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	<title>primavera &#8211; nonsolosissi.com</title>
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	<description>Diario semi-vero di unItaliana a Vienna</description>
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		<title>“Ain’t no sunshine when she’s gone”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 14:06:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano si è ammalato. Ammalato di brutto. Questo in parte spiega la mia assenza prolungata. Scusate. Ma ho sempre ritenuto impossibile scrivere un post sul mio gatto senza passare per gattara svalvolata. Di quelle con la foto dell’animale nel portafoglio, che cucinano la pappa in casa, con il wall del profilo facebook intasato di&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano si è ammalato. Ammalato di brutto.</p>
<p>Questo in parte spiega la mia assenza prolungata. Scusate. Ma ho sempre ritenuto impossibile scrivere un post sul mio gatto senza passare per gattara svalvolata. Di quelle con la foto dell’animale nel portafoglio, che cucinano la pappa in casa, con il wall del profilo facebook intasato di disegnini scemi, oroscopi e citazioni smielate. Ecco, io non mi ci riconosco proprio.</p>
<p>Ora la madre di tutte le domande: È possibile avere un gatto, amarlo infinitamente, considerarlo parte della famiglia, parlarci mentre si guarda la tv, e allo stesso tempo restare sani di mente? E cosa più importante, <em>sembrare</em> sani di mente? Un po’ come con i jeans strappati, che si possono indossare – checché ne dica mia madre – anche senza essere/sembrare per forza uno straccione?</p>
<p>Allora proviamoci, a parlare della malattia del Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano, ho un paio di questioni che mi frullano in testa. E poi vediamo, che figura ci faccio.</p>
<p>La prima considerazione è banalissima. Il gatto ammalato non ti dice niente. Non piange, non si lamenta, <em>non indica con la zampina dov’è, esattamente, che gli fa male</em>. Semplicemente stramazza a terra in preda alle convulsioni. Tu senti il Fidanzato Asburgico che strilla, e panico nella sua voce – una roba mai udita prima – e corri. Poi lo vedi e ti paralizzi. E stai lì come un pezzo di legno a guardare il gatto steso per terra. E ti sale una paura primordiale. Una roba che riesci a paragonare solo all’unico terremoto serio che hai mai sentito in vita tua, al primo piano della <em>Boaga</em>, la libreria della facoltà di Ingegneria della Sapienza, un attrezzo architettonicamente da urlo, appeso al soffitto con tiranti d’acciaio. Praticamente un’altalena.</p>
<p>Il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano, dopo 20-30 secondi di attacco epilettico, chiaramente, si sente uno straccio. E di nuovo, mica ti dice se è passato, se si sente meglio, se vuole un bicchier d’acqua. Sta lì steso scomposto, ansimante, in una nuvola di pelo svolazzante. E il veterinario al telefono non è che aiuti davvero, eh? Ti dice</p>
<p>“La tenga sotto controllo e me la porti domani mattina.”</p>
<p>Ma grazie! Adesso mi sento molto meglio.</p>
<p>Così tu e il Fidanzato Asburgico vi accampate in soggiorno, appallottolati in due coperte, e trascorrete una notte infinita con la testa appoggiata accanto al gatto.</p>
<p>La mattina dopo comincia una girandola di corse in taxi, che non avete la macchina. E prima d’ora non ne avevate mai sentito la mancanza. La seconda considerazione è ancora più banale: perché li becchi tutti tu, i tassisti che guidano come Schumacher?</p>
<p>Ora, il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano dal veterinario c’è stato raramente, e non gradisce. Per niente. Oltre a produrre ulteriori nuvolone di pelo-da-panico (che pensi di essere una seppia, e di riuscire a nascondersi nella nuvola?), detto gatto-bradipo, sul tavolo d’acciaio del veterinario si trasforma in una scimmia urlatrice. E pure piuttosto incazzata. Il Fidanzato Asburgico aiuta impavido a tenerlo fermo, ma tu lo vedi bene quanta energia gli costi. Prelievo del sangue, lastra, flebo, un paio di punture. E una fattura che manco un cardiologo di fama mondiale. Talmente alta da riuscire a penetrare, con una stoccata dolorosa, lo spesso bozzolo di paura atavica che al momento pare avvolgerti.</p>
<p>Si torna a casa, è la mattina di un sabato d’aprile, a voi invece pare un lunedì di fine novembre, freddo e grigio, e siete già stanchi come se vi avessero picchiati a lungo con un grosso bastone. Tutti e tre. Tu e il Fidanzato Asburgico vi accasciate sul divano, il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano si trascina a nascondersi sotto al letto. E lo sappiamo tutti, si, che l’animale malato che vuole nascondersi non è una bella cosa.</p>
<p>Il giorno dopo quasi lo rimpiangerai, il nascondiglio sotto al letto. Che anche se ti alzi ogni 10 minuti per darle un’occhiata, almeno negli otto minuti di mezzo riesci a fare altro. Tipo tenere una rivista tra le mani, andare al supermercato con la lista sbagliata e comprare metà degli ingredienti per una ricetta già provata (che non vi era nemmeno troppo piaciuta), o fissare l’aria in direzione del televisore.</p>
<p>La sera, poi, il gatto compare in soggiorno, si fa fare due grattini, mangia un boccone e va a scavare un attimo nella sua sabbietta. Tu ti dici che è solo provato dagli strapazzi, e piano piano…</p>
<p><em>Una si attacca a tutto.</em></p>
<p>Poi la seconda crisi, ma diversa, seconda botta di paura nera, e seconda corsa in taxi. E il veterinario che cade dal pero. Proprio quello che hai bisogno di sentirti dire in questi casi:</p>
<p>“Questi sintomi tutti insieme non hanno senso, facciamo altre analisi”.</p>
<p>E la terza considerazione: perché a portare un animale malato dal veterinario si ha l’impressione di essere tornati indietro nel tempo? Tipo al medioevo? Portasse uno di quei becchi ricurvi pieni di erbe medicinali l’illusione sarebbe completa. E si, lo so bene che il gatto <em>non indica con la zampina dov’è, esattamente, che gli fa male</em>, l’ho capito, ma sinceramente il veterinario, piuttosto che un medico, mi è parso un <em>osservatore neutrale dell’ONU</em>. La parcella della seconda visita – 10 minuti, flebo, punturina di vitamine – è precisa uguale a quella della fisioterapista per un’ora di trattamento alla schiena malandata del Fidanzato Asburgico. Speriamo aiuti altrettanto.</p>
<p>La quarta considerazione: questo gatto è a pieno titolo un membro della famiglia. Esattamente come fate sempre voi, infatti, si è ammalato allo scadere della settimana lavorativa, quando già si annusava il weekend. Ed è tutto chiuso, inclusi laboratori di analisi e farmacie. In compenso, lo dico per <em>par condicio</em>, e forse per non sembrare troppo negativa, le strade non sono molto trafficate. E i tassisti possono sgommare in libertà ad ogni semaforo.</p>
<p>Dopo il secondo spavento, finalmente, decidi unilateralmente che il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano non può più andare a nascondersi. Che stia lì sul divano, dove almeno lo puoi tenere sott’occhio senza ogni volta spostare il materasso e smontare la rete ortopedica. Non che a questo punto il gatto mostri la minima voglia di muoversi da dove lo metti, sia chiaro.</p>
<p>È circa a questo punto che il Fidanzato Asburgico, che è allo scadere di una deadline importantissima, si rende conto di aver buttato nel cesso un sabato intero. E che ha un appuntamento fiume che comincia alle 11 del mattino. Incarta laptop e appunti vari, ed esce, lasciandoti sola in casa, col gatto sul cuscino. E tu ti accorgi di non essere minimamente in grado di combinare un tubo. La tua testa è <em>gaga</em>. E stai lì seduta accanto al tuo gatto, ogni tanto gli fai una carezza senza sapere davvero se la gradisce, ma – insomma! – non ce la fai più a trattenerti. Una giornata infinita.</p>
<p>Ad un certo punto, magari, cerchi di distrarti. Cucinando. Cucinando una torta. <em>Bruciando</em> una torta. Che però sortisce l’effetto sperato, i nervi si allentano un attimo, e realizzi che è meglio parlare con qualcuno. La mamma è l’unica scelta sensata.</p>
<p>Poi il gatto si alza, e va a fare la pipì. Certo, quando torna si ferma davanti al divano e ti guarda, fino a che tu non lo tiri su e rimetti sul cuscino. Ma il semplice fatto che si sia alzato ti ha alleggerito il cuore. Manco fosse andato a prepararti un caffè. Più tardi noti che non sta più lì tutto raggomitolato, ma ha allungato una zampa per mettersi comodo. Gli fai un grattino e lui ronfa. Un attimo brevissimo, e a volume bassissimo, ma ha ronfato. Ho già detto, si, che <em>una si attacca a tutto</em>? E all’una e mezza di notte riesci persino ad andare a dormire. Fra tre ore torna anche il Fidanzato Asburgico, stravolto.</p>
<p>La levataccia per portare il Gatto-Troppo-Lento-Per-L’occhio-Umano al terzo appuntamento dal veterinario te la ciucci tu, ma il dottore non la da più per spacciata, con un sorriso aggiunge addirittura:</p>
<p>“Beh, il gatto non è neanche troppo vecchio. Speriamo.”</p>
<p>Tu torni a casa, con un gatto inviperito, un portafoglio vuoto (quando guarisce gli farò delle trattenute dalla paghetta che manco si immagina), un poco di mal d’auto, e un appuntamento telefonico col veterinario per domani.</p>
<p>Il Fidanzato Asburgico oggi lavora da casa, e tu ti azzardi ad andare a lavorare. Il gatto, con fatica, si arrampica sulla scrivania e si piazza al suo posto preferito, con il muso sulla tastiera del computer. In quattro tappe, certo, scatola da scarpe, tavolino del ficus, cassettiera, scrivania, ma sempre arrampicare è. <em>E una si attacca a tutto</em>. E quando la sera pare davvero mogio mogio, non vuoi smettere di pensare che si è arrampicato. Si è arrampicato.</p>
<p>Poi l’ultima nottataccia, l’ultima crisi, l’ultima corsa in taxi.</p>
<p>Al ritorno avremmo potuto prendere l’autobus, ma non ce l’abbiamo fatta. Oggi splende il sole.</p>
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		<title>Dimmi cosa rileggi e ti dirò chi sei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2013 09:38:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensato]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Fine febbraio è sempre il periodo più duro in questo orrendo clima asburgico.</p>
<p>Lo ripeto spesso, quello che mi frega dell’inverno mitteleuropeo non sono le temperature assolute – che una si attrezza nel guardaroba – ma il fatto che l’inverno duri <em>più di sei mesi</em>. La prima neve ad ottobre ancora riesce ad entusiasmarmi, a novembre aprono i primi banchetti che vendono vin brûlé e mi illudo che l’inverno abbia quasi un suo perché. Dicembre poi va giù che è un piacere, l’Avvento in Austria è una roba seria. A gennaio inizia a salirmi un briciolo di malinconia. Arrivata a febbraio comincio, francamente, a non poterne più.</p>
<p>Vivo qui la una vita, ma – chissà perché – non riesco a levarmi di testa che una volta annusata la primavera, non possa mancare più molto. Anni fa, addirittura, non appena la temperatura accennava a salire sopra lo zero, mi affrettavo a tirare fuori dagli scatoloni scarpe e vestiti leggeri. Ancora ricordo una festa di compleanno organizzata a fine marzo, alla quale arrivai surgelata, con indosso una gonnellina di seta e le ballerine inzaccherate. Fuori c’era mezzo metro di neve.</p>
<p>L’inverno, oramai, non mi frega più, e le ballerine restano incartate fino ai primi di maggio. Non vuol dire che non ci soffra.</p>
<p>Con il tempo ho imparato a sfogare la voglia di primavera non più esclusivamente con l’abbigliamento, ma includendo metodi un poco più trasversali. La maglia di lana sotto alla camicetta, per esempio, ben rimboccata dentro alle mutande. Non si vede ma tiene caldo, così posso smettere di indossare quei golf pelosissimi con su le renne. O una rapida grigliata sotto alla lampada abbronzante, che – precisa uguale la sauna – mi regala la fugace impressione che non avrò mai più freddo in vita mia. E, fatalmente, una botta d’ordine in casa.</p>
<p>Domenica scorsa nevicava e ho sentito il bisogno di fare ordine da qualche parte e mi sono scelta un bersaglio diverso dal solito armadio delle lenzuola e asciugamani: la libreria.</p>
<p>Ora, io sono cresciuta in una casa in cui tutti leggono come pazzi. I libri sono dappertutto: ogni parete è coperta di mensole strabordanti, libri negli armadi, nel sottoscala, nei ripostigli, sotto al letto. La regola ferrea di mamma e papà è infatti <em>non si buttano via i libri</em>. Mamma ha addirittura serie difficoltà a buttare via <em>le riviste</em>. E la mela non cade mai lontano dall’albero: quando sono venuta a vivere a Vienna avevo con me otto scatoloni. Quattro pieni di vestiti primaverili, e quattro pieni dei miei libri preferiti, dai quali mi pareva impossibile separarmi. Così ho cominciato la mia collezione personale.</p>
<p>Con il passare degli anni ho però capito una cosa, una cosa molto triste: con il ritmo a cui compro e leggo libri io, è impossibile conservarli tutti. Una banalissima questione di spazio. Ho dovuto quindi prendere una decisione drastica. La vita è troppo corta per bere vini cattivi, diceva qualcuno. Bene, per me gli scaffali sono troppo pochi per conservare libri che sono sicura di non voler mai più rileggere. E <em>Il Codice Da Vinci</em> o <a href="http://www.nonsolosissi.com/fifty-shades-of-gray-e-davvero-brutto-si/" target="_blank" rel="noopener"><em>Fifty Shades of Gray</em></a> non possono avere alcuna pretesa di star lì a rubarmi spazio.</p>
<p>Non che poi li butti via, per carità, non sono una figlia tanto degenere. I libri di cui voglio sbarazzarmi, semplicemente, li regalo ad amici, o li porto in negozio e li lascio in bella vista in una scatola con su scritto <em>free books</em> (<em>Fifty Shades</em> è ancora lì che aspetta), e quelli che proprio non ha voluto nessuno, li porto ad un punto di scambio, a pochi isolati, dove sul marciapiede c’è uno scaffale di ferro battuto in cui chi vuole può deporre e/o portar via cosa vuole. Il problema di questa soluzione estrema è che – l’avrete immaginato – me ne torno sempre a casa con una bracciata di libri, il triplo di quanto avessi portato io. E siccome sono libri di scarto di qualcun altro, raramente trovo qualcosa di valido. Il cerchio si chiude. Maledetto.</p>
<p>L’ultima botta di ordine vero in libreria deve risalire a diversi anni fa, e i libri erano tutti mescolati. Dopo vari tentativi falliti di ordinare una mensola dopo l’altra, mi sono decisa a tirarli giù tutti quanti, spolverarli, e organizzarli in pile più o meno alte, più o meno pericolanti, in giro per il soggiorno. Per poi risistemarli in rigoroso ordine geografico. I nostri libri sono infatti meticolosamente ordinati <em>per Paese di provenienza dell’autore</em>.</p>
<p>Più alcune piccole sezioni apposta per i fumetti, i libri di viaggi, grammatiche e vocabolari vari, l’arte e il design. I libri di cucina no. Loro hanno il loro scaffale apposta.</p>
<p>Da quest’esercizio sono emerse alcune constatazioni sorprendenti. Cioè che la maggior parte dei miei libri ricada in pochissime categorie: quattro mensole per l’Italia, due per l’UK (o tre, contando anche la mensola del fantasy), due di USA, una ciascuno per Sudamerica, Giappone e Mitteleuropa. Ma solo un Austriaco, Joseph Roth, <em>La Leggenda del Santo Bevitore</em>, in Italiano.</p>
<p>Per gli altri Paesi è davvero questione di briciole. Più Irlandesi (2) che australiani (1, pure brutto, ma lo tengo per il piacere di sistemarlo in fondo a destra); più Francesi (2) che Iraniani (1); tanti Cinesi (3) quanti Scandinavi. E questo è quanto. Ci sono rimasta davvero male.</p>
<p>Più buffo è stato invece scoprire libri in duplice/triplice copia, ma in lingue diverse. Sinonimo di due cose: da un lato – dato che questa libreria è il risultato della fusione di due – che il Fidanzato Asburgico ed io siamo proprio fatti l’uno per l’altra! E anche che i pochi amici che mi regalano regolarmente libri mi conoscono davvero bene. Una sensazione confortante.</p>
<p>Palma d’oro per Haruki Murakami, <em>A Sud del Confine, a Ovest del Sole</em>, in Italiano, Tedesco e Inglese. Mi ha fatto quasi venir voglia di comprarne una copia in Giapponese!</p>
<p>In duplice copia diverse opere di Andrea Camilleri, di cui il mondo di lingua tedesca va letteralmente pazzo. Il primo in ordine temporale, <em>La Concessione Del Telefono</em>, in Tedesco l’avevo comprato io per farlo assolutamente leggere al Fidanzato Asburgico. Ha funzionato, e non ha più smesso.</p>
<p>Il primo romanzo di Stephen King, <em>Carrie</em>, in Tedesco e in Inglese è lì a ricordarci che leggere è un piacere, e a volte ci vogliono anche le boiate.</p>
<p>Menzione d’onore a Umberto Eco, <em>Il Nome della Rosa</em>, in tedesco. E alla ritrovata collezione di Stefano Benni. È venuta su con me in uno dei quattro scatoloni originali e me l’ero completamente scordato. Stasera riattacco <em>Il Bar Sotto il Mare</em>.</p>
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