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	<title>ravioli &#8211; nonsolosissi.com</title>
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	<description>Diario semi-vero di unItaliana a Vienna</description>
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		<title>Nemesi in cucina – L’anatra ripiena</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Sep 2013 10:30:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Non saprei davvero spiegare perché, ma regolarmente mi imbatto in una ricetta interessante, che però mi si mette subito di traverso. Che pare non avere voglia lei, di lasciarsi cucinare. Non è una novità, basta cercare nell’archivio di Sissi i ravioli della nonna per farsi un’idea. Alla fine ho vinto io, per carità, ma di mezzo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Non saprei davvero spiegare perché, ma regolarmente mi imbatto in una ricetta interessante, che però mi si mette subito di traverso. Che pare non avere voglia <em>lei</em>, di lasciarsi cucinare. Non è una novità, basta cercare nell’archivio di Sissi i <a href="http://www.nonsolosissi.com/i-ravioli-della-nonna/" target="_blank">ravioli della nonna</a> per farsi un’idea. Alla fine <a href="http://www.nonsolosissi.com/i-ravioli-della-nonna-consolazione-post-elettorale/" target="_blank">ho vinto io</a>, per carità, ma di mezzo c’erano parecchi mesi e altri due post dedicati a loro. Che fatica.</p>
<p>L’anno scorso, ad esempio, la vigilia di Natale avevamo comprato una bella anatra da fare arrosto per il nostro privatissimo pranzo natalizio. Avevamo cominciato l’anno prima e volevamo farne una bella tradizione da continuare. L’anatra l’avevamo ordinata per tempo, mica scemi, ma a ritirarla ero corsa io trafelata verso l’ora di pranzo del 24 dicembre. Lo sapete, si, che qui i negozi la vigilia di Natale chiudono tutti alle 14 spaccate? La fila dal macellaio girava intorno all’isolato. La fila per <em>ritirare robe già ordinate</em>, si intende, che quella per gli avventori dell’ultim’ora arrivava alla fermata dell’autobus successiva.</p>
<p>Il pranzo di Natale, alla fine, lo mangiammo da amici. Amici austriaci. Lo sapete, si, che secondo le statistiche più aggiornate l’Austriaco medio si spara 66,4 kg di carne l’anno? Di questi circa 40 kg sono carne di maiale. Bene, durante quel pranzo di Natale lì, abbiamo dato una robusta mano a mantenere la media. Tornammo a casa tardissimo, stravolti da una crisi di ipercolesterolemia che erano anni. Non aprimmo il frigo per quasi una settimana.</p>
<p>O meglio, il frigo lo aprii ancora una volta, il 26 mattina. Per tirare fuori l’anatra e spostarla para para, ancora incartata dal macellaio, nel freezer. Mai surgelato un volatile intero, ma al supermercato lo vendono, no?</p>
<p>Dato che questa storia dell’anatra arrosto per noi fa molto festa, la tirai fuori la mattina del mio compleanno, circa tre mesi dopo.</p>
<p>“Dai che stasera preparo un pranzetto coi fiocchi!”.</p>
<p>Il Fidanzato Asburgico annuiva convinto.</p>
<p>La sera l’anatra era ancora surgelata. Solida. Considerai brevissimamente la possibilità di infilarla intera nel mixer (sorbetto d’anatra era l’idea, ma su google non trovai spunti). La lasciai quindi sul piano di lavoro della cucina.</p>
<p>La sera dopo, verso le 21:00, era pronta.</p>
<p>“Pronta un cazzo, è ancora cruda!” commentò il Fidanzato Asburgico.</p>
<p>E qui cominciai a sentire odore di fallimento, di <em>ravioli della nonna</em>, per intenderci.</p>
<p>Preparai comunque un ripieno fantasioso: pane bianco, prugne fresche, arancio a pezzetti, basilico, timo, sale, pepe e olio extravergine. Una volta mescolato e assaggiato, ogni timore volò via. Trasportato da una leggera brezza mediterranea. Sospirai di contentezza e infilai l’anatra in forno. Dopo un’oretta un profumo paradisiaco cominciò a spargersi per il soggiorno. Ebbi tempo di filosofeggiare sull’anatra e sul ripieno perfetto.</p>
<p>“Se mai scriverò un libro sarà apposta per lei, quest’anatra ripiena si merita un libro apposta. E forse anche una canzone”.</p>
<p>L’anatra venne pronta verso mezzanotte, ed era buonissima.</p>
<p>Era anche una bestia di cinque chili. Mangiammo l’anatra con il suo ripieno e un paio di contorni di verdura per cena. Il giorno dopo sandwich all’anatra per pranzo. Poi ci guardammo negli occhi, sfiniti. Perché la carne d’anatra ha un che di selvatico, che a me e anche a lui, sinceramente, dopo poco nausea. Tagliuzzai il resto della carne a pezzetti e la surgelai in un tupperware. L’Idea era un’insalata estemporanea, o anche un ripieno per ravioli. Prego notare che l’anatra era già al secondo giro in freezer, uno cruda e uno cotta.</p>
<p>Qualche settimana dopo – passata la nausea – la tirai fuori con l’intenzione di preparare dei ravioli cinesi. Quelli che di solito si mangiano al ristorante, abbrustoliti sotto e a vapore sopra, ma si possono fare anche in casa e sono mille volte meglio.</p>
<p>Preparai come mio solito una montagna di ravioli. Che quando attacco la macchinetta a manovella al bordo del piano di lavoro della cucina non mi limito ad una cenetta per due, ma fabbrico battaglioni – che dico, reggimenti! – di ravioli, da mangiare in parte subito, in parte scongelati brutalmente in uggiose serate infrasettimanali.</p>
<p>Sistemai i ravioli al ripieno d’anatra tutti in fila su un vassoio, e tenendolo davanti alla pancia con entrambe le mani, cercai di aprire lo sportello del freezer con il gomito. Il Fidanzato Asburgico mi bloccò per un pelo.</p>
<p>“Ma la carne del ripieno non è già scongelata, da cotta?”</p>
<p>Mi paralizzai. Non potevo ri-surgelare i ravioli! Mangiammo ravioli d’anatra per due giorni – colazione pranzo e cena. Passerà, credo, ma sono otto mesi che la carne d’anatra mi fa salire l’urto del vomito al solo pensiero.</p>
<p>Ecco, questa storia è vecchiotta, ma mi è tornata in mente ieri sera. Al momento ho infatti diverse nemesi che svolazzano minacciose sulla mia cucina, come avvoltoi in attesa di un pasticcio ancora tutto da combinare. Ma delle <em>altre</em> preferirei parlare una volta risolte.</p>
<p>E pensare che non sono per niente scaramantica.</p>
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		<title>I ravioli della nonna, consolazione post-elettorale</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2013 14:38:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Pur non avendo votato, lunedì sera sono tornata a casa con il morale sotto i tacchi. Per citare una lettera ad Italians dell’altro ieri: In ogni nazione si paventa un paese spaccato in due, ma noi siamo riusciti a superarci: siamo infatti spaccati in tre. Avevo proprio bisogno di qualcosa che mi distraesse e/o confortasse.&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Pur non avendo votato, lunedì sera sono tornata a casa con il morale sotto i tacchi. Per citare una lettera ad Italians dell’altro ieri: In ogni nazione si paventa un paese spaccato in due, ma noi siamo riusciti a superarci: siamo infatti spaccati in tre.</p>
<p>Avevo proprio bisogno di qualcosa che mi distraesse e/o confortasse. Ho quindi pensato bene di tirare fuori da freezer gli ultimi ravioli della nonna, surgelati due settimane fa. Li ho conditi con un sughetto di pomodori freschi saltati in padella con aglio e olio, e una generosa grattata di pecorino sopra. Un bel piatto tricolore in onore della mia povera Patria e una bottiglia di Sauvignon Blanc, seguiti da due vecchie puntate di Sex And The City e una di Pan Am. Ho dormito malissimo.</p>
<p>I ravioli, poverelli, non hanno sortito l’effetto rinfrancante che speravo, ma l’errore è stato tutto mio: mai investire di troppa responsabilità un piatto di ravioli. Che di loro erano, effettivamente, buonissimi.</p>
<p>Questa di preparare i ravioli secondo la ricetta originale della nonna era diventata un po’ la mia nemesi. Il penultimo tentativo era stato addirittura una cooperazione internazionale. Per Capodanno infatti, il Fidanzato Asburgico ed io, siamo stati ospiti della Mia-Gemella-Separata-Alla-Nascita e di suo marito in quel di Londra. Cinque giorni di perfezione assoluta – almeno secondo il nostro metro. Niente party stravaganti, niente pub crawl, niente pub hopping, nemmeno un cinemino. Il primo giorno siamo andati a fare una spesona gigante al supermercato, per poi chiuderci in casa. Gli uomini a chiacchierare e ascoltare musica, io e La Gemella in cucina. La mia definizione di una bella vacanza.</p>
<p>Per il cenone di San Silvestro avevamo preparato i ravioli di carne, ma temo che la nonna non avrebbe approvato in pieno. Per prima cosa avevamo usato carne tritata – e per la nonna il passaggio nel tritacarne era un rito quasi religioso. Al posto della pancetta avevamo poi usato avanzi un “bologna” vagamente misterioso recuperati in frigo, una via di mezzo tra prosciutto cotto e mortadella, e qui sono sicurissima che la nonna avrebbe scosso il capo amareggiata. Non li avevamo nemmeno preparati con la formella smaltata, che avevo dimenticato a Vienna, mentre quella della Gemella l’avremmo comprata solo l’ultimo giorno prima di ripartire. I ravioli londinesi erano ottimi, non ci piove, e con gli ospiti d’Albione abbiamo fatto un figurone, ma non avevo avuto cuore di spuntare i ravioli della nonna dalla lista.</p>
<p>Due settimane fa mi ero quindi accinta a espletare l’operazione strettamente vintage. Tutti gli ingredienti pronti, santa pazienza, macchinetta della pasta a manovella tramandata da generazioni, tritacarne, formella smaltata anni ’50. Ad avere la cucina a gas (il mio cruccio più grande) non avrei nemmeno avuto bisogno dell’allaccio alla rete elettrica. Se non è vintage questo!</p>
<p>Memore delle <a href="http://nonsolosissi.com/i-ravioli-della-nonna/" target="_blank">esperienze precedenti</a> avevo cominciato alle dieci di mattina. La lungimiranza paga sempre.</p>
<p>Stavolta non ho sgarrato nemmeno di una virgola, nemmeno di una fetta di prosciutto. E verso le due e mezza del pomeriggio ho finalmente usato la formella dei ravioli, che conosco da che sono bambina, che ho in casa da un anno e mezzo, ma che non avevo mai avuto modo di usare.</p>
<p>Tanto più ridicola è stata quindi la sorpresa nell’osservare il risultato: una marea di raviolini larghi un pollice, tutti uguali, tutti schifosamente perfetti. Sembravano industriali.</p>
<p>Che sia forse questa l’aspirazione della cuoca anni ’50? Ravioli fatti in casa che sembrino comprati?</p>
<p>Quando ci ho grattato sopra il Parmigiano – con il lato grosso della grattugia, che mi pare sempre più elegante – ho avuto un moto di ribrezzo estetico. Per quanto deontologicamente corretto, non ho avuto cuore di micronizzare il formaggio come faceva sempre la nonna. Perdono, nonna, ma tua nipote cucina nel 2013!</p>
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		<title>I ravioli della nonna – Parte terza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Nov 2012 11:28:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">6</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Un paio di sabati fà – mamma e papà erano appena ripartiti – sono andata al supermercato. Volevo preparere i ravioli della nonna, noblesse oblige. Ho comprato sei uova, mezzo chilo di manzo, i panini da ammollare nel latte, ho pensato persino al latte. La pancetta e il rosmarino (portati dalla mamma, eh!, il rosmarino&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">6</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Un paio di sabati fà – mamma e papà erano appena ripartiti – sono andata al supermercato. Volevo preparere i ravioli della nonna, <a href="http://wayback.archive.org/web/20121216093530/http://www.nonsolosissi.com/?p=12616" target="_blank">noblesse oblige</a>. Ho comprato sei uova, mezzo chilo di manzo, i panini da ammollare nel latte, ho pensato persino al latte. La pancetta e il rosmarino (portati dalla mamma, eh!, il rosmarino persino dell’orto) erano già in frigo, l’aglio e il vino bianco non mancano mai.</p>
<p>Domenica abbiamo fatto colazione con ham and eggs, nel pomeriggio, verso le cinque, ho deciso di cominciare, precisamente con la pasta all’uovo. I Fidanzato Asburgico era sul divano che si esercitava alla chitarra – vi ho raccontato che i miei, dietro mio suggerimento, a ottobre gli hanno portato la vecchia chitarra dello zio Tino? No? Beh, pessima idea, come regalare un tamburo ad un bimbo cinquenne.</p>
<p>Il suddetto Fidanzato Asburgico ha proposto, prima che io iniziassi, di farci un bell’aperitivo con un gin and tonic. Mi conosce bene. Dopo aver brindato alla seratina romantica che ci aspettava, reggendo il bicchiere con entrambe le mani – sembrava un secchiello – ho tirato fuori tutti gli ingredienti e scoperto con orrore di non avere abbastanza farina. Nemmeno i quattro etti striminziti che mi servivano. E la farina a casa nostra è una roba che non manca proprio mai.</p>
<p>Dato che avevo già succhiato quasi metà del gin and tonic e per colazione/pranzo avevo mangiato solo una banana, non ho avuto cuore di uscire a cercare farina. Vienna non sarà la Germania dell’Est, come sostiene mia madre, ma non è nemmeno Londra. I due supermercati aperti la notte o la domenica sono uno all’aeroporto e uno a 40 minuti di viaggio, bisogna prendere due linee di metro e pure il tram. Pioveva.</p>
<p>Ho rimesso gli ingredienti in frigo.</p>
<p>“La carne di manzo non ti marcisce mica in due giorni”, ha assicurato il Fidanzato Asburgico.</p>
<p>Mi sono stravaccata anch’io sul divano con un bel libro e i tappi nelle orecchie. Abbiamo cenato con junk food, che McDonald’s è veramente dietro l’angolo.</p>
<p>Lunedì sera, dopo il lavoro, sono passata al supermercato ed ho comprato tanta, ma tanta, farina. Arrivata a casa ho sfruttato le braccia muscolose del Fidanzato Asburgico e gli ho fatto impastare farina e uova per bene (mai riuscita a farla così elastica con i miei braccini da ragno, btw). Intanto ho messo sul fuoco il ripieno, carne, aglio, rosmarino, pancetta. Un profumino che non vi dico. Ho spezzettato il pane (raffermo) e ci ho versato sopra di latte. Dopo aver imbacuccato amorevolmente la pasta all’uovo con un canovaccio e averlo rimboccato con cura tutto intorno, ho coperto la carne di vino bianco e messo su il coperchio. Erano le otto e un quarto.</p>
<p>Il Fidanzato Asburgico ha cominciato a mixare un gin and tonic e ha chiesto quanto tempo ci volesse perché lo spezzatino fosse pronte. Buffo, perché lo specialista del gulasch in casa è lui – e il suo, di pentolone, rimane sul fuoco per ore.</p>
<p>“Un’ora minimo, tesoro.”</p>
<p>Mi ha guardata perplesso.</p>
<p>“Poi bisognerà aspettare che si raffreddi un poco, per passarlo nel tritacarne”</p>
<p>Mi ha guardata confuso.</p>
<p>“Poi lo impastiamo con il pane ammollato e un uovo. Poi tiriamo la pasta con la macchinetta a manovella e possiamo cominciare a farcire i ravioli.”</p>
<p>Mi ha guardata sdegnato. “E quando ceniamo?”</p>
<p>Ho chinato leggermente il capo da un lato, succhiando pensierosa dalla mia cannuccia.</p>
<p>“Mah, prima delle dieci e mezza, undici credo di no. Come li vogliamo condire i ravioli? Burro e salvia?”</p>
<p>Stavo ovviamete scherzando.; avevo capito benissimo come sarebbe finita anche questa serata. Ho quindi proposto di finire di cucinare lo spezzatino e di infilarlo in frigo per domani.</p>
<p>“Ti faccio una pasta alla carbonara, pronta in un quarto d’ora!” e il suo sorriso si è allargato.</p>
<p>“Peccato solo per la pasta all’uovo” ho aggiunto.</p>
<p>“Mettiamola anche quella in frigo, avvoltolata nella pellicola” ha proposto lui.</p>
<p>“Ma ci son dentro uova crude! Non andrà a male?”</p>
<p>“Ma no, figurati! Sono impastate con la farina!”</p>
<p>Una spiegazione decisamente aleatoria. Ci ho pensato su un attimo, mentre continuavo a succhiare dalla cannuccia, poi ho abboccato e annuito sorridendo.</p>
<p>Abbiamo cenato ad un orario appena appena civile, con tre etti di pasta condito con un etto di pancetta, tre uova e una generosa grattata di Pecorino Romano. Dopo il BigMac della sera prima, ho dormito come un sasso.</p>
<p>Martedì sera sono corsa a casa dopo il lavoro saltellando come uno stambecco. Non volevo perdere neanche un minuto! Appena arrivata a casa, ancora prima di prendere in braccio il gatto per il giro di coccole di rito, ho tirato fuori dal frigo la padella della carne ancora incoperchiata e il pacchetto della pasta all’uovo, con tutta la pellicola e il canovaccio.</p>
<p>“Peccato che mi sia dimenticata di dirti di farlo prima” ho detto al Fidanzato Asburgico “è meglio se tornano a temperatura ambiante prima di cominciare”</p>
<p>Mi sono accorta poi che la ciotola con il pane ammollato nel latte era rimasta sul piano di lavoro della cucina dalla sera scorsa – mimetizzata sotto ad un piatto da dessert turchese con cui l’avevo coperto nella speranza che non lo lappasse il gatto. Non ho detto niente. Avevo ancora latte ma non pane bianco.</p>
<p>Dato che l’acqua tonica era finita, abbiamo brindato ai ravioli prossimi futuri con un bicchiere di Falanghina (scarrozzato in macchina dai miei, che ve lo dico a fare?) bello freddo. Ero proprio di buon umore!</p>
<p>Una volta scoperchiata la padella ho respirato a fondo il profumino paradisiaco dello spezzatino. Ho persino pucciato un dito nel sugo gelatinoso e l’ho fatto leccare al Fidanzato Asburgico. Detta così sembra una roba molto lasciva, ma il sugo era talmente buono che nessun pensiero carnale ci ha sfiorati.</p>
<p>Quando ho aperto il canovaccio e scartato la pasta all’uovo i miei sogni si sono infranti. Il Fidanzato Asburgico ha probabilmente sentito il rumore dei cocci dal soggiorno e mi a raggiunta in cucina. La palla di pasta all’uovo era diventata grigia! Non grigiastra, non ingrigita… proprio grigia.</p>
<p>L’ho annusata, il mio cervello si rifiutava di accettare l’evidenza, cioè che non ci fosse più speranza. Non puzzava, magari un vago sentore di rancido. Molto vago. Ne ho staccato un pezzetto – sotto era di un giallo meraviglioso. Tenendo il pezzetto tra pollice e indice ho guardato il Fidanzato Asburgico. Lui ha sostenuto il mio sguardo con aria di sfida. Ho assaggiato la pasta. Non male, ma sempre quel vago sentore di rancido. Ne ho offerto un pezzetto al Fidanzato Asburgico. Nei suoi occhi ho letto terrore puro e visto affiorare il ricordo dell’intossicazione da salmonella che si prese dieci anni fa per cui trascorse due settimane in terapia intensiva con tubi che gli uscivano da tutte le parti.</p>
<p>“È grigia, Principessa, ti prego, lascia perdere!”</p>
<p>Ho ceduto – una cosa è il vasetto di yoghurt scaduto da un paio di giorni – ma la pasta all’uovo grigia è troppo persino per me. Ho buttato il pacchetto nella spazzatura e mi sono girata con aria sconsolata verso il Fidanzato Asburgico. Stranamente lui era ancora bello arzillo.</p>
<p>“Te la impasto di nuovo in dieci minuti, ieri hai comprato tre chili di farina, vah!” ha fatto lui baldanzoso.</p>
<p>“Ti ricordi cosa abbiamo mangiato per cena ieri sera?”</p>
<p>Non aveva ancora capito. “Sono finite le uova.”</p>
<p>Ci siamo seduti sul divano coccolando i nostri bicchieri di Falanghina, non sapendo bene se ridere o piangere. Dopo un po’ abbiamo scaldato lo spezzatino di manzo ancora nella sua padella, ci abbiamo versato sopra due tazze di cous-cous istantaneo e condito l’insalata in silenzio. Il gatto ha ricevuto una generosa porzione di pane e latte.</p>
<p>Tanto per la cronaca era mezzo chilo di carne e un etto di pancetta un due. Era tutto buonissimo. Ho dormito come un orso in letargo.</p>
<p>Il sabato seguente abbiamo rifatto la spesa. Carne, uova, latte, farina – che nel frattempo era finita, ho già accennato al fatto che faccio spessissimo il pane in casa?</p>
<p>Domenica mi sentivo due linee di febbre e non avevo davvero voglia di cucinare. Abbiamo cenato con pane scongelato e l’ultimo pezzettino di salame Felino portato dalla mamma. E meno male che era solo uno e non tre come avrebbe voluto lei. La carne di manzo l’abbiamo surgelata.</p>
<p>La settimana seguente abbiamo ripetuto la procedura – quasi  non mi divertivo più. Domenica ho cucinato di nuovo lo spezzatino, manzo, aglio, rosmarino, vino bianco. Ancora prima di fare in tempo ad impastare la pasta all’uovo o accorgermi che la sera prima il Fidanzato Asburgico si era spazzolato i due panini bianchi – comprati apposta – con le ultime cucchiaiate di Nutella, si era fatto troppo tardi. Gran parte della mia domenica era volata nel preparare questo blog. Buffo vero? (Ma anche no)</p>
<p>Lo spezzatino è finito in frigo, come da copione. Lunedì sera sono tornata a casa verso le dieci – leriprese televisive si erano trascinate un poco. Vi lascio immaginare il menù di ieri sera. Un piccolo indizio: avevamo ancora una tazza di couscous.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>… (segue, accidenti!)</p>
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		<title>Il pacchetto della mamma – Ravioli parte seconda</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Nov 2012 11:34:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> I miei genitori vengono regolarmente a trovarmi a Vienna, ogni anno, una volta in primavera e una volta in autunno. E io – che lavoro dal lunedì al sabato e ho libere solo le feste comandate – sono loro molto grata. Non mi tengono il muso, non fanno terrorismo psicologico – semplicemente, quando hanno voglia&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>I miei genitori vengono regolarmente a trovarmi a Vienna, ogni anno, una volta in primavera e una volta in autunno. E io – che lavoro dal lunedì al sabato e ho libere solo le feste comandate – sono loro molto grata. Non mi tengono il muso, non fanno terrorismo psicologico – semplicemente, quando hanno voglia di vedermi, salgono in macchina e partono.</p>
<p>Ora, non ho ancora capito bene perchè, ma mia mamma è convinta che io viva non in Austria, bensì nella Germania dell’Est. Negli anni ’50.</p>
<p>Nella sua fantasia a Vienna i negozi sono vuoti, o al massimo c’é la fila fuori per accaparrarsi un tozzo di pane nero. Ovviamente, qando arriva, vede bene che al supermercato vendono il Parmigiano Reggiano, la mozzarella di bufala e il panettone Motta (per quanto a prezzi da gioielleria) ma questa consapevoleza sembra abbandonarla istantaneamente non appena passato il confine al Tarvisio sulla via del ritorno. Ogni volta.</p>
<p>Prima che partano, vengo bombardata di domande:</p>
<p>“Quante scatole di pelati ti porto?”</p>
<p>“Nessuna, mamma, trovo quelli a pezettini all’iper dietro l’angolo”</p>
<p>“Uff. E i taralli ai semi di finocchio li trovi? Ne vuoi otto e ventiquattro pacchetti?”</p>
<p>“Otto bastano, grazie.”</p>
<p>E così via per un paio di settimane.</p>
<p>Un pochino, per dirla tutta, l’ho fomentata io. Undici anni fa, al supermerato, di italiano vero si trovava molto meno. Avevo quindi sviluppato un caso piuttosto grave di <em>sindrome da pacchetto della mamma</em>.</p>
<p>È una malattia molto comune tra gli espatriati. Ha a che fare con i vermicelli nascosti in valigia, ha risvolti ridicoli, ma motivi un tantino più profondi. Si tratta, in sostanza, della spasmodica ricerca del prodotto gastronomico italiano d’importazione propria. Perché offrire agli ospiti i vermicelli (cottura 14 minuti) trascinati in borsa dopo l’ultima vacanza in Italia, al posto degli spaghetti Barilla (cottura 8 minuti) del supermercato locale… francamente, non ha prezzo. I primi, infatti, sono una raffinatezza che solo io posso permettermi. I secondi un’italianata che possono comprare cani e porci. Non esiterei a definire il vermicello De Cecco il simbolo vero dell’espatriato italiano.</p>
<p>L’ordine telefonico alla mamma, prima dell’ultimo giro al supermercato in cerca di esotiche prelibatezze introvabili a Vienna, è però un esercizio che, con il passare del tempo, diventa sempre più difficile. Mentre 10 anni era facilissimo riempire la valigia/il bagagliaio – Aperol, mozzarella di bufala, olive taggiasche, dado da brodo di pesce, bresaola sottovuoto – ogni prodotto italiano che viene lanciato sul mercato austriaco mi ruba parte del divertimento. Ricordo ancora con orrore quando vidi i vasetti di Amarena Fabbri allineati sulla mensola del Billa sulla Kirchengasse. Una rabbia!</p>
<p>Oggi poi, che al supermercato trovo la burrata e i cantuccini, per ordinare alla mamma sono dovuta diventare più creativa. La selezione aggiornata al 2012 prevede: Pane Carasau, guanciale a cubetti per la carbonara, un paio di formati esotici di pasta, salsiccie di prosciutto nel frigorifero attaccato all’accendisigari, e – ammetto a malincuore la debolezza – Carne Simmenthal.</p>
<p>Quello che io ordino e quello che i miei genitori stipano nella loro stationwagon sono però due cose ben diverse. Mi viene in mente solo ora, con orrore, che probabilmente hanno comprato quel carrarmato con il preciso scopo di riempirlo fino al tetto quando mi vengono a trovare. A puro titolo di esempio, ad ottobre mi hanno prtato due cartoni di olio extravergine d’oliva biologico <em>da dodici bottiglie l’uno</em>! Anche con la nostra media di tutto rispetto – una bottigli ogni tre settimane – è olio per un anno e mezzo, cribbio!</p>
<p>Questo ottobre mamma mi ha portato anche la macchinetta a manovella per la pasta all’uovo della nonna. Un’idea assolutamente geniale: utile <em>e vintage</em>! Mi conosce davvero bene.</p>
<p>Un bel passo avanti rispetto al matterello dell’Ikea che ho sempre usato per tirare la pasta. Mi ha portato anche un bel tritacarne nuovo nuovo. Insieme alla forma smaltata anni ’60 per i ravioli che mi aveva portato l’anno scorso, ho ritenuto doveroso fare al più presto i ravioli dela nonna, senza magari ripetere il siparietto estenuante dell’<a href="http://www.nonsolosissi.com/?p=12194" target="_blank">ultima volta</a>.</p>
<p>Ma non é andata liscia come pensavo… (segue)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS Una menzione speciale va alla porchetta sottovuoto, che mamma mi manda per posta nei mesi più freddi</p>
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		<title>I ravioli della nonna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2012 11:42:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hand-Made]]></category>
		<category><![CDATA[Vissuto]]></category>
		<category><![CDATA[mixer]]></category>
		<category><![CDATA[Monica Mel]]></category>
		<category><![CDATA[nonna]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">8</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Nella mia famiglia esistono diverse tradizioni culinarie, non tutte propriamente da leccarsi i baffi, ma intrise di un romanticismo che rasenta l’ossessione. La nonna Lidia, la mamma di mia mamma, era sarta e negli anni ’60 è emigrata (oggi si direbbe espatriata) in Svizzera per lavorare in un hotel di lusso a St. Moritz. Una&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">8</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Nella mia famiglia esistono diverse tradizioni culinarie, non tutte propriamente da leccarsi i baffi, ma intrise di un romanticismo che rasenta l’ossessione.</p>
<p>La nonna Lidia, la mamma di mia mamma, era sarta e negli anni ’60 è emigrata (oggi si direbbe espatriata) in Svizzera per lavorare in un hotel di lusso a St. Moritz. Una volta l’anno ci veniva a trovare a Roma con una valigia piena di prelibatezze e articoli stravaganti. Che so, le caramelle Sugus, un orologio a cucù o le cannucce col gambo pieghevole. Per me, bambina, era una specie di Natale estivo, anche perchè nei primi anni ’80 a Roma le cannucce con il gambo pieghevole non le avevamo mai viste.</p>
<p>Quando finalmente nel 1985 la nonna andò in pensione e venne a vivere con noi, la valigia era piena solo di vestiti e scarpe. Forse la prima delusione feroce della mia vita.</p>
<p>Da allora comunque la nonna introdusse la tradizione della pasta all’uovo fatta in casa – con cadenza trimestrale. Con la solennità di un rituale massonico, la cucina veniva sgomberata e la macchietta a manovella veniva montata sul bordo del tavolo. Una decina di grossi vassoi comparivano magicamente, canovacci puliti, nuvole di farina. La nonna impastava farina e uova, le ragazze (io e mamma) smanettavano alla manovella. Accidenti quanto era dura! Lo spettacolo più interessante era l’ultimo giro nella macchina, gli ultimi due clack-clack e la striscia di pasta diventava talmente lunga che ci volevano sei mani per sorreggerla.</p>
<p>Sotto Natale, poi, alle tagliatelle e ai capelli d’angelo si aggiungevano i ravioli. La nonna cucinava un ripieno profumatissimo e papà preparava i ravioli con la forma di metallo smaltata.</p>
<p>Preparare la pasta all’uovo nella mia cucina viennese di due metri quadri è un’impresa eroica. Poco spazio e niente macchinetta a manovella. Stendere la pasta con il matterello rende la faccenda fisicamente impegnativa. La pasta all’uovo fatta in casa è per me un’occupazione stravagante, riservata alle domeniche più fredde e buie dell’anno. Negli ultimi dieci anni l’avrò fatta tre volte – e non per macanza di giornate fredde e buie.</p>
<p>L’anno scorso per Natale mia mamma mi ha portato la vecchia forma di metallo smaltata per fare i ravioli della nonna. Io ho apprezzato molto il gesto e l’ho interpretato come una piccola sfida.</p>
<p>Poco dopo mi presi un pomeriggio libero con il preciso intento di preparare i ravioli della nonna, una cenetta romantica per me e il Fidanzato Asburgico. È una storia che risale a mesi fà, ma è un antefatto importante per il piccolo <a href="http://www.nonsolosissi.com/i-ravioli-della-nonna-parte-seconda/" target="_blank">dramma riguardante i ravioli </a>che si stà consumando da qualche settimana…</p>
<p>Ecco la cronaca di una giornata che non dimenticherò facilmente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 14:00</strong></p>
<p>Ancora al lavoro, mentre scrivevo la lista della spesa, mi è venuto in mente che non ho mai visto la nonna preparare il ripieno dei ravioli. Ricordo il rumore di soffritto, il profumo, una padella. Sicuramente della carne. Ma certamente non la ricetta.</p>
<p>Ho quindi commesso il primissimo errore della giornata: ho chiamato mia mamma al telefono. Poco importa che mamma sia una pessima cuoca e che si scordi sempre le ricette. Deve essere un istinto atavico. Se non sai riparare il rubinetto chiami papà, se ti serve aiuto in cucina chiami mamma. Un istinto più forte della consapevolezza che entrambi i miei genitori abbiano la cattiva abitudine, se non sanno la risposta, di inventarsene una.</p>
<p>Mamma non ha esitato un attimo. Carne di vitello, cipolla, carote, sedano, dado da brodo, prosciutto di Parma. Il profumo che ricordavo aveva un che di rosmarino, ma la ricetta di mamma mi è suonata piuttosto convincente. Specialmente il prosaico dettaglio del dado da brodo mi è subito parso classico della nonna.</p>
<p>Sono andata al supermercato e ho comprato l’occorrente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 15:15</strong></p>
<p>Una volta a casa ho cominciato a preparare la pasta. Mentre ero con le braccia infarinate fino al gomito ha suonato il telefono. Era mamma, che aveva trovato il quadernetto in cui la nonna aveva immortalato le sue ricette per i posteri. Niente carote, cipolla o sedano. Niente vitello. La ricetta giusta era: carne di manzo, aglio, vino bianco, prosciutto di Parma e rosmarino.</p>
<p>Non ho nemmeno alzato un sopracciglio. Il prosciutto era già in frigo e la pasta doveva riposare un’ora e mezza. Avevo tempo. E poi vuoi mettere la soddisfazione di riconoscere un ingrediente da un ricordo olfattivo vecchio di trent’anni?</p>
<p>Mi sono lavata le braccia e sono uscita di nuovo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 15:55</strong></p>
<p>Con un leggero ritardo ho messo la carne sul fuoco, in una padella. Ma che meraviglia! Lo stesso preciso identico odore della cucina della nonna! Per un attimo sono tornata bambina. Un’ora a fuoco lento di distanza dal mio ripieno perfetto.</p>
<p>Mentre aspettavo mi sono data lo smalto sulle unghie delle mani e ho cercato le candele a stelo lungo. Sarà una cenetta indimenticabile!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 17:05</strong></p>
<p>L’unico problema era la consistenza della carne. A sentire mamma la carne si sarebbe dovuta quasi sciogliere nel sugo una buona mezz’ora fa. I miei pezzetti di carne invece erano duri come sassi e ormai stracotti.</p>
<p>Niente panico, ho chiamato di nuovo e spiegato il problema.</p>
<p>“Hai ragione”, ha cinguettato mamma “la nonna passava la carne, insieme al sugo, nel tritacarne.”</p>
<p>Purtroppo non sono in possesso né di una macchinetta della pasta né di alcun altro utensile da cucina a manovella. Non avrei nemmeno un bordo di tavolo su cui fissarli.</p>
<p>Mamma ed io abbiamo discusso le possibili alternative fino a che lei non ha avuto la geniale idea di tritare la carne in un passaverdure. Lei giurava di fare sempre così.</p>
<p>L’idea mi è piaciuta subito, nonostante ovviamente non abbia un passaverdure. Di un tritacarne non saprei davvero cosa farmene, ma un passaverdure suona simpatico. E finalmente un attrezzo a manovella!</p>
<p>Ho nascosto la carne, che non la trovasse il gatto, e sono uscita di nuovo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 17:20</strong></p>
<p>In un elegantissimo negozio di articoli da cucina ho comprato il passaverdure più carino a sud del Danubio. Piccolo, ben rifinito, coi piedini di gomma e assolutamente non di plastica. Perché la nonna mi ha insegnato che gli utensili da cucina migliori sono sempre e solo in acciaio inox. È costato otto volte più del previsto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 17.50</strong></p>
<p>Di nuovo a casa mi sono rimessa al lavoro. Ho lavato e asciugato il mio nuovo passaverdure e ho montato insieme i pezzi. Ci ho messo una bella cucchiaiata di carne e… niente. L’attrezzo, come avevate probabilmente sospettato, non è pensato per nulla di più consistente delle zucchine bollite. Per la prima volta mi sono un po’ irritata. E mi sono chiesta se dopo il duplice fiasco della ricetta e del passaverdure fosse davvero il caso di continuare ad avere mamma come interlocutore. Il mio istinto ha però avuto il sopravvento.</p>
<p>Ho lavato il passaverdure, la ciotola, il cucchiaio, che non ho nemmeno la lavastoviglie, e ho richiamato la mamma.</p>
<p>È caduta dalle nuvole. A quanto pare il suo traballino di plastica è molto meglio del mio solidissimo attrezzo professionale da 68 Euro.</p>
<p>Nuovo brainstorming: io ero dell’idea che non mi rimanesse altro da fare che sminuzzare la carne con un coltello pesante. Ovviamente l’unico coltello pesante che ho non è per niente affilato. La mamma ha invece avuto un’altra idea geniale.</p>
<p>“Schiaffa tutto nel mixer!”</p>
<p>“Davvero mamma? Sei sicura? Anche il prosciutto?”</p>
<p>“Tranquilla, tesoro, fidati di me.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 18:30</strong></p>
<p>Ora, un mixer ce l’ho davvero. Non è però uno di quegli elettrodomestici moderni, con la tazza di plastica, le lame intercambiabili e gli accessori per grattugiare il parmigiano e affettare le carote. È piuttosto un frullatore gigante, originale anni ’60, laccato color crema, una manopola di un pallido verde pastello, un bicchierone di vetro alto mezzo metro e due lamette minuscole fissate sul fondo. L’ultima volta che l’ho usato era il 2002 e avevo preparato il frappé alla banana. Da allora fa parte dell’arredamento e raccoglie polvere sulla mensola più alta della cucina.</p>
<p>A questo punto, ben consapevole di non potermi permettere altri passi falsi, ho analizzato la procedura come mi è stato insegnato nei corsi aziendali di project management. Cosa potrebbe andare storto? Ho quindi controllato che il frullatore funzionasse ancora prima di investire venti minuti a scrostarlo dalla polvere di un decennio.</p>
<p>Che sollievo, funziona! Ho infilato i guanti di gomma – per non rovinare lo smalto – e ho cominciato a raschiare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 18:55</strong></p>
<p>Come da indicazioni della mamma ho messo la carne nel mixer, insieme a qualche cucchiaio di latte. Il frullatore ha dato il meglio di se, ha fatto un po’ di fatica, il motore ha cominciato a emettere uno strano odore di gomma bruciata. Ma a parte un paio di pezzetti un po’ grossolani la carne si è sminuzzata per bene. Anzi, è diventata una pappa finissima, che a voler essere buoni sembra omogeneizzato per bebè. A voler essere cattivi, invece, con quei grumastri…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 19:10</strong></p>
<p>Ora l’ultimo passaggio, il prosciutto di Parma. Nonostante mamma avesse avuto finalmente ragione, ero ancora un pochino scettica per quanto riguardava il prosciutto. Ho quindi messo nel bicchiere del mixer solo tre fette dei due etti e mezzo comprati.</p>
<p>Ho acceso il frullatore e osservato impietrita come il prosciutto sia sceso in fretta verso le lame e vi si sia arrotolato attorno velocissimo. No! Ho strangolato il mio frullatore vintage!</p>
<p>Il motore non si è più mosso, né avanti né indietro, né lento né veloce. L’odore di gomma bruciata è diventato più intenso.</p>
<p>Ho pazientemente tirato fuori il ripieno dei ravioli con un cucchiaio. La metà, tra vetro, lame e prosciutto, è rimasta incollata sul fondo.</p>
<p>Ora bisognava svitare il bicchiere di vetro dalla base, un’operazione che non è stata più tentata da mezzo secolo. E infatti il bicchiere era fermamente saldato all’alluminio della base.</p>
<p>Ho finalmente avuto una piccola crisi di nervi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 19:35</strong></p>
<p>Il Fidanzato Asburgico è tornato a casa e mi ha trovata seduta sul pavimento della cucina. Singhiozzavo in silenzio. Non aveva la più pallida idea dell’inferno che avevo vissuto; sapeva però che cucinare è per me un’attività rilassante e che davanti ai fornelli non perdo mai la calma. Ha capito subito la gravità della situazione. Non ha aperto bocca, si è seduto accanto a me, con la schiena contro lo sportello del forno, mi ha passato un braccio intorno alle spalle e asciugato una lacrima con la manica della giacca.</p>
<p>Dopo un paio di minuti ha preso il frullatore che avevo in grembo e ha svitato il bicchiere dalla base. Ci sono momenti in cui lo amo talmente tanto che mi scoppia il cuore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 19:45</strong></p>
<p>Ho cominciato a tagliuzzare il prosciutto con le forbici. E mi sono pentita amaramente di essermi raccomandata “sottile!” al bancone del supermercato. Si appiccicava alle mani, al tagliere, alle forbici, ovunque.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 20:20</strong></p>
<p>Il ripieno era pronto. Odore e sapore da urlo, la consistenza lasciava un po’ desiderare, con tutti quei pezzetti di carne rimasti e i grumi di prosciutto. Pazienza, da ora in avanti sarà un gioco da bambini. Una sfoglia di pasta sulla forma dei ravioli, il ripieno suddiviso con un cucchiaino, un’altra sfoglia di pasta, una passata di matterello… o per lo meno così me lo ero immaginato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 20:45</strong></p>
<p>Per fortuna era mercoledì e giocava la Champions League. Il Fidanzato Asburgico era spaparanzato sul divano con il gatto sulle ginocchia e non aveva ancora chiesto a che punto fossi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 20:55</strong></p>
<p>La pasta all’uovo è stesa, bella sottile in quattro sfoglie della stessa misura. Ci ho messo un’eternità perche era rimasta a riposare cinque ore al posto dell’una e mezza richiesta ed era diventata piuttosto appiccicosa.</p>
<p>Prima sfoglia sulla forma d’alluminio, cucchiaino in mano. Solo allora mi sono resa conto che tra pezzetti di carne e grumi di prosciutto non era possibile dividere il ripieno in piccole dosi con un cucchiaino. Per mantenere una parvenza di omogeneità ci voleva come minimo un cucchiaio da minestra.</p>
<p>Ci ho pensato su un po’. Non ho chiamato mamma al telefono.</p>
<p>Ho anche considerato brevemente la possibilità di buttare la pasta all’uovo nella spazzatura e friggere il ripieno in padella. La schiena mi faceva così male che non riuscivo più a stare in piedi dritta.</p>
<p>Il mio orgoglio ha avuto il sopravvento. Pazienza per la forma smaltata dei ravioli, sarà per la prossima volta. Stasera saranno tortelloni. Il Fidanzato è Asburgico, non si accorgerà nemmeno della differenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 21:35</strong></p>
<p>La pasta è suddivisa in 24 dischetti uguali, il ripieno distribuito. Ho cominciato a chiudere amorevolmente i tortelli, operazione che facevo per la prima volta e che richiede grande cautela; spennellare un po’ d’acqua sul bordo di ogni disco e richiuderli facendo attenzione che i bordi combaciassero bene. Non volevo certo che il ripieno finisse tutto nell’acqua di cottura. La mia schiena gridava vendetta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 22:25</strong></p>
<p>Finito! O per lo meno i tortelli. Era arrivato il momento di lavare l’insalata e una manciata di pomodorini. Preparare la vinaigrette. Togliere il vino bianco dal frigo. Preparare burro e salvia in una padella, grattugiare un pezzetto di parmigiano e mettere l’acqua a bollire sul fuoco.</p>
<p>Il Fidanzato Asburgico si è improvvisamente accorto che camminavo come una vecchina, tutta piegata in avanti, e si è offerto spontaneamente di apparecchiare la tavola. Dato che la partita non era ancora finita ha pensato bene di apparecchiare davanti al divano, sul tavolino basso. Non mi importava più, mi sono trascinata in soggiorno e ho aggiunto le candele a stelo lungo senza fare commenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 23:05</strong></p>
<p>L’acqua della pasta ha cominciato a bollire proprio quando la partita è finita. Se non è fortuna questa!</p>
<p>Anche se sul tavolino davanti al divano sembrava piuttosto una merenda, ho buttato i tortellini nell’acqua, acceso le candele, condito l’insalata, scaldato il burro, chiuso il gatto nel Wintergarten, scolato i tortellini, condito con il burro e il parmigiano, servito con fatica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ore 7:45 – la mattina dopo</strong></p>
<p>EPILOGO: Il Fidanzato Asburgico mi ha svegliata con un bacio e una tazzina di caffè. Mi ha raccontato che i tortellini erano buonissimi e che io mi sono addormentata sul divano nell’istante preciso in cui l’ho sfiorato col sedere.</p>
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