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	<description>Diario semi-vero di unItaliana a Vienna</description>
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		<title>Pipì in piedi o pipì seduti? Un’intervista.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Feb 2014 08:07:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Oggi vorrei tornare un po’ alle origini di questo blog e analizzare, tramite una serie di interviste, un fenomeno che rientra nella categoria come funziona il cervello degli uomini. E, siccome che gli uomini non sono tutti uguali, bisognerà ascoltare più voci a riguardo. Il tema di oggi mi sta particolarmente a cuore: La pipì&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Oggi vorrei tornare un po’ alle origini di questo blog e analizzare, tramite una serie di interviste, un fenomeno che rientra nella categoria <em>come funziona il cervello degli uomini</em>. E, siccome che gli uomini non sono tutti uguali, bisognerà ascoltare più voci a riguardo. Il tema di oggi mi sta particolarmente a cuore:</p>
<p>La pipì – si fa in piedi o seduti?</p>
<p>Iniziamo con un fervente sostenitore della <em>pipì seduti</em>, il Fidanzato Asburgico.</p>
<p>Sissi: Buongiorno Fidanzato Asburgico, chiariamo subito: sei consapevole che questa intervista è una ripicca? Per l’avermi svegliata ieri notte ben oltre l’una per raccontarmi che Facebook ha comprato WhatsApp per 19 miliardi di dollari, si?</p>
<p>Fidanzato Asburgico: Si, perfettamente consapevole.</p>
<p>S: Bene, allora cominciamo. La pipì, da che mondo è mondo, le donne la devono fare sedute, gli uomini, invece, possono scegliere.</p>
<p>FA: Vero, un vantaggio non indifferente.</p>
<p>S: Concordo. Io, comunque, sarà che non ho scelta, trovo disgustoso dover pulire gli schizzi di pipì secca intorno al water. Che sia la tua, la mia, o quella di qualcun altro. Mi imbarazza anche l’idea che una donna delle pulizia debba grattarla via. Come la pensi a riguardo?</p>
<p>FA: Confesso che fino a quando ho vissuto a casa dei miei genitori io la pipì la facevo orgogliosamente in piedi.</p>
<p>S: Davvero? E poi che è successo?</p>
<p>FA: La voglia mi è passata per magia quando sono andato a viere da solo, precisamente nel momento in cui ho pulito io, per la prima volta, la toilette. Da allora sempre seduto.</p>
<p>S: Sono più di vent’anni, quindi.</p>
<p>FA: Si, più di metà della mia vita.</p>
<p>S: Ti manca?</p>
<p>FA: Guarda, nei bagli pubblici – per esempio quando sono in un locale o al ristorante – preferisco non sedermi sulla tazza e la faccio in piedi. Ho quindi diverse occasioni di portarlo a spasso*. No, non mi manca.</p>
<p>S: Grazie, buona giornata.</p>
<p>FA: Buona giornata anche a te, Principessa.</p>
<p>Nota: La redazione è alla ricerca di uno o più sostenitori della <em>pipì in piedi</em>, per completare questo quadro sociologico. Messaggio privato, email, commento qui sotto. Senza vergogna!</p>
<p>* Per chi mastica Tedesco, l’espressione originale usata dal Fidanzato Asburgico è <em>ich habe genügend Auslaufmöglichkeiten</em>. Che in effetti rende meglio l’idea.</p>
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		<title>La stanchezza intrinseca dell’espatriato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jan 2014 09:41:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Imparare una lingua straniera costa fatica. E se pensiamo alla fase iniziale di un espatrio – quella in cui uno annaspa furiosamente per, contemporaneamente, imparare la lingua, cercare casa, cercare lavoro e magari crearsi un giro di amicizie o una parvenza di vita sociale – ecco, ho scritto la banalità dell’anno. Chi si è trasferito&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Imparare una lingua straniera costa fatica. E se pensiamo alla fase iniziale di un espatrio – quella in cui uno annaspa furiosamente per, contemporaneamente, imparare la lingua, cercare casa, cercare lavoro e magari crearsi un giro di amicizie o una parvenza di vita sociale – ecco, ho scritto la banalità dell’anno. Chi si è trasferito in un Paese estero da meno di due-tre anni è, mentalmente, <em>sempre stanco</em>.</p>
<p>Cosa succede dopo? La stanchezza passa come per magia? Ci pensavo ieri sera, prima di addormentarmi, e la risposta che mi sono data è un secco <em>no</em>. E non è solo stanchezza: parlare male o maluccio la lingua locale comporta sforzo, ma anche un vago senso di inadeguatezza, di partire sempre svantaggiato, una sorta di pesante palla al piede che ci trasciniamo dietro. Questa stanchezza non scompare un bel giorno per magia, nessuno ti accende la luce di punto in bianco. La paura passa piano piano, su binari paralleli alla competenza linguistica, che si immagina crescere costantemente col passare del tempo. Io, dopo più di tre anni di permanenza a Vienna, e giuro che il Tedesco lo stavo <a title="Ma come parli bene il tedesco!" href="http://www.nonsolosissi.com/ma-come-parli-bene-il-tedesco/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">imparando alla velocità della luce</a>, ancora scrivevo <a title="Tv specchio del Paese?" href="http://www.nonsolosissi.com/tv-specchio-del-paese/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">lettere come questa</a> ad Italians. L’incipit (“è la sera di Ferragosto, fuori un tempo da lupi, qualche linea di febbre – una di quelle serate in cui tutto quello che voglio è ascoltare un po’ di italiano”) è probabilmente incomprensibile a chi non viva in pianta stabile in un Paese in cui si parla una lingua diversa dalla sua lingua madre.</p>
<p>Quanto ci vuole perché passi? Un paio d’anni? Un decennio? Una vita? Non ho una risposta precisa a questa domanda, anche perché il senso di fastidio non dipende solo dalla difficoltà connaturata alla lingua straniera in questione (che so, presumo che ascoltare Spagnolo tutto il giorno sia meno alienante che ascoltare Tedesco), ma posso raccontare un paio di aneddoti che mi riguardano.</p>
<p>I primi anni a Vienna, linguisticamente parlando, sono stati durissimi. A partire dallo shock del<em>Giorno 1</em> quando accesi il computer in ufficio e mi trovai davanti Windows 95 tutto in Tedesco. Per mesi chiamai amici in Italia al telefono facendo domande ridicole</p>
<p>“Marco! Dove trovo i menù per formattare le celle in Excel?”</p>
<p>Marco, cervello fino al quale avevo spiegato il dramma in una lunga email, non rispondeva con pernacchie e sberleffi, ma con indicazioni molto operative</p>
<p>“Allora, terzo menù da sinistra, quarta riga dall’alto”.</p>
<p>A mia gratitudine non conosceva limiti.</p>
<p>La sensazione di essere un pesce rosso che guarda fuori dalla sua boccia era quasi tangibile, specie quando mi ritrovavo attorno ad un tavolino con un paio d colleghi per una pausa caffè, o a pranzo. Spesso annuivo in silenzio quando mi rivolgevano la parola, facendo solo finta di aver capito. O chiedere a Luise di chiamare lei a nome mio la <em>Wien Energie</em> per l’allacciamento della corrente; e i sudori freddi che mi assalivano ogni volta che squillava il telefono sulla scrivania.</p>
<p>Nell’azienda in cui lavoravo i primi anni avevo però un vantaggio, che mitigava questa sensazione di spaesamento. Era un’azienda italiana e la mia posizione richiedeva di comunicare tantissimo con la casa madre. Cosa che io facevo in scioltezza, spesso e volentieri anche per i colleghi che parlavano male l’Italiano. Insomma, faticavo col Tedesco ma mi toglievo anche delle belle soddisfazioni. E questo bilanciare le competenza linguistiche, a suo modo, confortava.</p>
<p>Neanche quattro anni dopo cambiai lavoro. Accettai, come grande sfida, di passare alle vendite come responsabile di zona per una casa automobilistica americana. Questa cosa del responsabile di zona mi puzzava un po’ sin dall’inizio, ma nell’<em>automotive</em> pare che non si possa fare carriera senza fare un giro nelle vendite, e mi dissi</p>
<p>“Bon, proviamo, uno o due anni e poi torno al mio amato marketing”.</p>
<p>In fondo avevo fatto diversi colloqui in Tedesco, alcuni risultati persino in offerte di lavoro. E questi mi avevano assunta ben consapevoli che io non fossi madrelingua (e che parlassi perfettamente l’Italiano non gli interessava affatto).</p>
<p>“Se il mio livello di Tedesco sta bene a loro, figurati se non basta anche a me”.</p>
<p>Dopo aver firmato il contratto, ricordo, mi sembrava di aver ricevuto una medaglia al valore, di aver raggiunto una pietra miliare.</p>
<p>“Guarda come sono stata brava! Dopo un paio d’anni qui già competo sul mercato del lavoro con i madrelingua! Son soddisfazioni.”</p>
<p>Mi sbagliavo. O almeno avevo sottovalutato le difficoltà alle quali sarei andata incontro sul campo.</p>
<p>La zona che mi assegnarono era la Stiria, e mi andò anche bene, che in massimo tre-quattro ore di macchina ero di nuovo a casa mia a Vienna. In Stiria, però, parlano un dialettaccio difficilissimo da capire – suona anche simpatico, ma in pratica non parlano, abbaiano. E nonostante i miei concessionari fossero davvero delle brave persone, e si sforzassero gentilmente di parlare Tedesco e non dialetto con me, non sempre la conversazione era facile e immediata. E io sempre lì ad annaspare, per non far sospettare all’interlocutore che, davvero, non ci avevo capito un tubo. Quando si parla male una lingua, infatti, si corre sempre un po’ il rischio di passare per deficienti. E per un responsabile di zona, che ha spesso direttive sgradevoli da impartire ai concessionari, passare per deficiente non è il massimo. Aggiungiamo poi il fatto che io ero la prima donna responsabile di zona in Austria (non scherzo, ci fecero su addirittura un comunicato stampa) e che lavoravo nell’<em>after sales</em>. Non visitavo quindi solo concessionari di vendita, con le vetrine luccicanti, il buon odore di auto nuova, e il responsabile con il quale parlare in giacca e cravatta. Io visitavo anche officine scalcagnate in paesucoli sperduti, e parlavo col proprietario, che mi allungava la mano da stringere dopo essersela strofinata sommariamente sulla salopette sporca di grasso. Quelli con le <a title="Lasciar andare le cose" href="http://www.nonsolosissi.com/lasciar-andare-le-cose/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">saponette lerce nel bagno</a> di cui parlavo ieri. Non erano tutti accomodanti quando si trovavano di fronte una donna.</p>
<p>Girare tutta la settimana per la Stiria e tornare a casa solo i fine settimana non mi piaceva per niente. Mentre i colleghi inneggiavano alla favolosa libertà della vita sulla strada, a me mancavano la scrivania, la piantina vicino al telefono, la cornice con la foto, la pausa caffè, i colleghi. Io mi sentivo assolutamente persa. Ero inoltre costretta a comunicare tantissimo per telefono, e anche se non mi pigliava più il panico, parlare al telefono ancora richiedeva uno sforzo notevole.</p>
<p>Un mesetto dopo aver iniziato festeggiai il mio compleanno in un pub viennese, e invitai i nuovi colleghi. I quali colleghi, invero persone simpaticissime, mi regalarono un libro di Asterix in dialetto stiriano e un vocabolario tascabile Austriaco-Stiriano. Ricordo ancora che quando scartai il pacchetto l’intero locale scoppiò in una risata di pancia. A me salirono le lacrime agli occhi. Non se ne accorse nessuno, ma in quel preciso istante decisi che avrei lasciato quel lavoro alla prima occasione decente. Ci vollero altri due mesi, che a me sembrarono duemila.</p>
<p>Quando poco dopo iniziai in un’altra azienda, non ebbi più difficoltà insormontabili con la lingua. Perché allora in quell’occasione toppai tanto clamorosamente?</p>
<p>Semplicemente perché lavorare in una lingua straniera è e rimane una fonte di stress. E se il lavoro ti piace, se con i colleghi ti trovi bene, se hai modo di controbilanciare alcuni patemi, la vita ti sorride. Magari arrivi a casa la sera stravolto e per disperazione ti guardi <em>Un medico in famiglia</em>, che con la tv via cavo prendi solo Rai1 e non hai scelta. Magari ogni tanto ti concedi la serata di chiacchiera tra Italiani, magari fai due coccole al gatto. Ma se il lavoro non ti piace, ti senti sola, il tuo gatto è a duecento chilometri, e stasera dormirai nell’ennesimo albergo… io mi addormentavo tutte le sere piangendo. E non era giusto.</p>
<p>Oggi, e da quell’episodio sono passati sette anni, sono convinta sarei in grado di gestire quel lavoro. Non mi piacerebbe, ma resisterei sicuramente ben oltre i tre mesi di allora. Si è accesa la luce? I patemi sono finiti per sempre?</p>
<p>Purtroppo no. Ci sono ancora situazioni in cui il Tedesco mi causa difficoltà. Sono diventate molto rare ma non sono scomparse. L’esempio più classico: i miei amici più cari lo sanno, altri ancora si stupiscono, ma quando la sera siamo in un locale affollato, magari dopo uno o due bicchieri di vino, quando dopo una cert’ora alzano la musica di sottofondo e il vociare si fa sempre più confuso… ecco, io saluto tutti e me ne torno a casa. Semplicemente non ce la faccio più a seguire la conversazione, o mi costa troppa fatica. E in Italiano – sicuro come la morte – manco mi sarei accorta che la musica è diventata più forte.</p>
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		<title>Parla come mangi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2013 09:56:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Allo scadere dei primi cinque anni di residenza in quel di Vienna avevo scritto una lista di motivi per cui secondo me avevo fatto benissimo ad andarmene dall’Italia. A chi interessassero, li trovate qui. Al primo, primissimo posto, avevo messo ho imparato due lingue straniere. Non ho cambiato idea, parlare bene una lingua straniera è&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Allo scadere dei primi cinque anni di residenza in quel di Vienna avevo scritto una lista di motivi per cui secondo me avevo fatto benissimo ad andarmene dall’Italia. A chi interessassero, li trovate <a title="Nove motivi per cui ho fatto bene a lasciare l’Italia (e nove no)" href="http://www.nonsolosissi.com/nove-motivi-per-cui-ho-fatto-bene-a-lasciare-litalia-e-nove-no/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">qui</a>. Al primo, primissimo posto, avevo messo <em>ho imparato due lingue straniere</em>. Non ho cambiato idea, parlare bene una lingua straniera è una soddisfazione che non ti leva nessuno.</p>
<p>All’alba dei dodici anni all’estero, devo comunque riconoscere che il mio Inglese è rimasto più o meno al palo. Lo parlo e lo capisco bene, ma sento sempre un po’ di timore reverenziale di fronte ai madrelingua, e un vago imbarazzo quando sono in UK o USA. Che poi non è forse manco corretto dire che parlo Inglese. Io parlo quell’Inglese internazionale che tutti capiscono ma nessuno apprezza. Credo abbia addirittura un nome… <em>International English</em>, o una roba così.</p>
<p>Il Tedesco invece no, lo parlo davvero bene, con tanto di accento austriaco. E non mi vergogno mai, davvero mai, nemmeno in Germania.</p>
<p>L’altro giorno Lidia, un’amica su facebook, mi ha fatta invece cadere nella disperazione più nera. Io ero bellamente convinta che imparare le lingue straniere fosse sempre cosa buona e giusta, una roba impossibile da criticare, impossibile trovarci difetti. Ho invece realizzato che imparare le lingue straniere ha anche risvolti negativi. Lidia ha postato una domanda apparentemente innocua in un gruppo in cui si ritrovano tanti Italiani che vivono qui:</p>
<p>“Domanda per chi è a Vienna da poco e non parla ancora bene il tedesco. Che stranezze notate nell’italiano di chi è qui da molto tempo?”</p>
<p>Leggere la sfilza di risposte sotto è stato illuminante, divertente e raccapricciante allo stesso tempo. Illuminante perché ho capito che non sono l’unica. <em>Mal comune mezzo gaudio</em> era un proverbio che non mi ha mai convinta troppo, ma offre sempre una certa forma di consolazione. Divertente perché c’è chi fa ben peggio di me, e per continuare con i proverbi inutili, <em>nella vita è sempre questione di paragoni</em>. E offre consolazione anche questo. Raccapricciante perché… beh… davvero… continuate a leggere, vah.</p>
<p>Ecco una breve carrellata degli errori più comuni con cui gli Italiani residenti in un Paese di lingua tedesca infarciscono la propria lingua madre.</p>
<p>Cominciamo con le banali traduzioni letterali:</p>
<ul>
<li><em>Fino</em> invece di <em>entro</em>. “Fino a mercoledì avrò finito la presentazione”</li>
<li><em>Normalmente</em> invece di <em>di solito</em>. “Normalmente di sabato mi sveglio tardi”</li>
<li><em>Si per favore</em> invece di <em>si grazie</em>. “Vuoi un caffè? Si per favore”</li>
<li><em>Avere il compleanno</em> al posto di <em>compiere gli anni</em>. “Oggi Maria ha il compleanno”</li>
<li>Nei negozi chiedere “<em>dove sono le cabine?</em>” al posto di “<em>dove sono i camerini?</em>”</li>
<li><em>Investizione</em> al posto di <em>investimento</em>. “L’investizione per aprire un’azienda in Austria è minima”</li>
<li><em>Scurrile</em> al posto di <em>bizzarro</em>. “Che situazione scurrile!”</li>
<li><em>Prendere un credito</em> al posto di <em>accendere un mutuo</em>. “Per i lavori di ristrutturazione Paola e Francesco hanno preso un bel credito”</li>
<li><em>Scialle</em> al posto di <em>sciarpa</em>. “Mi sono comprata guanti e scialle uguali!”</li>
<li><em>Pratico</em> al posto di<em> tirocinio</em>. “È difficilissimo trovare un pratico da parrucchiere”</li>
<li><em>Carta da visita</em> al posto di biglietto da visita. “Licia ha una carta da visita pacchianissima”</li>
<li><em>Fa senso </em>al posto di<em> ha senso. </em>“Questa frase non fa alcun senso” (!)</li>
<li><em>Come ti piace</em> al posto di <em>quanto ti piace</em>. “Come ti piace la musica jazz?”</li>
<li><em>Provvisione</em> al posto di <em>provvigione</em>. “Non ho più preso l’appartamento, la provvisione era tropo alta”</li>
<li><em>Ammeldare</em>, puro gergo da espatriato post 2004<em>. </em>“Sei già ammeldato?” (che vuol dire, avere o meno l’<em>Anmeldebescheinigung</em>, un documento che permette la residenza a tempo indeterminato all’interno della Comunità Europea).</li>
</ul>
<p>Ci sono poi tanti modi di dire, di costruire le frasi, che con l’Italiano non c’entrano un tubo. Eppure…</p>
<ul>
<li><em>Anche</em> posizionato alla tedesca. “Lui è anche medico” invece di “Anche lui è medico”</li>
<li><em>Oder </em>(<em>oppure</em>) piazzato alla fine di ogni frase come intercalare</li>
<li>Chiedere<em> “possiamo pagare?” </em>al posto di<em> “ci porta il conto?”</em></li>
<li>L’uso fantasioso della preposizione <em>di</em>. “Sarebbe bello di andare a sciare”</li>
<li>Pronunciare <em>oké</em> al posto di <em>okay</em>. “Ci vediamo stasera?” “Oké!”</li>
<li>Pronunciare <em>catastófe</em> a posto di <em>catástrofe</em>. “Quel programma è una catastófe”</li>
<li>Pronunciare <em>papa</em> al posto di <em>papà</em>. Si, proprio come per Papa Francesco, solo intendendo il vecchio genitore.</li>
</ul>
<p>Anche sull’Italiano scritto ci sarebbe poi da filosofeggiare parecchio</p>
<ul>
<li>La tentazione, invero difficile da resistere, di aggiungere un’<em>h</em> dopo la <em>sc</em>. “Il futurismo nasche in Italia”</li>
<li>La tentazione di scrivere i sostantivi con la maiuscola in Italiano. E a questa, francamente, è davvero impossibile resistere. Non faccio manco un esempio, dato che leggete questo blog. Sceglietevi un post a caso. Questo <em>anche</em> va benissimo.</li>
<li>Infarcire le frasi di <em>virgole</em>, sempre e assolutamente per separare le frasi principali dalle secondarie. Idem come sopra.</li>
<li>Usare automaticamente la <em>t</em> al posto della <em>z</em>. “La post-produtione di un film dura mesi”</li>
</ul>
<p>Io, ammetto, sono colpevole. Molto colpevole. Riguardando la sezione traduzione letterale, confesso un 7/15. Per la costruzione fantasiosa della frase, un bel 5/7. Più uno strepitoso 4/4 per lo scritto.</p>
<p>“La cosa più drammatica” scrive Lidia (che invece ‘sti errori non li fa e scrive i nomi delle lingue straniere con la minuscola) “è che l’italiano va in vacca molto prima di raggiungere un buon livello in tedesco. Si rimane invischiati in un’afasia bilingue, incapaci di esprimersi correttamente sia in tedesco che in italiano”.</p>
<p>Avete altri esempi? Magari in altre lingue? Che a me viene in mente solo gli Italiani di stanza a Londra che dicono i <em>vegetali</em> al posto della <em>verdura</em>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS Citazione a parte per<em> “mi froio di vederti” </em>al posto di<em> “sono contento di vederti”. </em>No, perché in Tedesco si dice “<em>Ich freue</em> (pronuncia froie) <em>mich dich zu sehen</em>”, e in Italiano, davvero, non ha alcun senso. Se lo avesse, però, sarebbe sicuramente una parolaccia! Pure piuttosto greve, di quelle, per intenderci, che io non uso e che mi vergogno un attimo pensino a pensarci. Non ci volevo credere, ma questo orrore ha trovato ben tre colpevoli disposti a confessare! Ci tenevo a sottolineare la mia totale estraneità al fatto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Foto: <a href="http://www.google.it">www.google.it</a></p>
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		<title>Lo shock culturale</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Aug 2013 12:33:40 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">7</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Tanti anni fa, in una galassia molto lontana, esistevano ancora i <em>programmi trainee</em> delle grandi aziende. Ogni multinazionale degna di questo nome ne aveva uno. In sostanza le aziende assumevano giovani neolaureati freschi d’università, gli insegnavano qualcosina di utile, poi li sparpagliavano nelle varie sedi in giro per il mondo. A volte per qualche mese, i più fortunati anche un anno. I fortunatissimi facevano persino più giri in Paesi diversi. Alla fine del programma ti offrivano un bel contratto, in genere nel tuo Paese di provenienza.</p>
<p>L’avrete capito, è così che sono finita a Vienna. Non per scelta, ma per caso, mandata qui da – come la chiamavano i ragazzi del mio programma – <em>Mamma-Fiat</em>. Ebbi la fortuna di acchiappare per la coda la moda dei trainee programs, e il mio era persino bello polposo. Un anno e mezzo a botta, tre giri diversi in Paesi in cui esistesse un’azienda del gruppo.</p>
<p>Mamma-Fiat curava questo programma da diversi anni e aveva fatto tesoro dell’esperienza negativa dei primi gruppi: cioè l’altissimo tasso di autolicenziamento per alcune combinazioni di Paese di provenienza/Paese di destinazione. Mi spiego: per qualche misterioso motivo gli Italiani sembravano reggere meglio la Cina dei Francesi, gli Americani davano fuori di testa in Italia, dove invece i Sudamericani si trovavano benissimo.</p>
<p>Le prime settimane di corso si tenevano quindi a Londra, e consistevano in un gigantesco workshop sul tema <em>interazione tra culture diverse</em> e soprattutto <em>shock culturale</em>. L’esperienza più interessante della mia vita, imbattuta fino ad oggi.</p>
<p>Il gruppo di cui facevo parte era, invero, internazionale di brutto. A raccontarlo sembra sempre l’inizio di una pessima barzelletta. Una manciata di Italiani, una di Tedeschi, Francesi, Argentini, alcuni Polacchi, Americani, un Brasiliano, un’Olandese, palma d’oro dell’esoticità ad un ragazzo paraguayano. Per sperimentare lo scontro culturale ci bastava fare due chiacchiere a colazione.</p>
<p>Ricordo ancora con affetto una scenetta capitata durante un pranzo alla mensa aziendale. Intorno al tavolo io, due italiani, un tedesco, un argentino, un brasiliano e Edith, una ragazza olandese alta e sottile, capelli biondissimi e occhioni azzurri, che pareva una fatina delle favole. Si parlava di bidet, questo oggetto misterioso che in molti si erano ritrovati in bagno a tradimento. Edith, una volta capito l‘utilizzo corretto dell’oggetto, lo trovò disgustoso. E mentre masticavamo la cotoletta ci fece un breve discorso sul perché e il percome. Mentre lei blaterava allegramente (non ricordo l’argomentazione esatta, ma un vago “<em>your body juices all mixed up</em>”), solo il Tedesco annuiva serio. I maschi italiani arrossivano visibilmente e sghignazzavano; il ragazzo argentino, imbarazzatissimo, non sapeva più da che parte guardare. Il brasiliano addirittura sputò il boccone nel tovagliolo, si alzò e si allontanò dal tavolo col conato del vomito. Evviva sempre la multiculturalità!</p>
<p>Per un paio di settimane, dunque, ci rinchiusero in un albergo in un sobborgo di Londra insieme ad un professore di Oxford (un genio del quale ho tristemente dimenticato il nome), che ci illuminò sul processo di ambientamento in una cultura a noi aliena.</p>
<p>La teoria prevede quattro fasi, che possono variare in termini di tempo e intensità. (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Culture_shock" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Fonte Wikipedia</a>)</p>
<p>La prima è la <strong>luna di miele</strong>, che in genere dura da qualche settimana a qualche mese. È la fase in cui si osserva e scopre il Paese ospitante per la prima volta, in cui le differenze paiono intriganti, divertenti, interessanti e persino geniali. I classici occhialoni rosa.</p>
<p>Segue la fase di <strong>negoziazione</strong>, durante la quale si continuano a notare sempre più differenze, senza però provare più l’emozione della novità. Piuttosto scivolando nell’ansia.</p>
<p>Segue poi la fase più lunga, l’<strong>adattamento</strong>. Le abitudini locali smettono di sembrare irrazionali o faticose, e sopraggiunge un senso di normalità.</p>
<p>Per finire in bellezza si raggiunge la fase di <strong>padronanza</strong>, che non vuol dire necessariamente assimilazione, ma il semplice sentirsi a proprio agio nella cultura di accoglienza. Da qui in poi possiamo iniziare a usare tutte quelle belle parole come <em>multiculturale</em> e <em>cosmopolita</em>. Son soddisfazioni.</p>
<p>Questa la teoria. E pare quasi scontata: non è difficile immaginare i problemi cui si va incontro trasferendoci in Cina o India. Le differenze sono talmente gigantesche!</p>
<p>Meno banale è – sorprendentemente – spostarsi di poco. Vi racconto ora quale sia stata la mia esperienza pratica, di Romana a Vienna, tasso di esoticità zero spaccato, distanza fisica tra Patria e Paese ospitante al minimo storico.</p>
<p>Ero partita con la mia bella imbottitura di teoria sullo shock culturale, fermamente convinta che non mi sarebbe servito.</p>
<p>“C’è persino un confine fisico tra Italia e Austria, perbacco, che razza di differenze ti vuoi aspettare? Impara il tedesco e via.”</p>
<p>Questo dicevo ridendo ai compagni di corso con destinazioni più lontane. E mi sbagliavo.</p>
<p>La fase luna di miele è stata lunga e violenta. Sarà anche che venendo su da Roma bastava poco per mandarmi in brodo di giuggiole. Il tram che passa puntuale rispettando l’orario appeso al palo della fermata; l’ufficio per la pratica burocratica aperto tutti i giorni, senza fila, con dentro un impiegato gentile che mi spiegava le cose in inglese. Ieri per caso ho letto <a href="http://antoniomenna.wordpress.com/2013/01/14/i-napoletani-non-devono-viaggiare/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">questo</a> in rete, le impressioni di un napoletano che ha trascorso un fine settimana a Stoccolma. Ecco, io mi sentivo proprio così, Alice nel Paese delle Meraviglie.</p>
<p>A credere alla teoria, durante questa fase l’espatriato cerca la compagnia dei locali, ma solamente di quelli ben disposti nei confronti degli stranieri, e con cui riescano a comunicare facilmente (in genere in Inglese). Confermo in pieno: sono anche stata un po’ fortunella, ma le prime persone con cui feci amicizia erano due ragazze austriache. Luise, che parla cinque lingue e ha vissuto in tre Paesi diversi, e Alexandra, madre scandinava e Erasmus in Danimarca. Insieme a Roger-L’Olandese-Posato costituirono il nocciolo della mia neonata vita sociale.</p>
<p>La seconda fase, la negoziazione, è stata più sottile, quasi infida. Era la fase che io credevo di saltare a piè pari, e che mi ha invece causato parecchie difficoltà. No, perché la teoria che avevo imparato è pensata piuttosto per Statunitensi scaraventati in Bangladesh. Parla di barriere linguistiche, differenze in termini di igiene pubblica, sicurezza stradale, qualità e disponibilità di cibo. E poi anche di flora intestinale, medici e ospedali, farmaci diversi. Tutti fattori che contribuiscono al senso di isolamento e frustrazione.</p>
<p>Ora, a parte la difficoltà con il tedesco, che non si risolve certo in qualche mese, gli altri fattori mi facevano scompisciare dalle ristate. Igiene pubblica? Mancherà anche il bidet in bagno, ma arrivando da Roma nelle stazioni della metro viennese io avrei leccato il pavimento! Sicurezza stradale? Mi state prendendo in giro? Ho smesso da pochissimo di ringraziare con un cenno del capo gli automobilisti che si fermano per farmi attraversare sulle strisce (cioè tutti)! E sul cibo non fatemi nemmeno cominciare, mancheranno i biscotti del Mulino Bianco, ma al supermercato si trovano l’80% dei prodotti italiani a cui ero abituata. E pure della stessa marca.</p>
<p>Credevo quindi, in piena buona fede, di non avere niente da negoziare. E proprio a causa di questa convinzione ci ho messo parecchio tempo, probabilmente più del necessario, a capire che invece avevo molto da imparare anch’io.</p>
<p>Il primo sospetto mi salì la volta che stavo aspettando Alexandra ad una fermata della metro. Mi chiamò sul cellulare avvertendomi di essere cinque minuti in ritardo. Ci rimasi malissimo. Perché io, da brava Italiana, mai avrei avvertito di un ritardo inferiore al quarto d’ora. Anzi, manco lo avrei considerato ritardo; al massimo <em>tolleranza</em>.</p>
<p>Cominciai quindi a guardarmi intorno con occhi diversi e mi accorsi con orrore di parecchie differenze. A quanto fosse alto il mio volume di voce in confronto ai colleghi raccolti intorno al tavolino della pausa caffè. A come gli amici asburgici invitati per cena suonassero il campanello all’orario stabilito, spaccando il secondo. Alla vecchina che mi diede un’ombrellata sugli stinchi perché avevo accennato ad attraversare la strada sulle strisce col semaforo pedonale rosso.</p>
<p>“Ma non arriva nessuna macchina!” avevo protestato.</p>
<p>“Ci sono bambini che guardano!” mi rispose secca. Sarei volentieri sprofondata nell’asfalto della Mariahilferstrasse.</p>
<p>E ancora, alla volta che in fila al supermercato il tipo dietro di me mi chiese se poteva passare avanti.</p>
<p>“Certo, ma guardi che non sono io la prossima alla cassa”.</p>
<p>Mi ignorò e chiese anche alla signora davanti a me. Che si premurò di spiegarmi</p>
<p>“Bisogna chiedere a tutti, cominciando dalla fine della fila, perché sta passando avanti a tutti, non solo al primo”. Una cosa di una civiltà inaudita, che come prima reazione mi suscitò una risata scomposta. Della quale, immediatamente, mi vergognai.</p>
<p>Avrei molti, moltissimi altri aneddoti da raccontare, il succo è che un pelo di alienazione lo sentono tutti. È un vago fastidio, uno spiacevole senso di frustrazione difficilissimo da identificare. Volendo si potrebbe paragonare – in piccolo – alla sensazione di leggera estraneità che si prova rientrando in casa propria dopo una lunga vacanza. Tutto è al proprio posto, ma la vaga sensazione di distacco rimane; una sorta di minuscolo jet-lag anche senza aver attraversato fusi orari. O svegliarsi la mattina in una camera d’albergo, e per qualche istante sentirsi perso. Con la luce sbagliata, il comodino troppo alto, l’interruttore del bagno che non si riesce a trovare. Ci vuole un pochino di tempo, tutto qui.</p>
<p>Proprio durante questa fase della negoziazione si possono combinare pasticci notevoli. Oltre ovviamente ad offendere di brutto i nativi. Il più classico è stabilire che il Paese ospitante fa schifo. Che la lingua è troppo ostica e non vale la pena impararla. Che usi e costumi sono ridicoli, cafoni, esagerati. Il resto della vita da espatriato sarà poi, fatalmente, un inferno piastrellato di malinconia, tristezza e arrabbiature feroci. Un errore meno grave ma comunque difficile da raddrizzare è quello di cercare di sopperire alla mancanza di appigli certi facendo troppa comunella tra connazionali. Che certo sono un balsamo per le ferite sanguinanti del povero espatriato, ma andrebbero presi a piccole dosi. Curano infatti solo il sintomo, ma non la malattia. E poi uno, dopo anni, si ritrova con la voglia di integrarsi ma ormai la vita sociale è partita decisa su quei binari e cambiare rotta costa il doppio della fatica.</p>
<p>Sono tuttora convinta che sia stato proprio questo a salvare me. Non ho cercato la compagnia di altri Italiani, a parte Enzo che mi era capitato seduto accanto sul classico volo Roma-Vienna della domenica notte, pieno zeppo di espatriati in rientro. Alexandra, Luise, Roger e la loro girandola di amicizie viennesi erano e rimasero il centro della mia vita sociale. Tornavo ancora in Italia con incredibile regolarità, non ero però esclusivamente Italo-dipendente.</p>
<p>Di integrazione ho già <a href="http://www.nonsolosissi.com/integrati-vs-non-integrati/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">blaterato</a>, e pure <a href="http://www.nonsolosissi.com/ancora-dintegrazione-e-altri-mali/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">profusamente</a>, nelle scorse settimane, non c’è quindi bisogno che mi dilunghi sulla fase finale, quella della padronanza. La piacevole e confortevole sensazione che si prova quando si padroneggiano non necessariamente due lingue, ma soprattutto due culture.</p>
<p>Ecco allora, l’espatrio non è pane per tutti i denti, ma spesso e volentieri fallisce, o non soddisfa, perché abbiamo questa scimmia sulla schiena chiamata shock culturale. E manco ce ne siamo accorti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS Non pensiate che una volta raggiunta la padronanza della cultura straniera una si possa finalmente rilassare, eh! Informo chiunque abbia gestito con successo lo shock culturale, che esiste anche un rovescio della medaglia: lo <strong>shock di rientro</strong>. Sono appena tornata da due settimane a Roma e confermo: la prima settimana se ne è andata tutta in arrabbiature e patemi. Solo dopo sono riuscita a calmarmi e a godermi l’Italia.</p>
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		<title>Ma come parli bene il tedesco!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 13:38:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Vissuto]]></category>
		<category><![CDATA[inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Uno dei rari piaceri della vita è ricevere un complimento sentito, ma soprattutto meritato. Io questo me lo sento ripetere da anni, e continua a farmi un piacere immenso: “Ma come parli bene tedesco!” Perché, ammetto, quando mi dicono “Che bei capelli!” o anche “Ma che bel gatto che hai!”, io sorrido e ringrazio, ben conscia di&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Uno dei rari piaceri della vita è ricevere un complimento <em>sentito,</em> ma soprattutto <em>meritato</em>. Io questo me lo sento ripetere da anni, e continua a farmi un piacere immenso:</p>
<p>“Ma come parli bene tedesco!”</p>
<p>Perché, ammetto, quando mi dicono “Che bei capelli!” o anche “Ma che bel gatto che hai!”, io sorrido e ringrazio, ben conscia di non avere giocato alcun ruolo a riguardo. Per il tedesco invece si, il ruolo l’ho giocato, e pure grosso.</p>
<p>Piccolo antefatto. Ho studiato tedesco al liceo per cinque anni. Non per questo però sono partita avvantaggiata. Appena uscita dal portone della scuola dopo l’esame orale di maturità, in una calda mattina del luglio 1992, piegai la testa di lato e il tedesco che avevo faticosamente imparato cadde tutto per terra. O meglio, dal quel preciso momento in poi non ebbi più nessuna occasione (né interesse) di parlarlo. E visto che il Tedesco non ti aspetta sempre dietro l’angolo, come l’Inglese, pian piano lo dimenticai.</p>
<p>Quando arrivai a Vienna, in una freddissima serata del febbraio 2002, parlavo letteralmente <em>cinque parole</em> di Tedesco. L’azienda per cui lavoravo mi aveva comunicato la destinazione a Vienna con ben quattro giorni di anticipo e io, tra valige, scartoffie e normale orario d’ufficio, avevo contattato un insegnante privato. Che mi insegnò, appunto, a contare fino a cinque.</p>
<p>Una volta arrivata, l’azienda mi pagò un corso privato, tre ore al giorno per un mese. Ricordo ancora che prima di iniziare pensai “Urca! Tempo un mese sarò madrelingua!”. Beata ignoranza. O beata gioventù, fate voi.</p>
<p>Finito il mese avevo imparato:</p>
<ul>
<li>A contare fino a quanto mi pareva;</li>
<li>La coniugazione dell’indicativo presente dei verbi “essere” e “avere”;</li>
<li>I giorni della settimana;</li>
<li>I mesi dell’anno;</li>
<li>I nomi delle verdure di stagione (dietro mia esplicita richiesta).</li>
</ul>
<p>Fine.</p>
<p>In questa fase iniziale, in effetti, speravo ancora di svegliarmi una mattina e, magicamente, ricordarmi quanto imparato a scuola. Aspettavo che il Tedesco mi <em>risalisse</em>, ecco, tipo la sbronza del giorno prima se annusi un goccio d’alcool. Invece, dopo due settimane, ancora nisba. Anzi, cominciai a notare un fenomeno irritante. Spesso mi capitava sotto gli occhi una parola che mi pareva di riconoscere, ero sicura di aver saputo a suo tempo cosa significasse. Ma non avrei potuto ricordarmi la traduzione nemmeno se fosse stata questione di vita o di morte. Ecco, <em>riconoscere le parole senza capirle</em> è un’esperienza estremamente frustrante che non auguro a nessuno, e quando me ne accorsi giurai a me stessa che non avrei mai più dimenticato una lingua straniera.</p>
<p><em>Prima amara constatazione:</em> parlare una lingua straniera non è come andare in bicicletta.</p>
<p>Conclusi quindi che se volevo davvero imparare ‘sta lingua, avrei fatto meglio a rimboccarmi le maniche. Tanto più che la mia pia illusione di riuscire a lavorare tra Italiano e Inglese (ero in un’azienda italiana) si infranse contro un muro di omertà. L’amministratore delegato e il capo del personale parlavano Italiano perfettamente, vero, ma io avevo poco o niente a che fare con loro. I colleghi parlavano Inglese, anche questo vero, ma mediamente peggio di me, e capii in fretta che non volevano lasciarmi questo piccolo vantaggio.</p>
<p>“Vuoi comunicare con noi? Fallo nella nostra lingua.” Questo il velato (ma neanche tanto) messaggio che mi passavano ad ogni meeting, ogni conversazione, ogni pausa caffè.</p>
<p>Bon, comprai una grammatica di medio livello, un televisore, un videoregistratore, e mi tuffai di panza.</p>
<p>La prima fase fu piena di esercizietti completati a matita sul libro e corretti sbirciano le ultime pagine. E di Barbapapà.</p>
<p><em>Seconda amara constatazione:</em> alla grammatica tedesca non si può girare intorno. E se è vero che si può imparare un Inglese decente ignorando la grammatica, col Tedesco, scordatevelo.</p>
<p>Allora, esercizietti grammaticali e Barbapapà. No, non ridete, Barbapapà è una trasmissione assolutamente pedagogica! Pensato apposta per un pubblico di treenni, usa un linguaggio semplicissimo e ben scandito. Luise me lo registrava tutte le mattine e un paio di volte a settimana mi passava le cassette. Che io guardavo religiosamente più volte di seguito, la sera, seduta per terra a gambe incrociate davanti alla TV, con il vocabolario in grembo. A ripensarci mi faccio tenerezza da sola. Passavo anche parecchio tempo con il telecomando in mano, facendo zapping in cerca di pubblicità. Tristissimo lo so, ma gli spot pubblicitari sono corti, si ripetono spesso, e almeno il nome del prodotto e lo slogan sono lì nero su bianco.</p>
<p>“Dai, dai! Passatemi i piselli Igloo un’ultima volta, mi manca solo una parola!”.</p>
<p><em>Terza amara constatazione:</em> il vocabolario che all’inizio ci costruiamo faticosamente è spesso alquanto bizzarro.</p>
<p>Il mio, ad esempio, era infarcito di termini automobilistici imparati per osmosi in ufficio. Imparai prima <em>Gepäckträger</em> (portapacchi) di <em>Weizenmehl</em> (farina di frumento); prima <em>Alufelgen</em> (cerchi in lega) di <em>Röhrenjeans</em> (jeans a sigaretta); prima <em>Mehrwertsteuer</em> (imposta sul valore aggiunto) di<em>Katzenfutter</em> (pappa del gatto). E vi lascio immaginare cosa mi stia più a cuore. E ovviamente<em>Barbatrick!</em> (Barbatrucco!) E questa, sorprendentemente, mi procurò diversi applausi a scena aperta alla macchinetta del caffè. Consiglio caldamente a chiunque si cimenti con una lingua straniera di imparare in fretta una/due boiate. I locali apprezzano molto.</p>
<p>Subito dopo iniziò la fase “Chi vuol essere Milionario?”. Con la domanda lì ben scritta sullo schermo da decifrare con calma, e poi sai esattamente di cosa stanno parlando. So per certo che questo format inglese “Who Wants To Be a Millionaire?” lo guardano tanti stranieri, indipendentemente dalla provenienza e dal paese di destinazione, con lo stesso preciso intento didattico.</p>
<p>La fase seguente, il passaggio alla trasmissione completa, fu ancora più bizzarra. Mi regalarono la cassetta di un film che in Italiano sapevo a memoria, mi pare <em>Il matrimonio del mio migliore amico</em>. Lo guardai fino alla nausea. Poi mi accorsi di una buffa coincidenza. C’era un canale austriaco che passava una serie televisiva americana di poco sfalsata con l’Italia. Così per mesi papà mi registrò le puntate di <em>ER</em> in Italiano, e la mattina dopo correva in posta a spedirmi la videocassetta. Che mi arrivava giusto in tempo per guardare la puntata dopo l’ufficio e subito prima che passasse precisa identica, ma in Tedesco, su ORF1! A ripensarci mi fa tenerezza pure papà.</p>
<p>Gli amici autoctoni mi erano marginalmente d’aiuto. Quasi tutti austriaci, cominciavamo la conversazione sempre in Tedesco, per poi passare all’Inglese quando la faccenda si faceva più complessa. Molto in fretta, in genere.</p>
<p><em>“Guten morgen, Monica, wie geht’s?”</em> (buon giorno, Monica, come stai?)</p>
<p><em>“Sehr gut, danke Luise, und dir?”</em> (bene, grazie Luise, e tu?)</p>
<p><em>“Naja, es geht, gestern hat der Marcus wieder so ein Drama gemacht!”</em></p>
<p>…e zac! Si passava all’inglese.</p>
<p>L’introduzione in Tedesco alla conversazione in Inglese è un classico di questa primissima <em>fase abbecedario</em>. Quella in cui la tua competenza linguistica è talmente scarsa da influenzare, negativamente, il modo in cui ti esprimi. In sostanza, uno dice <em>quello che riesce a dire</em>, al posto di<em>quello che vorrebbe dire</em>. Ah, quanto l’ho odiata questa fase! Perché a volte, ammettiamolo, ci fai anche un po’ la figura del cretino. Per chi ascolta, infatti, ci vogliono dei nervi saldissimi – o ancora meglio una fase abbecedario nel proprio passato – per non confondere la scarsa padronanza della lingua con una generica imbecillità di fondo. Non smetterò mai di ringraziare Hans-L’amico-Buono, al quale i nervi non sono mai saltati, e mi ha sempre parlato in Tedesco, dal primo giorno in cui ci presentarono in ufficio, con una pazienza, perseveranza, quasi testardaggine, che non avrei osato pretendere da mia madre.</p>
<p>Più o meno a questo livello si chiuse il primo anno in Austria. Stanca ma soddisfatta. E certo, alla pausa caffè con i colleghi ancora annuivo sorridendo <em>facendo finta</em> di seguire la conversazione, ancora mi prendevano terribili attacchi d’ansia quando squillava il telefono e rispondevo asciugandomi il sudore sul collo. Ma avevo capito che la battaglia col tedesco, per quanto brutale, per quanto non ancora terminata, l’avrei vinta io.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(…continua)</em></p>
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