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	<description>Diario semi-vero di unItaliana a Vienna</description>
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		<title>Perché voglio il libro di carta</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Dec 2013 10:02:13 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>L’altra sera ero spaparanzata sul divano col Fidanzato Asburgico, guardavamo un film. Durante la pubblicità di un e-reader, piccolissimo e leggerissimo, il Fidanzato Asburgico ha girato di scatto la testa verso di me. Manca meno di un mese a Natale e conosco il mio pollo. L’ho placcato subito con un secco <em>no</em>. Non importa quanto strabordino le mensole del soggiorno, non importa quanto sia idiota comprare libri per poi regalarli appena finiti. Io adoro i libri di carta.</p>
<p>Fino a ieri credevo di ricadere nella blanda spiegazione più comune: la storia che il libro pesa in mano, la copertina, ma soprattutto la faccenda del profumo. I libri di carta hanno un buon profumo di pagine nuove. Indiscutibile. E invece no, ieri mi sono interrogata davvero su questa perversione e mi sono resa conto che il motivo per cui io preferisco il libro di carta è un altro.</p>
<p>È lo stesso motivo per cui io dormo in una camera da letto senza tende. Sarà che ho il sonno leggero e che nel corso di una notte mi sveglio cinque/sei volte. Niente di drammatico, eh, mi giro e mi riaddormento come un angelo. E sarà anche che porto gli occhiali, belli spessi pure, e che quando mi sveglio di notte non ho voglia di cercarli a tastoni sul comodino per controllare la radiosveglia. Che è, tra l’altro, piazzata strategicamente sulla cassettiera contro la parete di fronte, in modo che la mattina mi debba proprio alzare per spegnerla, e non mi possa riaddormentare dopo aver schiacciato lo snooze. Il punto è che senza tende (e ovviamente senza persiane, che qui gira e rigira, siamo in crucclandia) vedo la luce naturale che entra, e mi rendo subito conto di <em>a che punto è la notte</em>. E so quindi quanto mi resta più o meno da dormire. Perché, ammettiamolo, se ti svegli alle tre e sai che hai ancora cinque ore di sonno di fronte, ti acciambelli tutta contenta. Se invece sono le sette e cinquantacinque, sinceramente, riaddormentarsi un po’ ruga.</p>
<p>Con il libro di carta in mano succede la stessa identica cosa. Sai esattamente a che punto sei, e quanto ti manca prima di finirlo. Io poi, che adoro i romanzi giganteschi, epici, lunghissimi, ho proprio bisogno di sapere a che punto sono. Appena all’inizio magari, quando ancora ti senti un po’ ospite; o verso la metà, quando la storia ti è entrata sotto la pelle e la trama ti tiene col fiato sospeso; o proprio agli sgoccioli, quando tutti i nodi vengono al pettine e anche se già hai capito dove andrà a parare, cerchi lo stesso di leggere lentamente perché una volta finito ti aspetta quel minuscolo senso di lutto che si può colmare solo iniziando il tomo successivo. E questo, col libro di carta, lo sai subito, istintivamente, senza controllare qui o là, come alzare timidamente una palpebra e capire se è notte fonda o mattino presto.</p>
<p>Ed è importante, eccome se è importante.</p>
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		<title>The Help – bene bravo sette più!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jul 2013 13:06:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Spoiler alert: allora, spoiler veri e propri non ce ne sono, farà anche caldo a Vienna, ma non sono tanto rincitrullita da raccontarvi la storia. Certo è invece, che le mie disquisizioni interesseranno di più dopo aver letto il libro. Anzi, non sono neanche troppo sicura che, senza averlo letto prima, le mie disquisizioni abbiano&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p><em>Spoiler alert</em>: allora, spoiler veri e propri non ce ne sono, farà anche caldo a Vienna, ma non sono tanto rincitrullita da raccontarvi la storia. Certo è invece, che le mie disquisizioni interesseranno di più <em>dopo aver letto il libro</em>. Anzi, non sono neanche troppo sicura che, senza averlo letto prima, le mie disquisizioni abbiano alcun senso!</p>
<p>La prima sorpresa di questo libro è stata molto piacevole. È scritto in prima persona, alternando le voci di tre donne, mantenendo la parlata originale, più o meno sgrammaticata, più o meno colorita a seconda del caso. E a chi, come me, piace Camilleri, in queste trovate, ci si crogiola con goduria. Per rendere omaggio a Aibileen, Minny e Skeeter, vado avanti anch’io per capitoli.</p>
<p><strong>Aibileen</strong></p>
<p><em>“That’s what I love about Aibileen, she can take the most complicated things in life and wrap them up so small and simple, they’ll fit right in your pocket.”</em></p>
<p>Minny</p>
<p>Aibileen è senza dubbio quella brava, pacata e pure coraggiosa. Dopo un centinaio di pagine ho cominciato anch’io, come i vicini di casa e la comunità di colore, di fronte ad un fatto nuovo, a chiedermi “chissà cosa ne pensa Aibileen?”. La voce della ragione.</p>
<p>Aibileen è proprio un tesoro, anche se a pensarci su un attimo scivola spesso nel cliché. Un po’ – con ‘sta storia delle preghiere con la lista d’attesa – il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Magic_negro" target="_blank" rel="noopener"><em>magical negro</em></a>, un po’ <em>Bildungsroman</em>. Che sarebbe poi il <em>romanzo di formazione</em>, ma in tedesco fa molto più figo: l’oppresso che piano piano prende coscienza della propria situazione, alza la testa e trova il coraggio di reclamare la dignità che gli era stata finora negata.</p>
<p><strong>Minny</strong></p>
<p>È indubbiamente la più divertente da leggere. Perdonate, ma io ci ho visto più che altro un espediente per alleggerire la faccenda. E con The Help ogni sorriso strappato è davvero benvenuto, perché l’argomento è ostico alquanto. Minny è, <em>di pirsona pirsonalmente</em>, il Catarella più riuscito della storia.</p>
<p>E anche, mi duole ammetterlo, il personaggio più piatto. C’è la presa di coscienza, si, ma Minny è sempre talmente incazzata coi bianchi, coi ricchi, col marito, con Miss Celia, con la figlia, con la sorella, col mondo intero, che proprio una svolta epocale non è.</p>
<p><strong>Skeeter</strong></p>
<p>È la <em>meno</em> divertente da leggere. All’inizio, anzi, mi è venuta voglia di strozzarla per quanto era naïve, superficiale e viziata. Tanto per stare sul cliché, la principessa sul pisello. Anche se il cliché vero di Skeeter è <em>l’eroe per caso</em>, quello che comincia appunto per caso, per scherzo o per noia e poi si appassiona alla causa. No, perché Skeeter, nata e cresciuta in una piantagione di cotone, svezzata e coccolata dalla Mamy di turno, nella prima metà del romanzo, di fronte alla questione razziale, cade dal pero talmente tante volte che mi pare evidente abbia iniziato per noia.</p>
<p>Verso la fine diventa più acida, e mi è piaciuta di più. Molto di più. <em>“I want to get out of here and get back to work, but two long, hot hours pass before Hilly finally bangs her gavel. By then, even she looks tired of hearing her own voice.”</em></p>
<p>Ricapitolando: 7+ e in mezza pagina ho già fatto a fettine tutte e tre le protagoniste. Devo assolutamente fugare l’impressione che The Help non mi sia piaciuto.</p>
<p>Il fatto è che The Help è bellissimo, ha vinto premi, ne hanno tratto un film (che non ho visto) e il plauso incondizionato è talmente forte che lo sento anche da sotto la doccia. Insomma, mi pare un esercizio più interessante (e anche divertente, non me ne vergogno) cercare di trovargli dei difetti piuttosto che unirmi al coro e battere le mani anch’io.</p>
<p>The Help funziona su diversi livelli, e sono tutti livelli che mi piacciono da impazzire. Per prima cosa parla di storia recente, e se Wikipedia fosse di carta, molti capitoli della mia copia sarebbero consumati dal tanto leggere e rileggere. John e Jackie Kennedy, ad esempio, la guerra fredda, la cultura pop americana anni ’50, ’60. The Help – me lo sono comprata da sola – avrebbe potuto essere un regalo di qualcuno che mi conosce davvero bene. Mamma, o Hans-L’amico-Buono.</p>
<p>Il secondo livello è quello del romanzo/saggio/qualsiasi cosa <em>scritto benissimo</em>.</p>
<p>“<em>It’s so hot, Mister Dunn’s rooster walks in my door and squats his red self right in front of my kitchen fan. I come in to find him looking at me like </em>I ain’t moving nowhere, lady.”</p>
<p>“<em>I’m dying to get out of the house, antsy from nerves, jittery about the deadline. The Christmas tree is starting to smell too rich, the spiced oranges sickly decadent. Mother is always cold and my parent’s house feels like I’m soaking in a vat of hot butter.”</em></p>
<p>Insomma, The Help io l’avrei letto tutto d’un fiato anche se avesse parlato di uncinetto.</p>
<p>Il terzo è quello del romanzo corale, un’altra cosa che adoro appassionatamente. Ecco, l’ultima critica a The Help: se romanzo corale deve essere, mi sarebbe piaciuto sentirlo tutto, il coro.</p>
<p>Alcune storie, in effetti, fanno parte del coro anche se non ne sentiamo la voce direttamente.<strong>Constantine</strong>, ad esempio, è un personaggio completo. Così come <strong>Elizabeth</strong> con i suoi tranquillanti da gravidanza, che di ragazzine frivole che si fano bistrattare dall’ape regina ne conosciamo tutti a bizzeffe e la smascheriamo subito. <strong>Miss Celia </strong>pure, e non serve conoscere i dettagli del suo dramma (<em>“Nine months here and I don’t know if she’s sick in the body of fried up her wits with the hair coloring”) </em>per condividerne l’angoscia.</p>
<p>Eppure non mi è bastato. The Help non mi è entrato sotto la pelle, nonostante ci sia andato molto vicino. Sono convinta infatti che manchino diversi capitoli. Così poi diventava uno di quei mattoni à la <em>Harry Potter 3+</em>, più alti che larghi. Un’altra delle mie passioni.</p>
<p>Ecco le voci che avrei volentieri ascoltato:</p>
<p><strong>Hilly</strong> (l’antagonista)</p>
<p>Quaranta pagine dall’inizio e già pensavo “Ah, quanto mi piacerebbe sentire la campana di Hilly!” Perché nessuno ha il coraggio di scriverlo, questo romanzo dal punto di vista di Hilly? No, perchè aiuterebbe tanto a capire, che sennò rimane un attimo <em>cappa e spada</em>. Coi buoni che, nel contesto sociale del momento, sembrano cattivi. Mentre noi <em>furbi</em> (leggi: <em>europei del 2013</em>) sappiamo benissimo che i cattivi sono gli altri. Concettualmente paro paro <em>I Tre Moschettieri</em>!</p>
<p><strong>Leroy</strong> (il marito violento di Minny)</p>
<p>Perché francamente la campana di Minny la conosciamo a memoria. Suona sempre uguale, indipendentemente dal luogo, dal tempo, dalla razza, della cultura. L’abbiamo sentita tante volte, e la sentiamo ancora oggi, cinquant’anni dopo, solo che ora diciamo <em>violenza domestica</em> o<em>femminicidio</em> (che parola orrenda). Eppure io, ogni santa volta, mi domando come sia possibile. La storia di Leroy, come quella di Hilly, non la vuole scrivere nessuno.</p>
<p><strong>Stuart</strong> (il fidanzato di Skeeter)</p>
<p>Perché no? Così c’era anche la storia d’amore, intelligente e sfortunata. Di quelle che mi fanno piangere a dirotto.</p>
<p><strong>Mr. Johnny</strong> (il marito di Miss Celia)</p>
<p>Che praticamente è sempre al lavoro, alla faccia del sonnacchioso Sud. E a me è sembrato tanto un’anima buona. Superficiale ma buona. Di quelle che i libri su di loro non li scrivono mai. Mentre in realtà la metà della gente su questa terra è così, pacato, affettuoso, paziente, gentile. E superficiale.</p>
<p><strong>Raleigh</strong> (il marito di Elizabeth)</p>
<p>Il personaggio più antipatico di tutti. Talmente antipatico che lo starei a sentire volentieri. Con lo stesso spirito per cui ci affascinano le cose mostruose.</p>
<p><strong>William</strong> (il marito di Hilly)</p>
<p>Così capiamo ancora meglio la campana di Hilly, che era la primissima che volevo sentire e quella che, alla fine, mi incuriosisce di più.</p>
<p>Mi rendo conto solo ora che dopo Hilly ho elencato solo uomini. Ed eccolo l’ultimo, ultimissimo – giuro! – cruccio: The Help è un romanzo al <em>femminile</em>. Mentre avrebbe tanto da insegnare agli uomini. No, perché a grattare via lo spesso strato di questione razziale, sotto ce ne è un altro, altrettanto spesso: la buona vecchia questione femminile.</p>
<p>La storia di Elizabeth, che magari sarebbe ancora volentieri amica di Skeeter ma il marito vieta persino alla domestica di parlarle. Di Miss Celia, che assume Minny di nascosto per far trovare la casa pulita e la cena pronta al maritino – per renderlo orgoglioso. E altro, che non siano i pavimenti a specchio, per rendere orgoglioso il marito non le viene in mente. E ovviamente di Minny, grande grossa e cattivissima, che se le fa dare di santa ragione dal marito nullafacente. Della madre reginetta di bellezza di Skeeter, imbarazzatissima dalla bruttezza della figlia. E preoccupatissima che non trovi marito.</p>
<p>Il Fidanzato Asburgico ha promesso che lo leggerà, ma senza troppa convinzione. Settimana prossima lo darà a papà. Riferirò.</p>
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		<title>Dimmi cosa rileggi e ti dirò chi sei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2013 09:38:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensato]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Fine febbraio è sempre il periodo più duro in questo orrendo clima asburgico. Lo ripeto spesso, quello che mi frega dell’inverno mitteleuropeo non sono le temperature assolute – che una si attrezza nel guardaroba – ma il fatto che l’inverno duri più di sei mesi. La prima neve ad ottobre ancora riesce ad entusiasmarmi, a&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Fine febbraio è sempre il periodo più duro in questo orrendo clima asburgico.</p>
<p>Lo ripeto spesso, quello che mi frega dell’inverno mitteleuropeo non sono le temperature assolute – che una si attrezza nel guardaroba – ma il fatto che l’inverno duri <em>più di sei mesi</em>. La prima neve ad ottobre ancora riesce ad entusiasmarmi, a novembre aprono i primi banchetti che vendono vin brûlé e mi illudo che l’inverno abbia quasi un suo perché. Dicembre poi va giù che è un piacere, l’Avvento in Austria è una roba seria. A gennaio inizia a salirmi un briciolo di malinconia. Arrivata a febbraio comincio, francamente, a non poterne più.</p>
<p>Vivo qui la una vita, ma – chissà perché – non riesco a levarmi di testa che una volta annusata la primavera, non possa mancare più molto. Anni fa, addirittura, non appena la temperatura accennava a salire sopra lo zero, mi affrettavo a tirare fuori dagli scatoloni scarpe e vestiti leggeri. Ancora ricordo una festa di compleanno organizzata a fine marzo, alla quale arrivai surgelata, con indosso una gonnellina di seta e le ballerine inzaccherate. Fuori c’era mezzo metro di neve.</p>
<p>L’inverno, oramai, non mi frega più, e le ballerine restano incartate fino ai primi di maggio. Non vuol dire che non ci soffra.</p>
<p>Con il tempo ho imparato a sfogare la voglia di primavera non più esclusivamente con l’abbigliamento, ma includendo metodi un poco più trasversali. La maglia di lana sotto alla camicetta, per esempio, ben rimboccata dentro alle mutande. Non si vede ma tiene caldo, così posso smettere di indossare quei golf pelosissimi con su le renne. O una rapida grigliata sotto alla lampada abbronzante, che – precisa uguale la sauna – mi regala la fugace impressione che non avrò mai più freddo in vita mia. E, fatalmente, una botta d’ordine in casa.</p>
<p>Domenica scorsa nevicava e ho sentito il bisogno di fare ordine da qualche parte e mi sono scelta un bersaglio diverso dal solito armadio delle lenzuola e asciugamani: la libreria.</p>
<p>Ora, io sono cresciuta in una casa in cui tutti leggono come pazzi. I libri sono dappertutto: ogni parete è coperta di mensole strabordanti, libri negli armadi, nel sottoscala, nei ripostigli, sotto al letto. La regola ferrea di mamma e papà è infatti <em>non si buttano via i libri</em>. Mamma ha addirittura serie difficoltà a buttare via <em>le riviste</em>. E la mela non cade mai lontano dall’albero: quando sono venuta a vivere a Vienna avevo con me otto scatoloni. Quattro pieni di vestiti primaverili, e quattro pieni dei miei libri preferiti, dai quali mi pareva impossibile separarmi. Così ho cominciato la mia collezione personale.</p>
<p>Con il passare degli anni ho però capito una cosa, una cosa molto triste: con il ritmo a cui compro e leggo libri io, è impossibile conservarli tutti. Una banalissima questione di spazio. Ho dovuto quindi prendere una decisione drastica. La vita è troppo corta per bere vini cattivi, diceva qualcuno. Bene, per me gli scaffali sono troppo pochi per conservare libri che sono sicura di non voler mai più rileggere. E <em>Il Codice Da Vinci</em> o <a href="http://www.nonsolosissi.com/fifty-shades-of-gray-e-davvero-brutto-si/" target="_blank" rel="noopener"><em>Fifty Shades of Gray</em></a> non possono avere alcuna pretesa di star lì a rubarmi spazio.</p>
<p>Non che poi li butti via, per carità, non sono una figlia tanto degenere. I libri di cui voglio sbarazzarmi, semplicemente, li regalo ad amici, o li porto in negozio e li lascio in bella vista in una scatola con su scritto <em>free books</em> (<em>Fifty Shades</em> è ancora lì che aspetta), e quelli che proprio non ha voluto nessuno, li porto ad un punto di scambio, a pochi isolati, dove sul marciapiede c’è uno scaffale di ferro battuto in cui chi vuole può deporre e/o portar via cosa vuole. Il problema di questa soluzione estrema è che – l’avrete immaginato – me ne torno sempre a casa con una bracciata di libri, il triplo di quanto avessi portato io. E siccome sono libri di scarto di qualcun altro, raramente trovo qualcosa di valido. Il cerchio si chiude. Maledetto.</p>
<p>L’ultima botta di ordine vero in libreria deve risalire a diversi anni fa, e i libri erano tutti mescolati. Dopo vari tentativi falliti di ordinare una mensola dopo l’altra, mi sono decisa a tirarli giù tutti quanti, spolverarli, e organizzarli in pile più o meno alte, più o meno pericolanti, in giro per il soggiorno. Per poi risistemarli in rigoroso ordine geografico. I nostri libri sono infatti meticolosamente ordinati <em>per Paese di provenienza dell’autore</em>.</p>
<p>Più alcune piccole sezioni apposta per i fumetti, i libri di viaggi, grammatiche e vocabolari vari, l’arte e il design. I libri di cucina no. Loro hanno il loro scaffale apposta.</p>
<p>Da quest’esercizio sono emerse alcune constatazioni sorprendenti. Cioè che la maggior parte dei miei libri ricada in pochissime categorie: quattro mensole per l’Italia, due per l’UK (o tre, contando anche la mensola del fantasy), due di USA, una ciascuno per Sudamerica, Giappone e Mitteleuropa. Ma solo un Austriaco, Joseph Roth, <em>La Leggenda del Santo Bevitore</em>, in Italiano.</p>
<p>Per gli altri Paesi è davvero questione di briciole. Più Irlandesi (2) che australiani (1, pure brutto, ma lo tengo per il piacere di sistemarlo in fondo a destra); più Francesi (2) che Iraniani (1); tanti Cinesi (3) quanti Scandinavi. E questo è quanto. Ci sono rimasta davvero male.</p>
<p>Più buffo è stato invece scoprire libri in duplice/triplice copia, ma in lingue diverse. Sinonimo di due cose: da un lato – dato che questa libreria è il risultato della fusione di due – che il Fidanzato Asburgico ed io siamo proprio fatti l’uno per l’altra! E anche che i pochi amici che mi regalano regolarmente libri mi conoscono davvero bene. Una sensazione confortante.</p>
<p>Palma d’oro per Haruki Murakami, <em>A Sud del Confine, a Ovest del Sole</em>, in Italiano, Tedesco e Inglese. Mi ha fatto quasi venir voglia di comprarne una copia in Giapponese!</p>
<p>In duplice copia diverse opere di Andrea Camilleri, di cui il mondo di lingua tedesca va letteralmente pazzo. Il primo in ordine temporale, <em>La Concessione Del Telefono</em>, in Tedesco l’avevo comprato io per farlo assolutamente leggere al Fidanzato Asburgico. Ha funzionato, e non ha più smesso.</p>
<p>Il primo romanzo di Stephen King, <em>Carrie</em>, in Tedesco e in Inglese è lì a ricordarci che leggere è un piacere, e a volte ci vogliono anche le boiate.</p>
<p>Menzione d’onore a Umberto Eco, <em>Il Nome della Rosa</em>, in tedesco. E alla ritrovata collezione di Stefano Benni. È venuta su con me in uno dei quattro scatoloni originali e me l’ero completamente scordato. Stasera riattacco <em>Il Bar Sotto il Mare</em>.</p>
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