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	<description>Diario semi-vero di unItaliana a Vienna</description>
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		<title>Ein Ei 4 Minuten</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2013 14:01:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Ogni famiglia ha le sue tradizioni e i suoi vezzi linguistici. Basta un papà nato in una regione un po’ lontana perché la lingua parlata in casa si infarcisca di espressioni dialettali incomprensibili agli estranei. O, come nel mio caso, una nonna emigrata in Svizzera tanti anni fa, per condire il nostro Italiano casalingo con una presa di<em>Schwiizertüütsch</em>, lo Svizzero Tedesco che tanto fa scompisciare dalle risate Tedeschi e Austriaci. A casa mia, a titolo di esempio, quando uno è al bagno e da fuori gli battono i pugni sulla porta, gridiamo tutti “beseeez!” (<em>besetzt</em> = occupato). E l’uovo sodo si chiama “<em>ein ei vier minuten</em>” (l’uovo da quattro minuti).</p>
<p>Il Fidanzato Asburgico fa delle uova sode da urlo. Il bianco bello cotto, il tuorlo leggermente liquido, il guscio perfetto. Non ci avevo mai fatto caso, ma il piccolo miracolo gli riesce ogni santa volta. Ieri sera, incuriosita, gli ho chiesto come faccia.</p>
<p>È caduto dal pero.</p>
<p>“Ma come? <em>Ein Ei vier Minuten!</em> – Cotto 4 minuti, e passa la paura!”</p>
<p>Mi sono un poco irritata.</p>
<p>“Certo! Cotto quattro minuti! Lo sanno anche le pietre, ma 4 minuti contati da quando?”</p>
<p>“Come da quando? Da quando bolle l’acqua, principessa.”</p>
<p>“Ah. E l’uovo?”</p>
<p>“L’uovo? L’uovo si mette nell’acqua!”</p>
<p>“Aaarghh! Certo che l’uovo si mette nell’acqua! Ma quando?”</p>
<p>“Principessa, ma che domande mi fai? Quando bolle!”</p>
<p>“E i quattro minuti?”</p>
<p>…</p>
<p>Siamo andati avanti per un po’.</p>
<p>È arrivato il momento di chiarire, per chi non l’avesse già capito, che <em>io le uova sode non le so fare</em>. So fare la maionese, l’anatra ripiena di castagne, i bignè, il branzino in crosta di sale, il risotto più buono della terra… ma non l’uovo sodo. E la colpa è tutta di mia mamma.</p>
<p>Ora, dato che mamma legge questo blog, e prima che si offenda come un gatto, credo sia opportuno spiegare questa affermazione. Comincio, come faccio spesso, con un aneddoto della mia infanzia.</p>
<p>È un inizio di primavera a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Io e mia mamma siamo in cucina che ci accingiamo ad espletare il piccolo rituale Italo-Svizzero di colorare le uova sode per Pasqua. Mamma – come tutti gli anni – inizia cucinando un pentolone di uova. Le quali uova – come tutti gli anni – risulteranno impossibili da colorare in quanto per la maggior parte spaccate e grondanti filamenti bianchi. Una schifezza.</p>
<p>Chissà, forse quell’anno ero in una fase inquisitoria della mia crescita, o forse avevo appena visto una qualche puntata di <em>Quark</em> in televisione, fatto sta che quell’anno mi azzardai a formulare la madre di tutte le domande:</p>
<p>“Perché le uova escono tutte rotte, mamma?”</p>
<p>Mamma non si scompose neanche un secondo.</p>
<p>“Perché a buttare le uova fredde nell’acqua bollente, il guscio si spacca a causa della differenza di temperatura tra uovo e acqua.”</p>
<p>Non so spiegare perché, a questo punto, non chiesi come mai non le avesse messe nell’acqua<em>fredda</em>. Probabilmente ero distratta da questa spiegazione inaspettata. E interessantissima.</p>
<p>Ricordo infatti che nella mia testa si accese una lampadina, come in un fumetto di Topolino:</p>
<p>“Wow! Una spiegazione basata su leggi fisiche! Che figata! Questa me la devo segnare!”</p>
<p>E infatti me la sono segnata. Per un lungo, lunghissimo periodo. Fino a ieri sera, in effetti.</p>
<p>No, perché questa storia che le uova non vadano buttate nell’acqua bollente me la porto dietro da decenni. Da prima di provare a <em>cucinare un uovo</em>, da prima che mi sorgesse un qualsiasi vago interesse per l’attività di <em>mangiare un uovo</em>, da prima, effettivamente, di raggiungere una statura adeguata per <em>arrivare ai fornelli</em>. Una sorta di imprinting naturale, lo stesso per cui gli anatroccoli poi seguono chiunque indossi certi stivali di gomma gialli.</p>
<p>Non che non sia padrona della teoria, eh. Ma una cosa è la teoria, ben altra la pratica. Che altrimenti basterebbe leggere un libro per imparare a sciare.</p>
<p><em>Ein ei vier minuten</em>, 4 minuti per l’ovo perfetto. Grazie, ma 4 minuti da quando? La cosa più ovvia sarebbe da quando bolle l’acqua, una di quelle questioni sulle quali nemmeno ci si interroga. L’acqua bolle, tu ci butti dentro l’uovo, e carichi il timer. Vero? Sbagliato! Perché la mamma mi ha spiegato (<em>e ampiamente dimostrato</em>) il motivo per cui questa procedura è pericolosissima. Si basa addirittura su un principio fisico, e con la fisica non si scherza!</p>
<p>E io, che con la fisica non ci scherzo nemmeno per scherzo, mai mi azzarderei a buttare un uovo freddo nell’acqua bollente. Mai. In mancanza però di un piano alternativo altrettanto cristallino del<em>acqua che bolle-uovo-4 minuti</em>, ogni volta inizio un balletto estenuante. E sempre diverso, perché l’uovo perfetto – sigh – non mi è ancora riuscito.</p>
<p>Col passare degli anni ho provato e riprovato diverse mosse, e pure in diverse combinazioni:</p>
<p>&#8211;      Mettere sul fuoco acqua fredda con dentro l’uovo, in modo che si scaldi pian piano;</p>
<p>&#8211;      Mettere sul fuoco acqua calda dal rubinetto, con dentro l’uovo freddo;</p>
<p>&#8211;      Togliere l’uovo dal frigo per tempo, in modo che raggiunga temperatura ambiente prima di iniziare;</p>
<p>&#8211;      4 minuti da quando bolle l’acqua;</p>
<p>&#8211;      4 minuti da quando ho messo l’uovo nell’acqua;</p>
<p>&#8211;      1-2 minuti in più o in meno per bilanciare l’uovo freddo, l’acqua calda, il pentolino piccolo, il ventaccio che tira fuori…</p>
<p>Insomma, per cuocere ‘ste benedette uova sode io non sapevo più cosa inventarmi. Fino a quando, all’alba dei 40 anni, non ho osato mettere in discussione il mantra <em>non si buttano le uova fredde nell’acqua bollente</em>. Meglio tardi che mai.</p>
<p>Ora, immaginiamo per un attimo se mamma, in quel primo pomeriggio del 1979, avesse risposto la verità:</p>
<p>“Perché le uova escono tutte rotte, mamma?”</p>
<p>“Si spaccano tutte, le bastarde, perché io non so cucinare! Capito? E non mi piace nemmeno! ‘Ste uova le coloriamo solo perché é divertente. E perché, nel 1979 a Formello, le uova colorate fanno anche un poco esotico…”</p>
<p>Morale della storia: Cari genitori, mai dare una risposta inventata ai figli se non sapete quella vera! Le conseguenze, per quanto di la da venire, potrebbero essere devastanti…</p>
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		<title>La pasta con le sarde</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Mar 2013 14:08:03 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Nel gruppo gastro-letterario di cui faccio parte su facebook ci sono due regine indiscusse (almeno nella mia fantasia). Una di loro è Ginevra, la nostra regina ai fornelli.</p>
<p>Facebook produce fenomeni strani e interessanti. E la bravura di Ginevra è indiscussa, nonostante io non abbia mai mangiato nemmeno un uovo al tegamino cucinato da lei. Io Ginevra l’ho vista – letteralmente – solo in foto. Non importa, lei è la più brava, e io ci credo ciecamente – credo si chiami <em>fiducia per interposta persona</em>.</p>
<p>Ginevra è una figura imperscrutabile, di una gentilezza squisita, con un senso dell’umorismo raffinatissimo, e di una modestia assurda. No, perché a chiederle un parere su un tema qualunque, lei risponde sempre esitante: “mah, sai, io non ci capisco niente, mi intendo solo di cucina!”. E una le potrebbe anche credere, se venti minuti dopo non rispondesse ad una richiesta d’aiuto con la traduzione in francese di una frase dalla sintassi complicatissima. Ginevra infatti è l’esatto contrario di una povera scema e in teoria dovrebbe avere un ego grande come una casa. Madrelingua in italiano, inglese e francese, ha una piccola famiglia che le vuole un mondo di bene, lavora a tempo pieno, ha mille interessi. Una donna, un mistero; devo organizzarmi in fretta per incontrarla di persona.</p>
<p>Tra le qualità che più ammiro in Ginevra, c’è la perseveranza di cucinare qualcosa di nuovo quasi ogni giorno. Come sempre apprezziamo molto negli altri le qualità che ci sembra manchino a noi. Io, infatti, quando trovo una ricetta che mi piace, la cucino senza sosta per settimane, fino a che non ci esce dagli occhi e il Fidanzato Asburgico mi implora di piantarla. Solo allora la smetto, e poi dimentico la ricetta per anni. O anche per sempre.</p>
<p>L’altra mattina Ginevra ha postato la foto di un piatto di pasta che aveva preparato la sera prima. A voler essere del tutto onesti, dalla foto non pareva particolarmente ghiotto. <em>Pasta con le sarde</em>recitava il testo. Mi sono incuriosita, perché era un giorno infrasettimanale e nemmeno la fortissima Ginevra poteva aver avuto il tempo di lavare, pulire, infarinare e friggere le sarde, per poi<em>cominciare</em> a preparare la pasta, e servire un pelo prima delle sette e mezza. Perché Ginevra non piazza mai il marito sul divano alle otto e un quarto con un bicchiere di vino bianco e non gli dice “stai buono lì e aspetta, ora preparo la cena, un’ora e mezza e passa la paura”. Loro mangiano ad orari civili.</p>
<p>“Come l’hai preparata?”</p>
<p>“È una variante veloce ed economica, con olio, cipolla, capperi, prezzemolo, sardine in scatola e il pangrattato tostato nell’olio”.</p>
<p>Ho drizzato le orecchie come un bracco. La pasta con le sarde l’ho mangiata l’ultima volta nell’estate del 2011 in Sicilia, e da allora provo un pizzico di malinconia ogni volta che ci ripenso. E se qualcuno storce il naso all’idea di sostituire pesce fresco con pesce in scatola, ve lo dico subito:<em>questo e altro, </em>dopo undici anni in Austria!</p>
<p>La foto di Ginevra non era un granché, ma il semplice fatto che la ricetta uscisse dalla sua cucina è una garanzia di qualità. Più tardi ho fatto una breve chiacchierata al telefono con mia mamma e le ho raccontato della pasta con le sarde dei poveri. L’idea di sostituire due ore di lavoro su pesci morti con una scatoletta dall’apertura a strappo ha affascinato immediatamente anche lei. Ho dovuto promettere di farle sapere come fosse venuta la pasta. “In settimana la provo anch’io per papà”.</p>
<p>Appena uscita dal lavoro sono corsa al supermercato a comprare le sardine.</p>
<p>Entrata in casa ho trovato il Fidanzato Asburgico che lavorava come un forsennato davanti al computer. Aveva ancora su i pantaloni del pigiama, i capelli spettinati, gli occhi cerchiati di rosso, la barba lunga e si era dimenticato di mangiare tutto il giorno. Gli ho fatto una carezza sulla testa e gli ho detto “ti preparo un piattone di pasta!”. Mi ha guardata e il suo viso stravolto si è aperto in un sorrisone innocente. Non ha aperto bocca, ma non me la sono presa. Conosco il mio pollo e probabilmente aveva solo paura di perdere i filo logico di quello che stava facendo. Il Fidanzato Asburgico adora la pasta, sempre.</p>
<p>Quando era quasi pronto ho gridato dalla cucina “Tesoro! Cinque minuti!”. Il Fidanzato Asburgico, che nel frattempo si era passato una mano tra i capelli a aveva infilato un paio di jeans, è comparso in soggiorno e ha chiesto cosa stessi preparando. “Pasta con le sardine in scatola” ho risposto sovrappensiero. Il suo sguardo perplesso mi ha offesa un po’, ho quindi aggiunto in fretta “È una ricetta di Ginevra!”. Il Fidanzato Asburgcio ha sentito parlare parecchio delle ricette di Ginevra, e si è subito tranquillizzato.</p>
<p><em>La pasta con le sarde dei poveri</em> è venuta fuori una meraviglia. Come poteva essere diversamente? Non sarà una <a href="http://www.nonsolosissi.com/sfrigola-baby-sfrigola/" target="_blank">ricetta olimpica</a>, ma sicuramente è assunta tra le ricette standard per la pasta, da cucinare quando non ho un’idea migliore. Da aggiungere quindi al classico sugo cipolle e pomodoro, all’aglio e olio bastardo della nonna (con aggiunta di alici sott’olio e un chilo di prezzemolo), e agli spaghetti saltati in padella con uno spiccio d’aglio e una manciata d pomodorini Pachino.</p>
<p>A parte il ciuffo di prezzemolo, infatti, per preparare la pasta con le sarde dei poveri non serve andare al supermercato con una lista della spesa lunga un metro. Pasta, olio, sale, capperi, tutto a norma in dispensa. E a organizzarsi con due scatole di sardine il gioco è fatto.</p>
<p>Unico difetto che ho trovato in questa ricetta è che bisogna sporcare <em>due</em> padelle, una grande dove preparare il sugo e saltare gli spaghetti, e una piccola per il pangrattato. Per amore di onestà aggiungo che in compenso non si sporca la grattugia del parmigiano, e che la padella per il pangrattato può essere tranquillamente un padellino minuscolo, tipo quello in fondo allo scaffale, che è tanto carino ma non so mai bene cosa farne.</p>
<p>Un altro dettaglio che probabilmente non piacerà a mamma è che per preparare questa ricetta ci vuole un litro d’olio. Sospetto non la farà mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>EPILOGO: Finito di mangiare – un attimo prima delle dieci – ho ovviamente postato la foto della mia creazione sul gruppo facebook. Immaginate il mio dispiacere quando, al posto del giubilo che ero convinta mi spettasse di diritto, sono stati lì tutti a disquisire mezz’ora sul pangrattato che sembrava ragù!</p>
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		<title>Un menù che è la fine del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Dec 2012 10:24:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> L’altra sera il Fidanzato Asburgico ed io abbiamo avuto un’idea divertentissima: preparare una bella cena con tutti i nostri piatti preferiti per noi e per gli amici più cari, da invitare giovedì sera. Perché, come ha spiegato benissimo il Fidanzato Asburgico “Il giorno dopo è la fine del mondo e non dobbiamo nemmeno lavare i&#8230;]]></description>
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<p>“Il giorno dopo è la fine del mondo e non dobbiamo nemmeno lavare i piatti”.</p>
<p>A me questa storia è piaciuta subito, ma come spesso nella vita, la cosa difficile non è avere un’idea <em>brillante</em>, bensì avere un’idea brillante<em>per primi</em>.</p>
<p>No, perché quando abbiamo cominciato a chiamarli, questi amici, abbiamo constatato che il party a tema <em>sfondiamoci per bene un’ultima volta</em> lo fanno in tanti. Troppi. Praticamente tutti.</p>
<p>Rapido giro di telefonate: Bio-Emma è invitata a casa di amici, porterà due bottiglie di champagne. Alexandra, ancora prima che potessi chiederle qualcosa, ci ha invitati a festeggiare la fine del mondo da lei e Michael. Ho declinato con garbo, ma se proprio un’ultima cena deve essere, gradirei mangiare le <em>mie</em>, di robe preferite, non le sue. Werner, Karel e Paul Inopportuno festeggeranno in diversi locali.</p>
<p>Anche Maria-Non-Te-La-Manda-A-Dire, la fidanzata del Cantante Famoso, ha declinato</p>
<p>“Abbiamo già organizzato, noi ci sfondiamo di patatine e orsetti gommosi”.</p>
<p>Questo ha generato un poco di confusione, perché con <em>noi</em>, il Fidanzato Asburgico ed io intendiamo sempre <em>lui ed io</em>. Avevamo quindi interpretato <em>Maria e il Cantante Famoso hanno già un impegno</em>. Lui invece è caduto dal pero ed ha accettato con entusiasmo – quasi con sollievo. Conoscendo il tipo immagino che abbia fin’ora cassato tutti gli inviti con sufficienza, per poi realizzare che questo giovedì sera si ritrova solo come un cane con un take-away cinese.</p>
<p>(Al di là della tristezza all’idea che Maria preferisca trascorrere l’ultima serata prima di Armageddon con le amiche e non con la dolce metà, speriamo di non aver causato una crisi matrimoniale.)</p>
<p>Alla fine siamo rimasti quattro gatti, cioè io, il Fidanzato Asburgico, il Cantante Famoso e Hans L’Amico Buono. Non per niente lo chiamo così, si può sempre contare su Hans.</p>
<p>Dopo lunghe, lunghissime elucubrazioni abbiamo selezionato questo menù. Non solo piatti che ci piacciono molto, ma che abbiano anche un significato vagamente romantico:</p>
<p>Tris di antipasti – Bruschetta al pomodoro e basilico, prugne secche allo speck, crema di ceci con gamberi grigliati.</p>
<p>Portata principale – Pasta all’uovo con sugo di salsiccia</p>
<p>Duo di dessert – Tiramisù e Fondant Au Chocolat con panna montata e lamponi freschi.</p>
<p>La bruschetta è forse una delle cose più banali della terra.  In Austria, invece, mangiare una bruschetta come si deve è piuttosto difficile. E non per l’olio d’oliva, come avete forse appena pensato.</p>
<p>L’olio d’oliva extravergine, spremitura a freddo, super-biologico e ultra-doc si trova infatti al supermercato dietro l’angolo, giuro. Il primo problema sorge invece con i pomodori, che qui non sanno davvero di niente. Il vero collo di bottiglia è poi il pane… dopo anni di ricerca mi sono ridotta, quando torno in Italia, a riempire la valigia di pane d’Altamura – quello del supermercato, già tagliato a fette – e a surgelarlo appena entro in casa.</p>
<p>Specialmente il Fidanzato Asburgico è golosissimo di bruschetta, e si diverte sempre un mondo a mangiarla a casa dei miei genitori a Roma. È diventato un campione del mini-gesto atletico di stare tutto piegato in avanti sul prato, in modo che briciole, pezzetti di pomodoro e colatura d’olio cadano per terra vicino alla griglia e non tutti sui pantaloni. Ha quindi deciso che – per rimanere fedeli alla tradizione – questa ultima bruschetta la mangeremo in giardino. <em>Sotto la neve</em>.</p>
<p>La prugna secca avvoltolata nella fetta di bacon fermata con lo stuzzicadenti e passata in forno non è una cosa troppo raffinata nemmeno in quel di Vienna, ma è il primo antipasto che io gli abbia mai preparato e per questo ci sta troppo simpatica. Sono sicura che come al solito ne preparerò troppe e poi non avanzerà niente!</p>
<p>La crema di ceci con i gamberi grigliati è invece un omaggio. Questa ricetta (da leccarsi i baffi) l’ho provata solo una volta dopo averne letto molto sul facebook. È il cavallo di battaglia di Clementina-Sempre-In-Viaggio, un’amica virtuale del gruppo gastro-letterario di cui faccio parte da un anno e mezzo. Avevamo cominciato nel 2011 a scambiarci ricette online, ma pian piano questo gruppo su facebook è diventato un punto fermo nella mia vita dove ho trovato amici veri. E ci stiamo organizzando per incontrarci di persona… ma questa è un’altra storia.</p>
<p>Le tagliatelle all’uovo sono pronte da l’altro ieri sera e aspettano in freezer. Anche solo il fatto di averle preparate con la <a href="http://www.nonsolosissi.com/i-ravioli-della-nonna/" target="_blank">macchinetta a manovella della nonna</a> basterebbe a renderle romantiche. Non contenti ci faremo un bel sugo di pomodoro con dentro la salsiccia di prosciutto – surgelata – che ci avevano portato i miei genitori ad ottobre. Non vedo l’ora.</p>
<p>Il tiramisù ho insistito io per farlo. Nonostante non sia una grande appassionata di dolci, ci terrei che gli amici assaggiassero un ultimo tiramisù come si deve. Senza liquore, senza lamponi, senza succo di fragola, senza pasticci. No, nemmeno due scagliette di cioccolata. Duro e puro.</p>
<p>E per finire il cavallo di battaglia del Fidanzato Asburgico, le tortine al cioccolato fondente con dentro un pizzico di peperoncino, quelle che al centro rimangono liquide. Queste si con due lamponi e un fiocchetto di panna montata a guarnire.</p>
<p>Buona fine del mondo e buon appetito a tutti. E mi raccomando, lasciate lì piatti e padelle sporchi nel secchiaio… poi si vedrà!</p>
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		<title>Paese che vai… La minestra</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Dec 2012 10:33:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Nell’estate del 2002 ero a Vienna da pochi mesi, avevo però avuto la fortuna di incontrare in fretta un paio di persone che sono poi diventate ottimi amici. Ad agosto, quindi, tornai a Roma in visita di cortesia portandomi dietro Luise, Marcus e Hans. I miei genitori si affrettarono a mettere a posto una piccola&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Nell’estate del 2002 ero a Vienna da pochi mesi, avevo però avuto la fortuna di incontrare in fretta un paio di persone che sono poi diventate ottimi amici. Ad agosto, quindi, tornai a Roma in visita di cortesia portandomi dietro Luise, Marcus e Hans.</p>
<p>I miei genitori si affrettarono a mettere a posto una piccola stanzetta come camera degli ospiti extra, e dato che mamma si innamorò di Hans-L’amico-Buono a primissima vista, da allora quella stanza si chiama ufficialmente<em> la camera di Hans</em>. Ma sto divagando.</p>
<p>Luise quell’estate era incinta da poche settimane, aveva un bel faccino verde ramarro e un appetito da leone. Un giorno, mentre ci trascinava in giro per il centro di Roma da una chiesa barocca all’altra, ci fermammo in un locale per pranzo. Ci sedemmo sulla terrazza sotto un bell’ombrellone e io tradussi il menù per tutti. Luise, che mastica un poco di italiano, non trovò niente di suo gusto e chiese al cameriere che tipo di minestre avessero.</p>
<p>Il cameriere la guardò con i suoi migliori occhi vuoti, poi rispose seccato che la minestra non ce l’avevano. Aggiunse, senza pronunciare le parole ad alta voce, ma il concetto era chiarissimo:</p>
<p>“Ci sono 50 gradi all’ombra, porca paletta, la minestra vuoi??”</p>
<p>Luise lo capì benissimo e si lanciò in una difesa accorata della minestra, calda non affatica l’organismo, rapida da digerire, liquida che fa sempre bene. Il cameriere la ignorò con grazie e le portò un’insalata.</p>
<p>Oggi, quando il Fidanzato Asburgico mi ha portato il pranzo, mi è tornato in mente questo episodio. Questo di pranzare insieme è un nostro piccolo rituale, lui lavora da casa e quando non ha appuntamenti o non è fuori Vienna mi porta sempre qualcosa da mangiare, così trascorriamo una mezz’oretta di chiacchiera insieme.</p>
<p>Ora, è da venerdì sera che io sono un po’ acciaccata. Niente di grave, un raffreddorone che la metà basterebbe. Ho trascorso il finesettimana appallottolata in una coperta sul divano, bevuto litri di camomilla, consumato un caricatore di fazzoletti di carta, ieri verso l’ora di pranzo sono passata direttamente al rotolo di carta igienica. Col risultato che stamattina stavo uno schifo ed era raffreddato pure lui.</p>
<p>Verso l’una l’ho chiamato per chiedergli di portarmi un bel panino con dentro l’arrosto di maiale – uh, che voglia! Non ha risposto, e io – povera illusa – ho pensato che probabilmente era già in rosticceria che faceva la fila al bancone.</p>
<p>Quando è arrivato mi ha porto un sacchetto e due cucchiai, con uno sguardo che scoppiava d’orgoglio. Dentro al sacchetto c’era un tupperware di plastica enorme, pieno fino all’orlo di minestra con la pastina. Preparate con le sue manine sante.</p>
<p>Il Fidanzato Asburgico non è il classico austriaco, alto, biondo e appassionato di sci e montagna. E meno male. Ogni tanto però se ne esce con un’idea come questa, che mi fa sbattere il muso contro la sua quasi dimenticata asburgicità.</p>
<p>Perché alcune filastrocche che abbiamo in testa sono automatiche ma anche molto nazionali. Ad esempio, mentre io recito <em>antipasto, primo, secondo, contorno, formaggio, dolce, frutta, caffè e ammazzacaffè</em>, il Fidanzato Asburgico la mette giù molto meno dura. <em>Vorspeise, Hauptgang, Dessert.</em> E tanto basta.</p>
<p>La portata principale (Hauptgang) qui in Austria, forse per compensare la mancanza delle altre, è di dimensioni mostruose. E dato che a nord delle Alpi adorano gratinare il possibile, spesso sopra ci sono anche due etti di formaggio sciolto. Per sicurezza.</p>
<p>Il dolce, generalmente, è pure lui una roba gigantesca. Fette di torta alte una spanna, Knödel ripieni di marmellata o cioccolata e affogati con un litro di crema, cose così.</p>
<p>L’antipasto (Vorgang) è l’unico che generalmente non mette troppa paura quando te lo trovi davanti. E mentre un italiano quando sente la parola antipasto pensa spontaneamente ad un piattino con su due foglioline di insalata e una cucchiaiata di qualcosa (o magari due fette di salame), in Austria scattano tutti come cani di Pavlov: la minestra.</p>
<p>Si, avete letto bene: gli austriaci adorano iniziare il pasto con una bella <em>minestra</em>. Non un piattone come in Italia, piuttosto una ciotolina poco più grande di una tazza da cappuccino. Spesso è un brodino leggero leggero, con qual cosina dentro. La più classica è la <em>Frittatensuppe</em>, un brodino di manzo o pollo con dentro un paio di striscioline di crepe che sembrano vermi affogati. Disgustoso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Epilogo: la mia avversione alla minestra è persino più forte dell’amore incondizionato che provo al’idea del Fidanzato Asburgico che smanetta in cucina e prepara il brodo. Non l’ho mangiata. Lui mi ha perdonata ed ha finalmente capito perché non abbia mai preparato minestra per cena. E ora il mio negozio profuma di ospedale all’ora dei pasti…</p>
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		<title>Pollo alla marmellata!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Nov 2012 11:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hand-Made]]></category>
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		<category><![CDATA[Monica Mel]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Sabato e domenica sono le  magiche serate in cui posso dedicarmi a progetti gastronomici impegnativi (che so, i ravioli), e i soli in cui riusciamo a cenare ad un orario civile. Ieri sera ho fatto un tentativo infrasettimanale che sulla carta mi pareva medio/rapido: Il pollo alla marmellata – devo trovargli in fretta un nome&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Sabato e domenica sono le  magiche serate in cui posso dedicarmi a progetti gastronomici impegnativi (che so, i ravioli), e i soli in cui riusciamo a cenare ad un orario civile.</p>
<p>Ieri sera ho fatto un tentativo infrasettimanale che sulla carta mi pareva medio/rapido: Il pollo alla marmellata – devo trovargli in fretta un nome più romantico, se lo merita davvero – è stato un fiasco. Nel senso che abbiamo di nuovo cenato alle dieci, talmente in ritardo che l’insalata che avevo condito alle otto e mezza si era ridotta ad una cucchiaiata tristissima in fondo alla ciotola. Un successo incredibile, invece, per il sapore, l’aspetto e il profumo, davvero molto invitanti. La ricetta è ufficialmente assunta tra i classici di casa. Andiamo con ordine.</p>
<p>Circa un anno fa ho scoperto il blog della <a href="http://thepioneerwoman.com/" target="_blank">Pioneer Woman</a>. È davvero bellissimo e la sezione di cucina mi ha stregata istantaneamente. La signora in questione vive in un ranch in Oklahoma, si alza alle cinque tutte le mattine, trascorre le sue mattinate a cavallo inseguendo le mucche e i pomeriggi a cucinare cene gigantesche per la famigliola di otto persone, pronto in tavola alle sei precise.</p>
<p>Ora, la mia sveglia suona alle otto, io trascorro le mie giornate seduta sul mio sederotto davanti ad un computer, la sera corro trafelata al supermercato e mi trascino a casa mai prima delle sette e mezza. Quando riesco a servire la cena un pelo prima delle nove mi sento un misto tra una Stepford Wife e Santa Maria Goretti. Inutile accennare al fatto che le mie ricette cominciano quasi sempre con: <em>affettare le cipolle</em>, oppure <em>scaldare l’acqua per la pasta</em>, o anche <em>scaldare</em> <em>l’acqua per la vaporiera</em>. Quelle della Pioneer Woman invece iniziano così: <em>scongelare sei chili di manzo e sciogliere due panetti di burro in una padella</em>. Dal suo blog non avevo mai cucinato niente.</p>
<p>Ai primi di novembre però una ricetta ha colto la mia attenzione. Era ben in evidenza sulla pagina, con centinaia di commenti entusiasti. “<a href="http://thepioneerwoman.com/cooking/2009/07/hot-sweet-drumsticks/" target="_blank">Hot &amp; Sweet Drumsticks</a>”. Ho mai accennato al fatto che adoro il pollo? La foto poi era talmente invitante che per un istante ho avuto l’istinto di leccare il monitor. Ho preparato una lista della spesa e me la sono messa in borsa. I dieci giorni successivi sono stati di fuoco. Troppo lavoro per entrambi e abbiamo mangiato solo robe surgelate.</p>
<p>Finalmente ieri sera Il Fidanzato Asburgico è andato a fare la spesa e ha comprato le cosce di pollo. L’unico dettaglio stonato è che io avevo ordinato sei cosce di pollo già spellate, mentre lui ha comprato una confezione da tre chili di cosce e sovra cosce, con la pelle. Mai mandare un uomo affamato al supermercato.</p>
<p>Ieri sera mi sono messa al lavoro. Cioè spellare il pollo, separare la coscia dalla sovra coscia, cucinare le prime e surgelare le seconde. Ho mai accennato al fatto che detesto toccare la carne cruda?</p>
<p>Per la prima coscia ci ho messo 40 minuti, senza mai sfiorarla con le mani. Ho usato un paio di forbici e una pinza da elettricista. La seconda mi ha preso mezz’ora, avevo affinato un tantino la tecnica. La terza un quarto d’ora, senza pinza e sporcando solo la mano sinistra. Nella vaschetta di polistirolo c’erano ancora sei pezzi. Ho fatto un respiro profondo e mi sono lanciata all’attacco, con vigore sempre crescente ho tirato via la pelle avvoltolandomela intorno alle dita e spaccato ossa con la violenza un Neanderthal. Meno male che erano più solo sei, all settima sarei stata pronta a strappare le pelle con i denti. Il gatto nel frattempo era impazzito. Nemmeno la promessa di una scatoletta di Carne Simmenthal è bastata a calmarlo.</p>
<p>Ho sistemato le sovra cosce in tre vaschette per il freezer e le ho archiviate accanto ai dodici petti di pollo che il Fidanzato Asburgico aveva comprato due settimane fa. Dopo essermi lavata mani e braccia ho finalmente cominciato la parte divertente della ricetta.</p>
<p>Mia mamma mi ha insegnato che <em>non si gioca con il cibo</em>, in questo caso però ho avuto un netto dèjà vu. Io cinquenne che gioco con la terra in giardino e mescolo fango, acqua e sabbia in una pentolina di plastica.</p>
<p>La ricetta prevede una tazza di marmellata di albicocche, mezza tazza di ketchup, un quarto di salsa di soia e due spicchi d’aglio schiacciati. Non un filo d’olio, una parvenza di soffritto, nemmeno un pizzico di sale o di pepe, per fare almeno finta di cucinare.</p>
<p>Mescolare gli ingredienti in un pentolino e scaldare per qualche minuto. Come per la ceretta a caldo per le gambe.</p>
<p>Quando è ben amalgamato rovesciare sul pollo e infornare a 170°C per 40 minuti. Più facile di così.</p>
<p>Chi di voi ha già fatto una volta il pollo al forno avrà capito che non è affatto verosimile che dopo 40 minuti a 170°C le cosce di pollo siano cotte. Infatti non lo erano. Le ho rotolate un pochino nella salsa e coperte con un foglio di alluminio perché non seccassero troppo.</p>
<p>Nel frattempo ho fatto una piccola ricerca sulla pagina della Pioneer Woman per capire come mai lei consigliasse un tempo di cottura tanto breve. La ricetta parla di drumsticks (a casa mia le cosce di pollo), nella foto spembrano piuttosto le coscine delle ali. Mistero svelato. Pensandoci su è addirittura meglio che io avessi capito male. Pensate per un attimo se avessi scritto sulla lista della spesa 12 coscine delle ali di pollo. Al supermercato dietro l’angolo non si trovano di sicuro e probabilmente il Fidanzato Asburgico mi avrebbe portato a casa otto polli interi.</p>
<p>In un’ora e mezza il pollo era pronto, ed era talmente buono che non ho avuto cuore di buttare via la salsa avanzata in fondo alla teglia. L’ho raschiata amorevolmente e messa in una ciotolina. È in freezer accanto al pollo.</p>
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