giorno un’anima pia mi spiegò che in ufficio si dice Termin e con gli amici Treffen (e io diventai rossa come una Paprika). O quando per un paio di settimane feci la lavatrice solo con l’ammorbidente (Weichspülmittel) ma senza detersivo (Waschmittel). Che diamine, sulla bottiglia c’erano disegnati dei vestiti. L’italiano che voglia risultare simpatico, comunque, ha un’arma invincibile. Al posto che dire «ich bin fertig» (ho finito, ma letteralmente sono finito) dica «ich habe fertig». Ringrazi poi Trapattoni e la leggendaria intervista (quella di Strunz per intenderci, che in Italia è nota per l’infelice cognome del giocatore). Il successo è assicurato. Saluti da Vienna,</p>
<div><span class="autore">Monica Mel</span></div>
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