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	<description>Diario semi-vero di unItaliana a Vienna</description>
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		<title>Parla come mangi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2013 09:56:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Allo scadere dei primi cinque anni di residenza in quel di Vienna avevo scritto una lista di motivi per cui secondo me avevo fatto benissimo ad andarmene dall’Italia. A chi interessassero, li trovate qui. Al primo, primissimo posto, avevo messo ho imparato due lingue straniere. Non ho cambiato idea, parlare bene una lingua straniera è&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Allo scadere dei primi cinque anni di residenza in quel di Vienna avevo scritto una lista di motivi per cui secondo me avevo fatto benissimo ad andarmene dall’Italia. A chi interessassero, li trovate <a title="Nove motivi per cui ho fatto bene a lasciare l’Italia (e nove no)" href="http://www.nonsolosissi.com/nove-motivi-per-cui-ho-fatto-bene-a-lasciare-litalia-e-nove-no/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">qui</a>. Al primo, primissimo posto, avevo messo <em>ho imparato due lingue straniere</em>. Non ho cambiato idea, parlare bene una lingua straniera è una soddisfazione che non ti leva nessuno.</p>
<p>All’alba dei dodici anni all’estero, devo comunque riconoscere che il mio Inglese è rimasto più o meno al palo. Lo parlo e lo capisco bene, ma sento sempre un po’ di timore reverenziale di fronte ai madrelingua, e un vago imbarazzo quando sono in UK o USA. Che poi non è forse manco corretto dire che parlo Inglese. Io parlo quell’Inglese internazionale che tutti capiscono ma nessuno apprezza. Credo abbia addirittura un nome… <em>International English</em>, o una roba così.</p>
<p>Il Tedesco invece no, lo parlo davvero bene, con tanto di accento austriaco. E non mi vergogno mai, davvero mai, nemmeno in Germania.</p>
<p>L’altro giorno Lidia, un’amica su facebook, mi ha fatta invece cadere nella disperazione più nera. Io ero bellamente convinta che imparare le lingue straniere fosse sempre cosa buona e giusta, una roba impossibile da criticare, impossibile trovarci difetti. Ho invece realizzato che imparare le lingue straniere ha anche risvolti negativi. Lidia ha postato una domanda apparentemente innocua in un gruppo in cui si ritrovano tanti Italiani che vivono qui:</p>
<p>“Domanda per chi è a Vienna da poco e non parla ancora bene il tedesco. Che stranezze notate nell’italiano di chi è qui da molto tempo?”</p>
<p>Leggere la sfilza di risposte sotto è stato illuminante, divertente e raccapricciante allo stesso tempo. Illuminante perché ho capito che non sono l’unica. <em>Mal comune mezzo gaudio</em> era un proverbio che non mi ha mai convinta troppo, ma offre sempre una certa forma di consolazione. Divertente perché c’è chi fa ben peggio di me, e per continuare con i proverbi inutili, <em>nella vita è sempre questione di paragoni</em>. E offre consolazione anche questo. Raccapricciante perché… beh… davvero… continuate a leggere, vah.</p>
<p>Ecco una breve carrellata degli errori più comuni con cui gli Italiani residenti in un Paese di lingua tedesca infarciscono la propria lingua madre.</p>
<p>Cominciamo con le banali traduzioni letterali:</p>
<ul>
<li><em>Fino</em> invece di <em>entro</em>. “Fino a mercoledì avrò finito la presentazione”</li>
<li><em>Normalmente</em> invece di <em>di solito</em>. “Normalmente di sabato mi sveglio tardi”</li>
<li><em>Si per favore</em> invece di <em>si grazie</em>. “Vuoi un caffè? Si per favore”</li>
<li><em>Avere il compleanno</em> al posto di <em>compiere gli anni</em>. “Oggi Maria ha il compleanno”</li>
<li>Nei negozi chiedere “<em>dove sono le cabine?</em>” al posto di “<em>dove sono i camerini?</em>”</li>
<li><em>Investizione</em> al posto di <em>investimento</em>. “L’investizione per aprire un’azienda in Austria è minima”</li>
<li><em>Scurrile</em> al posto di <em>bizzarro</em>. “Che situazione scurrile!”</li>
<li><em>Prendere un credito</em> al posto di <em>accendere un mutuo</em>. “Per i lavori di ristrutturazione Paola e Francesco hanno preso un bel credito”</li>
<li><em>Scialle</em> al posto di <em>sciarpa</em>. “Mi sono comprata guanti e scialle uguali!”</li>
<li><em>Pratico</em> al posto di<em> tirocinio</em>. “È difficilissimo trovare un pratico da parrucchiere”</li>
<li><em>Carta da visita</em> al posto di biglietto da visita. “Licia ha una carta da visita pacchianissima”</li>
<li><em>Fa senso </em>al posto di<em> ha senso. </em>“Questa frase non fa alcun senso” (!)</li>
<li><em>Come ti piace</em> al posto di <em>quanto ti piace</em>. “Come ti piace la musica jazz?”</li>
<li><em>Provvisione</em> al posto di <em>provvigione</em>. “Non ho più preso l’appartamento, la provvisione era tropo alta”</li>
<li><em>Ammeldare</em>, puro gergo da espatriato post 2004<em>. </em>“Sei già ammeldato?” (che vuol dire, avere o meno l’<em>Anmeldebescheinigung</em>, un documento che permette la residenza a tempo indeterminato all’interno della Comunità Europea).</li>
</ul>
<p>Ci sono poi tanti modi di dire, di costruire le frasi, che con l’Italiano non c’entrano un tubo. Eppure…</p>
<ul>
<li><em>Anche</em> posizionato alla tedesca. “Lui è anche medico” invece di “Anche lui è medico”</li>
<li><em>Oder </em>(<em>oppure</em>) piazzato alla fine di ogni frase come intercalare</li>
<li>Chiedere<em> “possiamo pagare?” </em>al posto di<em> “ci porta il conto?”</em></li>
<li>L’uso fantasioso della preposizione <em>di</em>. “Sarebbe bello di andare a sciare”</li>
<li>Pronunciare <em>oké</em> al posto di <em>okay</em>. “Ci vediamo stasera?” “Oké!”</li>
<li>Pronunciare <em>catastófe</em> a posto di <em>catástrofe</em>. “Quel programma è una catastófe”</li>
<li>Pronunciare <em>papa</em> al posto di <em>papà</em>. Si, proprio come per Papa Francesco, solo intendendo il vecchio genitore.</li>
</ul>
<p>Anche sull’Italiano scritto ci sarebbe poi da filosofeggiare parecchio</p>
<ul>
<li>La tentazione, invero difficile da resistere, di aggiungere un’<em>h</em> dopo la <em>sc</em>. “Il futurismo nasche in Italia”</li>
<li>La tentazione di scrivere i sostantivi con la maiuscola in Italiano. E a questa, francamente, è davvero impossibile resistere. Non faccio manco un esempio, dato che leggete questo blog. Sceglietevi un post a caso. Questo <em>anche</em> va benissimo.</li>
<li>Infarcire le frasi di <em>virgole</em>, sempre e assolutamente per separare le frasi principali dalle secondarie. Idem come sopra.</li>
<li>Usare automaticamente la <em>t</em> al posto della <em>z</em>. “La post-produtione di un film dura mesi”</li>
</ul>
<p>Io, ammetto, sono colpevole. Molto colpevole. Riguardando la sezione traduzione letterale, confesso un 7/15. Per la costruzione fantasiosa della frase, un bel 5/7. Più uno strepitoso 4/4 per lo scritto.</p>
<p>“La cosa più drammatica” scrive Lidia (che invece ‘sti errori non li fa e scrive i nomi delle lingue straniere con la minuscola) “è che l’italiano va in vacca molto prima di raggiungere un buon livello in tedesco. Si rimane invischiati in un’afasia bilingue, incapaci di esprimersi correttamente sia in tedesco che in italiano”.</p>
<p>Avete altri esempi? Magari in altre lingue? Che a me viene in mente solo gli Italiani di stanza a Londra che dicono i <em>vegetali</em> al posto della <em>verdura</em>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS Citazione a parte per<em> “mi froio di vederti” </em>al posto di<em> “sono contento di vederti”. </em>No, perché in Tedesco si dice “<em>Ich freue</em> (pronuncia froie) <em>mich dich zu sehen</em>”, e in Italiano, davvero, non ha alcun senso. Se lo avesse, però, sarebbe sicuramente una parolaccia! Pure piuttosto greve, di quelle, per intenderci, che io non uso e che mi vergogno un attimo pensino a pensarci. Non ci volevo credere, ma questo orrore ha trovato ben tre colpevoli disposti a confessare! Ci tenevo a sottolineare la mia totale estraneità al fatto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Foto: <a href="http://www.google.it">www.google.it</a></p>
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		<title>Ma come parli bene il tedesco!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 13:38:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Uno dei rari piaceri della vita è ricevere un complimento sentito, ma soprattutto meritato. Io questo me lo sento ripetere da anni, e continua a farmi un piacere immenso: “Ma come parli bene tedesco!” Perché, ammetto, quando mi dicono “Che bei capelli!” o anche “Ma che bel gatto che hai!”, io sorrido e ringrazio, ben conscia di&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Uno dei rari piaceri della vita è ricevere un complimento <em>sentito,</em> ma soprattutto <em>meritato</em>. Io questo me lo sento ripetere da anni, e continua a farmi un piacere immenso:</p>
<p>“Ma come parli bene tedesco!”</p>
<p>Perché, ammetto, quando mi dicono “Che bei capelli!” o anche “Ma che bel gatto che hai!”, io sorrido e ringrazio, ben conscia di non avere giocato alcun ruolo a riguardo. Per il tedesco invece si, il ruolo l’ho giocato, e pure grosso.</p>
<p>Piccolo antefatto. Ho studiato tedesco al liceo per cinque anni. Non per questo però sono partita avvantaggiata. Appena uscita dal portone della scuola dopo l’esame orale di maturità, in una calda mattina del luglio 1992, piegai la testa di lato e il tedesco che avevo faticosamente imparato cadde tutto per terra. O meglio, dal quel preciso momento in poi non ebbi più nessuna occasione (né interesse) di parlarlo. E visto che il Tedesco non ti aspetta sempre dietro l’angolo, come l’Inglese, pian piano lo dimenticai.</p>
<p>Quando arrivai a Vienna, in una freddissima serata del febbraio 2002, parlavo letteralmente <em>cinque parole</em> di Tedesco. L’azienda per cui lavoravo mi aveva comunicato la destinazione a Vienna con ben quattro giorni di anticipo e io, tra valige, scartoffie e normale orario d’ufficio, avevo contattato un insegnante privato. Che mi insegnò, appunto, a contare fino a cinque.</p>
<p>Una volta arrivata, l’azienda mi pagò un corso privato, tre ore al giorno per un mese. Ricordo ancora che prima di iniziare pensai “Urca! Tempo un mese sarò madrelingua!”. Beata ignoranza. O beata gioventù, fate voi.</p>
<p>Finito il mese avevo imparato:</p>
<ul>
<li>A contare fino a quanto mi pareva;</li>
<li>La coniugazione dell’indicativo presente dei verbi “essere” e “avere”;</li>
<li>I giorni della settimana;</li>
<li>I mesi dell’anno;</li>
<li>I nomi delle verdure di stagione (dietro mia esplicita richiesta).</li>
</ul>
<p>Fine.</p>
<p>In questa fase iniziale, in effetti, speravo ancora di svegliarmi una mattina e, magicamente, ricordarmi quanto imparato a scuola. Aspettavo che il Tedesco mi <em>risalisse</em>, ecco, tipo la sbronza del giorno prima se annusi un goccio d’alcool. Invece, dopo due settimane, ancora nisba. Anzi, cominciai a notare un fenomeno irritante. Spesso mi capitava sotto gli occhi una parola che mi pareva di riconoscere, ero sicura di aver saputo a suo tempo cosa significasse. Ma non avrei potuto ricordarmi la traduzione nemmeno se fosse stata questione di vita o di morte. Ecco, <em>riconoscere le parole senza capirle</em> è un’esperienza estremamente frustrante che non auguro a nessuno, e quando me ne accorsi giurai a me stessa che non avrei mai più dimenticato una lingua straniera.</p>
<p><em>Prima amara constatazione:</em> parlare una lingua straniera non è come andare in bicicletta.</p>
<p>Conclusi quindi che se volevo davvero imparare ‘sta lingua, avrei fatto meglio a rimboccarmi le maniche. Tanto più che la mia pia illusione di riuscire a lavorare tra Italiano e Inglese (ero in un’azienda italiana) si infranse contro un muro di omertà. L’amministratore delegato e il capo del personale parlavano Italiano perfettamente, vero, ma io avevo poco o niente a che fare con loro. I colleghi parlavano Inglese, anche questo vero, ma mediamente peggio di me, e capii in fretta che non volevano lasciarmi questo piccolo vantaggio.</p>
<p>“Vuoi comunicare con noi? Fallo nella nostra lingua.” Questo il velato (ma neanche tanto) messaggio che mi passavano ad ogni meeting, ogni conversazione, ogni pausa caffè.</p>
<p>Bon, comprai una grammatica di medio livello, un televisore, un videoregistratore, e mi tuffai di panza.</p>
<p>La prima fase fu piena di esercizietti completati a matita sul libro e corretti sbirciano le ultime pagine. E di Barbapapà.</p>
<p><em>Seconda amara constatazione:</em> alla grammatica tedesca non si può girare intorno. E se è vero che si può imparare un Inglese decente ignorando la grammatica, col Tedesco, scordatevelo.</p>
<p>Allora, esercizietti grammaticali e Barbapapà. No, non ridete, Barbapapà è una trasmissione assolutamente pedagogica! Pensato apposta per un pubblico di treenni, usa un linguaggio semplicissimo e ben scandito. Luise me lo registrava tutte le mattine e un paio di volte a settimana mi passava le cassette. Che io guardavo religiosamente più volte di seguito, la sera, seduta per terra a gambe incrociate davanti alla TV, con il vocabolario in grembo. A ripensarci mi faccio tenerezza da sola. Passavo anche parecchio tempo con il telecomando in mano, facendo zapping in cerca di pubblicità. Tristissimo lo so, ma gli spot pubblicitari sono corti, si ripetono spesso, e almeno il nome del prodotto e lo slogan sono lì nero su bianco.</p>
<p>“Dai, dai! Passatemi i piselli Igloo un’ultima volta, mi manca solo una parola!”.</p>
<p><em>Terza amara constatazione:</em> il vocabolario che all’inizio ci costruiamo faticosamente è spesso alquanto bizzarro.</p>
<p>Il mio, ad esempio, era infarcito di termini automobilistici imparati per osmosi in ufficio. Imparai prima <em>Gepäckträger</em> (portapacchi) di <em>Weizenmehl</em> (farina di frumento); prima <em>Alufelgen</em> (cerchi in lega) di <em>Röhrenjeans</em> (jeans a sigaretta); prima <em>Mehrwertsteuer</em> (imposta sul valore aggiunto) di<em>Katzenfutter</em> (pappa del gatto). E vi lascio immaginare cosa mi stia più a cuore. E ovviamente<em>Barbatrick!</em> (Barbatrucco!) E questa, sorprendentemente, mi procurò diversi applausi a scena aperta alla macchinetta del caffè. Consiglio caldamente a chiunque si cimenti con una lingua straniera di imparare in fretta una/due boiate. I locali apprezzano molto.</p>
<p>Subito dopo iniziò la fase “Chi vuol essere Milionario?”. Con la domanda lì ben scritta sullo schermo da decifrare con calma, e poi sai esattamente di cosa stanno parlando. So per certo che questo format inglese “Who Wants To Be a Millionaire?” lo guardano tanti stranieri, indipendentemente dalla provenienza e dal paese di destinazione, con lo stesso preciso intento didattico.</p>
<p>La fase seguente, il passaggio alla trasmissione completa, fu ancora più bizzarra. Mi regalarono la cassetta di un film che in Italiano sapevo a memoria, mi pare <em>Il matrimonio del mio migliore amico</em>. Lo guardai fino alla nausea. Poi mi accorsi di una buffa coincidenza. C’era un canale austriaco che passava una serie televisiva americana di poco sfalsata con l’Italia. Così per mesi papà mi registrò le puntate di <em>ER</em> in Italiano, e la mattina dopo correva in posta a spedirmi la videocassetta. Che mi arrivava giusto in tempo per guardare la puntata dopo l’ufficio e subito prima che passasse precisa identica, ma in Tedesco, su ORF1! A ripensarci mi fa tenerezza pure papà.</p>
<p>Gli amici autoctoni mi erano marginalmente d’aiuto. Quasi tutti austriaci, cominciavamo la conversazione sempre in Tedesco, per poi passare all’Inglese quando la faccenda si faceva più complessa. Molto in fretta, in genere.</p>
<p><em>“Guten morgen, Monica, wie geht’s?”</em> (buon giorno, Monica, come stai?)</p>
<p><em>“Sehr gut, danke Luise, und dir?”</em> (bene, grazie Luise, e tu?)</p>
<p><em>“Naja, es geht, gestern hat der Marcus wieder so ein Drama gemacht!”</em></p>
<p>…e zac! Si passava all’inglese.</p>
<p>L’introduzione in Tedesco alla conversazione in Inglese è un classico di questa primissima <em>fase abbecedario</em>. Quella in cui la tua competenza linguistica è talmente scarsa da influenzare, negativamente, il modo in cui ti esprimi. In sostanza, uno dice <em>quello che riesce a dire</em>, al posto di<em>quello che vorrebbe dire</em>. Ah, quanto l’ho odiata questa fase! Perché a volte, ammettiamolo, ci fai anche un po’ la figura del cretino. Per chi ascolta, infatti, ci vogliono dei nervi saldissimi – o ancora meglio una fase abbecedario nel proprio passato – per non confondere la scarsa padronanza della lingua con una generica imbecillità di fondo. Non smetterò mai di ringraziare Hans-L’amico-Buono, al quale i nervi non sono mai saltati, e mi ha sempre parlato in Tedesco, dal primo giorno in cui ci presentarono in ufficio, con una pazienza, perseveranza, quasi testardaggine, che non avrei osato pretendere da mia madre.</p>
<p>Più o meno a questo livello si chiuse il primo anno in Austria. Stanca ma soddisfatta. E certo, alla pausa caffè con i colleghi ancora annuivo sorridendo <em>facendo finta</em> di seguire la conversazione, ancora mi prendevano terribili attacchi d’ansia quando squillava il telefono e rispondevo asciugandomi il sudore sul collo. Ma avevo capito che la battaglia col tedesco, per quanto brutale, per quanto non ancora terminata, l’avrei vinta io.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(…continua)</em></p>
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