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	<title>madrepatria &#8211; nonsolosissi.com</title>
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	<description>Diario semi-vero di unItaliana a Vienna</description>
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	<title>madrepatria &#8211; nonsolosissi.com</title>
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		<title>Ancora d’integrazione e altri mali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Aug 2013 12:42:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> (E poi la pianto, giuro! Almeno per qualche mese…) Ho letto la contro risposta di Paolo alla mia di giovedì, e posso solo dire questo: “Paolo! Quanto hai ragione!” Per un attimo, ma solo per un attimo, mi è sceso un brivido freddo lungo la schiena. Non sarà mica che io, quella che ogni tre&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>(E poi la pianto, giuro! Almeno per qualche mese…)</p>
<p>Ho letto la <a href="http://www.zingarate.com/network/vienna/uno-parte-per-viaggiare-per-conoscere.html" target="_blank" rel="noopener">contro risposta di Paolo</a> alla <a href="http://www.nonsolosissi.com/integrati-vs-non-integrati/" target="_blank" rel="noopener">mia di giovedì</a>, e posso solo dire questo:</p>
<p>“Paolo! Quanto hai ragione!”</p>
<p>Per un attimo, ma solo per un attimo, mi è sceso un brivido freddo lungo la schiena. Non sarà mica che io, quella che ogni tre per due si riempie la bocca di <em>integrazione</em>, sono invece un’antipaticissima <em>assimilata</em>?</p>
<p>No, perché io mi spertico parecchio su quanto Vienna sia meglio di Roma. Come se non bastasse mi sforzo anche di non avere un accento italiano troppo marcato e addirittura, poco dopo essere arrivata, mi sono tinta i capelli! (Ma li ho scuriti, e questo tranquillizza).</p>
<p>Poi ho fatto mente locale, e ha realizzato una banalità: cioè che a fare paragoni tra l’Italia e i Paesi a nord delle Alpi la mia Patria ne esce sempre piuttosto male. Un fatto. Ma le cose che l’Italia sappiamo fare meglio le riconosco eccome. A mio modesto parere su moda, design e gastronomia non ci batte nessuno – senza falsi campanilismi. Sull’elasticità mentale pure, che quando non scivola nel <em>tutti contro tutti</em>, è decisamente una marcia in più. E ovviamente si porta dietro la capacità tutta italiana di saper reagire, bene e in fretta, agli imprevisti. E i valori famigliari – non mi vergogno di ammetterlo.</p>
<p>Poi mi è tornato in mente questo aneddoto, che mi raccontò un’amica anni fa. Anna, italianissima, era in Germania per una serie di conferenze. Un bel pomeriggio, mentre era seduta tra il pubblico, salì sul palco il nuovo relatore. Preciso sputato Renato Zero. Ad Anna sfuggì un risolino divertito, e si guardò subito intorno per cercare lo sguardo dei presenti, per condividere il divertimento. Invece erano lì tutti serissimi a prendere appunti. Anna, purtroppo, era l’unica Italiana in sala.</p>
<p>“Monica, non mi crederai ma non mi sono mai sentita tanto sola in vita mia”.</p>
<p>Le ho creduto, eccome se le ho creduto.</p>
<p>Cultura, dice Paolo. E io sottoscrivo. Ma non c’è bisogno di prendere una o due lauree in filologia tedesca e saper suonare il violoncello. Un’infarinata di storia, una piccola lista di film cult in lingua tedesca da guardare con calma, ascoltare con attenzione i racconti dei ricordi d’infanzia dei locali. E passa la paura.</p>
<p>Stare insieme tra compaesani, infatti, è un piacere perché sai esattamente qual è il retroterra culturale della persona che hai di fronte. Che non vuol dire saper leggere il greco antico o disquisire di Verga e Pirandello, ma banalmente sapere che tutti hanno studiato I Promessi Sposi a scuola e possono intonare all’unisono “Addio monti sorgenti dall’acque…”, che tutti conoscono il jingle del telegiornale delle venti, e sanno a memoria i testi delle canzoni di Battisti. <em>Condivisione</em>. Solo quando ti levano queste certezze (e nessuno intorno a te riconosce Renato Zero), ti accorgi che esistono.</p>
<p>E proprio per questo un po’ di malinconia, ogni tanto, sale a tutti. Perché quando mi incontro di fronte al ristorante con gli amici mitteleuropei, non posso esclamare</p>
<p>“Eh! Quanti siete? Che portate?”.</p>
<p>Perché loro non mi risponderanno in coro</p>
<p>“Un fiorino!”.</p>
<p>Arrivare a Vienna intorno ai trent’anni vuol dire che ti sei perso tanto. Non sei andato a scuola qui e hai ben altri ricordi; lo sapevate che in Austria i bambini della mia generazione si toglievano le scarpe e a scuola infilavano le ciabatte? E che nelle ore di sport imparavano a sciare?</p>
<p>Non hai visto gli stessi cartoni animati e filosofeggiato se la sigla di <em>Jeeg Robot</em> la cantasse davvero Piero Pelù; lo sapevate che in Austria negli anni ’70-’80 andava per la maggiore un cartone animato per bambini chiamato <em>Der Maus auf dem Mars</em> (il Topo su Marte), una co-produzione tedesco-austro-svizzera-ungherese-jugoslava, se possibile ancora più deprimente del dolce Remì?</p>
<p>Potrei andare avanti per ore con queste storielle. Ma il succo è quello: cambiare Paese è sempre un rischio. Da una parte devi farti un mazzo tanto per <em>integrarti</em>. Dall’altro ti devi rifare il mazzo per non perdere il contatto con l’Italia, per non scivolare nel nostalgico, quello con i ricordi fermi alla data dell’espatrio. Che a lungo andare si scivola ne <em>L’Albero degli Zoccoli.</em></p>
<p>Ecco, alcune cose qui a Vienna non le capirò mai, altre non mi interessano, altre le guardo ancora con sospetto. Ma posso, <em>devo</em>, sforzarmi di capire. Posso, anzi <em>voglio</em>, condividere molte cose, e dopo, fatalmente, mi sentirò più a mio agio. Ecco il motivo per cui sono contraria agli Italiani all’estero che frequentano <em>esclusivamente</em> altri Italiani. Perché se io, al cinema, nel 1992 non ho visto <a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Muttertag_%E2%80%93_Die_h%C3%A4rtere_Kom%C3%B6die" target="_blank" rel="noopener"><em>Muttertag</em></a>, bensì <em>Puerto Escondido</em>, posso sempre rimediare. <em>Muttertag</em> – una satira feroce sulla piccola borghesia asburgica – l’ho visto tre anni fa, quando il mio tedesco ha finalmente raggiunto un livello appropriato. La settimana dopo ho costretto il Fidanzato Asburgico a guardare<em>Non Ci Resta Che Piangere.</em> In Italiano. Senza sottotitoli. Solo con la mia traduzione simultanea – un disastro! Ma, sinceramente, non ce la facevo davvero più a tollerare questo crepaccio culturale fra di noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS Paolo, ai <em>separati</em> bisognerebbe spiegare in fretta cos’è lo <a href="http://www.nonsolosissi.com/lo-shock-culturale/" target="_blank" rel="noopener"><em>shock culturale</em></a>. Che se lo conosci magari non lo eviti, ma sicuramente lo tieni meglio sotto controllo.</p>
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		<title>Integrati vs. Non integrati</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Aug 2013 12:56:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Tanti, tanti anni fa – qui a Vienna – avevo un carissimo amico italiano che abitava accanto a casa mia. Aveva qualche anno più di me, parlava tedesco benissimo, lavorava nel mio stesso settore ed era un paio di passi avanti a me in carriera. Ai miei occhi lui ce l’aveva fatta. Scelsi Enzo come&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Tanti, tanti anni fa – qui a Vienna – avevo un carissimo amico italiano che abitava accanto a casa mia. Aveva qualche anno più di me, parlava tedesco benissimo, lavorava nel mio stesso settore ed era un paio di passi avanti a me in carriera. Ai miei occhi lui <em>ce l’aveva fatta</em>. Scelsi Enzo come mio personale modello di riferimento; da seguire, a sua insaputa, come un cagnolino fiducioso.</p>
<p>Enzo parlava Tedesco con un fortissimo accento italiano. E io, che con il tedesco ero ancora agli inizi ma sulla pronuncia mi sforzavo parecchio, lo trovavo bizzarro. Una sera gli chiesi</p>
<p>“Enzo, come mai hai ancora un accento tanto forte?”</p>
<p>La sua risposta mi sorprese molto</p>
<p>“Ho un accento così forte perché non voglio perderlo. Il mio accento è parte di me, mi definisce in quanto italiano. Anzi, ti dirò, <em>mi sforzo di non perderlo</em>”.</p>
<p>Ero a Vienna da massimo un anno e mezzo e ancora scrivevo lettere saputelle sugli espatriati tipo <a href="http://www.nonsolosissi.com/italians-allestero-tipologie/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">questa</a>. Non capii cosa mi stava dicendo Enzo. Non collegai l’accento di Enzo alla sua lunga lista di qualità tipicamente italiane, al limite del cliché: rumoroso, caotico, amichevolissimo, disponibilissimo, cronicamente in ritardo. Archiviai superficialmente nel cestino della carta straccia, sotto la rubrica <em>il mondo è bello perché è vario</em>.</p>
<p>Fino a poco tempo fa, qualche mese diciamo, credevo che gli Italiani emigrati in Austria fossero tutti più o meno uguali. Caratteri diversi, educazione diversa, competenze diverse, ma in sostanza tutti incamminati sulla stessa strada: l’integrazione in un Paese straniero.</p>
<p>Una strada lunga, faticosa, nonché fonte di infinite soddisfazioni. I primi scogli sono i più grossi. Trovare casa e lavoro, imparare il Tedesco (lingua ostica per antonomasia), crearsi un giro di conoscenze ed amicizie locali. È il periodo che io chiamo <em>euforia da foglio bianco</em>. Quella magica fase in cui, di fronte ad una vita in cui è stato schiacciato il tasto <em>reset</em>, tutto si può reinventare. Uno si sente anche un attimo solo e abbandonato, eh, non fraintendetemi, mica solo rose e fiori. Ma la soddisfazione di sentirsi padrone completo della propria vita la ricordo con immenso piacere.</p>
<p>Una volta assicurate le necessità primarie, rimane ancora molto da fare. Non appena si mastica un po’ di tedesco, infatti, la seconda fase prevede di individuare, capire e <em>digerire</em> le usanze locali. Quelle – per intenderci – che nella prima fase ci mandano in bestia a furia di paragoni con la Madrepatria. Il mondo non sempre è bello perché è vario, specie quando hai addosso una spolverata di <a href="http://www.nonsolosissi.com/lo-shock-culturale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">shock culturale</a>.</p>
<p>Col passare degli anni la questione si stempera. Anzi, piano piano ci trasformiamo in quel meraviglioso/maledetto miscuglio che sono tutti gli espatriati di lungo corso. <a href="http://www.nonsolosissi.com/guest-20-anni-allestero-si-resta-ancora-italiani/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ne carne ne pesce</a>, o forse sia carne che pesce, dipende dai punti di vista o dall’umore del momento. Con un nocciolo di orgoglio, che pulsa contento alla consapevolezza di far parte di <em>due culture</em>. E come dice La-Mia-Gemella-Separata-Alla-Nascita, <em>due gatti sono meglio di uno</em>. Non ci piove.</p>
<p>Questa la mia esperienza, che io assumevo a insindacabile metro dell’evoluzione dell’espatriato Italiano. E certo c’è chi ha meno voglia di me di imparare il Tedesco. O anche chi è più rapido nell’imparare nuovi vocaboli. Certo c’è chi ha più amici italiani di me. O anche meno. Certo c’è chi dopo dieci anni ancora si rifiuta di togliersi le scarpe in casa, o di mangiare l’insalata come contorno alla pasta.</p>
<p>“Sono vezzi” mi dicevo “ce li ho anch’io e sono parte del divertimento di essere Italiani all’estero”.</p>
<p>Mi sbagliavo. Ah, quanto mi sbagliavo!</p>
<p>Da poco, pochissimo, ho scoperto che gli espatriati italiani non sono tutti incolonnati sulla strada che ho seguito io. Beata sindrome da ombelico del mondo! Le differenze non nascono da un semplice sfasamento temporale (l’emigrato di lungo corso che spiega a chi è appena arrivato come fare), o da una diversa predisposizione personale (a imparare le lingue straniere, o a bere brodaglia marrone e chiamarla caffè). Gli Italiani all’estero sono divisi in due categorie dalla definizione cristallina: <em>integrati</em> e <em>non integrati</em>. Ci sono rimasta di stucco.</p>
<p>Gli <em>integrati</em> (e qui vado giù di machete, ma abbiamo troppa erba in ballo e reputo necessario farne un fascio) hanno spesso un compagno/una compagna locale. Parlano bene il Tedesco. Lavorano in aziende locali. Hanno perlopiù amici austriaci, frequentano poco e niente i ristoranti e i locali italiani, se vogliono mangiare italiano cucinano in casa. Seguono la politica e le notizie locali. Tornano in Italia solo per le vacanze.</p>
<p>I <em>non integrati</em> (stesso machete, perdonate!) si accoppiano prevalentemente tra loro. O hanno una relazione a distanza in Italia. Parlano tedesco lo stretto necessario. Se possono lavorare in inglese (in aziende super-internazionali) o in Italiano (in aziende italiane), spesso masticano solo <em>Tedesco da ristorante</em>. Escono quasi solo con altri Italiani, sono informatissimi sui locali gestiti da Italiani, su dove si mangi la pizza più buona, si beva il Negroni migliore, su quale giorno della settimana arrivano le mozzarelle di bufala fresche al pizzicagnolo di fiducia. Tornano in Italia appena possono, l’ideale sarebbe ogni secondo fine settimana.</p>
<p>Aggiungo subito – a scanso di equivoci – che la differenza vera non sta nel trovarsi bene o male all’estero. Conosco Italiani non integrati che sono ben felici di stare a Vienna. La differenza non sta nemmeno nell’essere intelligenti piuttosto che stupidi, conosco Italiani non integrati che sono luminari indiscussi nel loro campo. E nemmeno curioso piuttosto che pigro, bravo o cattivo, alto o basso. La differenza di fondo, confesso, non l’ho ancora capita. Integrarsi o meno mi pare quasi un moto dell’anima, un tratto del carattere contro cui è impossibile combattere. E in effetti io mi sono integrata non perché me l’abbia prescritto il dottore. Non l’ho nemmeno scelto. Semplicemente l’ho fatto, nonostante mi sia costato fatica. Non ho potuto fare a meno di assecondare il mio istinto.</p>
<p>Ripeto, ci sono rimasta di stucco. No, perché nella mia testolina l’integrazione è una cosa buona e giusta. Da perseguire con impegno. Io, difatti, sono integratissima. E non vuol dire che io voglia diventare Austriaca. Io sono e resto Italiana. Ma vivo in Austria, e questo è un fatto. Capire e sapermi muovere in un Paese diverso da quello in cui sono nata e cresciuta non vuol dire buttare alle ortiche la mia cultura. Ma nemmeno ritenerla intrinsecamente superiore ad un’altra. Due gatti sono meglio di uno.</p>
<p>E qui casca l’asino: agli Italiani <em>integrati</em> viene rinfacciato il tradimento di Patria. <em>Chi si vuole integrare non ama l’Italia!</em></p>
<p>Il fatto è che gli <em>integrati</em>, spesso e volentieri, criticano l’Italia. Che agli occhi dei <em>non integrati</em> è invece intoccabile, da amare sempre e comunque, da giustificare, comprendere,  perdonare sempre. Come la mamma.</p>
<p>Bene, questa la voce di un’Italiana integrata. <a href="http://www.zingarate.com/network/vienna/riflessioni.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Qui</a> potete leggere una voce <em>non integrata</em>. E Paolo è una persona squisita, nonché colonna portante della comunità italiana locale. Come mai e poi mai potrei esserlo io, a pensarci bene. Perché io sono, tristemente, <em>troppo</em> integrata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS La discussione continua (con intenti didascalici) su <a href="http://www.zingarate.com/network/vienna/uno-parte-per-viaggiare-per-conoscere.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Vivere Vienna</a> e anche su <a href="http://www.nonsolosissi.com/ancora-dintegrazione-e-altri-mali/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">NonSoloSissi</a>… ma tanto Paolo e io siamo d’accordo!</p>
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