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	<title>integrazione &#8211; nonsolosissi.com</title>
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	<description>Diario semi-vero di unItaliana a Vienna</description>
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	<title>integrazione &#8211; nonsolosissi.com</title>
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		<title>Due vite separate da un vetro</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2013 09:58:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Un paio di settimane fa è entrata in negozio una ragazzina con un faccino parecchio preoccupato. Le ho chiesto se potessi aiutarla, e le ha risposto di si: era alla ricerca di un negozio in cui poter fare una settimana di pratica per la scuola. E quel giorno lì era proprio l’ultimo utile, l’indomani mattina&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Un paio di settimane fa è entrata in negozio una ragazzina con un faccino parecchio preoccupato. Le ho chiesto se potessi aiutarla, e le ha risposto di si: era alla ricerca di un negozio in cui poter fare una settimana di pratica per la scuola. E quel giorno lì era proprio l’ultimo utile, l’indomani mattina avrebbe dovuto riportare il formulario compilato in segreteria. È una cosa che non ho mai fatto, ma si sarebbe trattato solo di lasciarla osservare quello che facevo e magari spiegarle un po’ come funziona la faccenda. Perché no? – mi sono detta. È evidente che la ragazza non si è mossa per tempo, ma ha quindici anni e ora è nel panico più totale, un pizzico di karma positivo non può certo nuocermi; le ho risposto di si.</p>
<p>Leonora è venuta tutta la settimana scorsa, dalle 10 alle 18, dal lunedì al venerdì, a imparare un mestiere. E mi ha aperto gli occhi su un mondo. Un mondo che sapevo esistere, ma con il quale non ero mai davvero entrata in contatto. Tutta teoria letta sui giornali, di giovani ragazzi con il famigerato Migrationshintergrund (retroterra di migrazione), quelli che vivono in comunità straniere piuttosto chiuse, che a casa non parlano Tedesco, che hanno difficoltà a trovare un posto da apprendista appena finita la scuola dell’obbligo perché non sanno leggere, scrivere o far di conto. Pesci fuor d’acqua a casa loro. Perdonate la mia improvvisa caduta dal pero, gli unici teenager che frequento con una certa costanza sono i pupilli del Fidanzato Asburgico. E loro sono precisi uguali com’ero io a quell’età lì – solo aggiornati ai tempi che corrono, e un poco più fighi.</p>
<p>Leonora no, Leonora a me ha fatto l’effetto di essere appena sbarcata da un mondo alieno. Un mondo che io non so decifrare, davvero, con tutta la buona volontà, non sono in possesso degli strumenti necessari.</p>
<p>Leonora vive in Austria da circa tre anni, lei e la sua famiglia sono albano-kossovari, e prima che a Vienna hanno vissuto anche in Svizzera. Famiglia musulmana, per sua stessa ammissione non troppo credente. Leonora appena arrivata mi ha chiesto se poteva attaccarsi al w-lan del negozio. Quando ho risposto “certo” non la smetteva più di ringraziarmi. Poi ho capito. Ha passato talmente tanto tempo con il naso infilato nello smartphone che ho visto più spesso la sua nuca del suo viso.</p>
<p>Leonora parla Tedesco benissimo, praticamente con meno accento di me che sto qui da due lustri. Leonora è sveglia, allegra, buona come il pane.</p>
<p>Leonora ha i capelli lunghi fino sotto al sedere, e non la smetteva un attimo di lisciarseli. I miei capelli, lunghi una bella spanna sotto le spalle (che io già mi chiedevo se non fossero un attimo cafoni), le hanno fatto tanta tristezza</p>
<p>“Non ti preoccupare, vedrai che crescono ancora”.</p>
<p>La mamma di Leonora si è sposata a quattordici anni, a quindici ha avuto il primo figlio.</p>
<p>“Ma io no, eh, mamma dice che non devo per forza sposarmi a quindici anni se non voglio”.</p>
<p>La mamma di Leonora fa la cartomante. Una cosa alla quale io non ero assolutamente preparata a rispondere. Mi parlava di superstizioni come se fosse religione</p>
<p>“Come voi andate dal prete in chiesa noi andiamo dal ho-dimenticato-come-si-chiama che prima tu lo paghi, poi lui ti prende le mani nelle sue e ti dice subito cos’hai che non va. Ha aiutato tanto nel caso di mia zia”</p>
<p>“Ah, che era successo a tua zia?”</p>
<p>“Suo marito non l’amava più, bisticciavano continuamente”</p>
<p>“E lo sciamano che ha detto?” (ovviamente non l’ho chiamato sciamano, sia chiaro)</p>
<p>“Di guardare sotto al letto, avrebbe trovato un fazzoletto con dentro tre capelli, uno di lei, uno del marito, e uno di una donna cattiva che le vuole male”</p>
<p>“E l’ha trovato?”</p>
<p>“Ma certo! Ora è disperata perché hanno divorziato e non sarà mai più felice per il resto della sua vita, poverina, mai più”.</p>
<p>“Perché mai più? Ora è triste ma vedrai che prima o poi incontrerà un uomo che le vorrà bene”</p>
<p>“No! Sarà sola, per sempre, non si può fare nulla contro queste maledizioni”.</p>
<p>Leonora era anche, a modo suo, curiosa di conoscermi meglio. Mi ha fatto parecchie domande personali</p>
<p>“Quello che è passato è il tuo ragazzo?”</p>
<p>“Beh, si, diciamo compagno, vah, che siamo tutti e due sui quaranta”</p>
<p>“È Italiano?”</p>
<p>“No, è Austriaco”</p>
<p>“E i tuoi genitori che dicono?”</p>
<p>“I miei genitori gli vogliono bene, sono contenti”</p>
<p>“Anche se non è Italiano?”</p>
<p>“Si, Leonora, perché lo chiedi?”</p>
<p>“Da noi non sarebbe possibile, se non sposi un Albanese la famiglia prima ti rasa i capelli a zero e poi ti uccidono”.</p>
<p>Le ho chiesto di ripetere quest’ultima cosa, per essere sicura di aver sentito bene. Avevo capito bene. Anche se non sono sicura abbia capito bene lei.</p>
<p>“Siete sposati?”</p>
<p>“No”</p>
<p>“Perché?”</p>
<p>“Mah, perché ancora non l’abbiamo fatto”</p>
<p>Poi mi sono sentita un po’ cattiva influenza e ho avuto paura che la madre non la lasciasse tornare il giorno dopo. Ho aggiunto in fretta</p>
<p>“Ma ci sposeremo presto, non ti preoccupare”</p>
<p>Questo sembra averla tranquillizzata un po’.</p>
<p>“Ma lui è il tuo primo ragazzo?”</p>
<p>“Leonora! Ho quasi quarant’anni! Certo che non è il mio primo ragazzo!”</p>
<p>“Ah, no perché un’amica a scuola mi ha detto che le donne italiane si sposano vergini”</p>
<p>“Non tutte, Leonora, non tutte”.</p>
<p>Ho cercato di spiegare a Leonora in cosa consiste il lavoro della commessa. Di provare non ha avuto voglia, si impappinava a spiegare a me, per prova, che abbiamo due modelli diversi, quattro misure e tante stoffe diverse.</p>
<p>“Troppe informazioni tutte insieme!”</p>
<p>Visto che avevamo tanto tempo a disposizione, ho pensato di spiegarle anche un pochino come si mette in piedi un business.</p>
<p>“Per esempio, come è composto il prezzo di un prodotto? Prendi il prezzo di vendita al cliente: che so, 120€; poi togli l’IVA, che quella tu la incassi ma la devi restituire al Ministero delle Finanze. Ti restano 100€”</p>
<p>“Perché?”</p>
<p>“Perché il cliente finale paga sempre l’IVA, è una tassa. Il prezzo netto più il 20%, e 100€ più 20% fa proprio 120”</p>
<p>“Ah, certo che Lei è proprio forte in matematica!”</p>
<p>“Grazie. Dai tuoi 100€ devi poi scalare il prezzo d’acquisto del prodotto, che so, 40€. Quindi ti restano 60€”</p>
<p>“Però, è poco rispetto a 120”</p>
<p>“Si, è pochino. Comunque devi ancora calcolare altri costi; ad esempio la spedizione dal fornitore fino a te, la confezione, il sacchetto…”</p>
<p>“Uh, com’è difficile!”.</p>
<p>Più tardi sono passata alla distinzione tra costi fissi e costi variabili di un esercizio. L’ho tramortita per un pomeriggio intero.</p>
<p>Leonora non è scema, ma ha la capacità di concentrazione di un pesce rosso. Le ho chiesto di spolverare tutte le mensole, partendo da quelle lì in fondo a sinistra. È partita sparata, spolverato le prime due, poi si è distratta col cellulare.</p>
<p>“Tutte, Leonora, non solo le prime due”</p>
<p>“Ah, scusa” e riparte.</p>
<p>…</p>
<p>“Tutte, Leonora, manca il lato destro del negozio”</p>
<p>“Ah, scusa” e riparte.</p>
<p>…</p>
<p>La mattina dopo</p>
<p>“Che posso fare?”</p>
<p>“Spolverare le mensole, inizia in fondo a sinistra”</p>
<p>…</p>
<p>“Tutte, Leonora”</p>
<p>“Ah, scusa”</p>
<p>…</p>
<p>In cinque giorni non c’é stato verso che se lo ricordasse.</p>
<p>Io a Leonora ho voluto bene, a modo mio. Ma non sono sicura se ne sia accorta. L’ultimo giorno, quando è andata via, avrei voluto spiegarle che in futuro deve stare attenta.</p>
<p>Questo è il suo ultimo anno di scuola e poi si cercherà un lavoro. Volevo dirle che sul lavoro non avrà la struttura dietro che la costringe a fare quello che deve. Non avrà gli insegnanti che le chiedono se ha fatto i compiti. Volevo dirle di fare davvero attenzione, che se ti scordi di spolverare tre quarti delle mensole una volta, sul lavoro te lo dicono. La seconda pure. Ma se te lo scordi tutti i santi giorni, non ti danno un brutto voto, ti licenziano e tanti saluti.</p>
<p>Volevo dirle di non preoccuparsi, che troverà un bravo giovane che se la sposi. E che non dovrà nemmeno essere albanese, che le minacce della famiglia escono dal trapassato remoto e qui in Austria può fare come le pare. Anche tagliarsi i capelli, se vuole. Avrei voluto dirle tante cose, anche solo che mi vergognavo di aver parlato tanto di integrazione e multiculturalità per poi toppare così clamorosamente con lei. Ma non ci sono riuscita.</p>
<p>Mentre mi abbracciava stretta ho biascicato</p>
<p>“Se ti serve qualcuno con cui parlare in futuro io sono qui”.</p>
<p>Lei ha sorriso imbarazzata – come ha fatto tante volte, e io ancora mi chiedo se era vero imbarazzo per il contenuto o un modo per mascherare il fatto di non avermi capita – poi si è incamminata con il naso infilato nel cellulare. È uscita dalla mia vita rapidamente come c’era entrata, ma più che sfiorarci non abbiamo fatto. Addio Leonora, ti auguro tanta fortuna, ne avrai bisogno.</p>
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		<title>Ancora d’integrazione e altri mali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Aug 2013 12:42:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> (E poi la pianto, giuro! Almeno per qualche mese…) Ho letto la contro risposta di Paolo alla mia di giovedì, e posso solo dire questo: “Paolo! Quanto hai ragione!” Per un attimo, ma solo per un attimo, mi è sceso un brivido freddo lungo la schiena. Non sarà mica che io, quella che ogni tre&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>(E poi la pianto, giuro! Almeno per qualche mese…)</p>
<p>Ho letto la <a href="http://www.zingarate.com/network/vienna/uno-parte-per-viaggiare-per-conoscere.html" target="_blank" rel="noopener">contro risposta di Paolo</a> alla <a href="http://www.nonsolosissi.com/integrati-vs-non-integrati/" target="_blank" rel="noopener">mia di giovedì</a>, e posso solo dire questo:</p>
<p>“Paolo! Quanto hai ragione!”</p>
<p>Per un attimo, ma solo per un attimo, mi è sceso un brivido freddo lungo la schiena. Non sarà mica che io, quella che ogni tre per due si riempie la bocca di <em>integrazione</em>, sono invece un’antipaticissima <em>assimilata</em>?</p>
<p>No, perché io mi spertico parecchio su quanto Vienna sia meglio di Roma. Come se non bastasse mi sforzo anche di non avere un accento italiano troppo marcato e addirittura, poco dopo essere arrivata, mi sono tinta i capelli! (Ma li ho scuriti, e questo tranquillizza).</p>
<p>Poi ho fatto mente locale, e ha realizzato una banalità: cioè che a fare paragoni tra l’Italia e i Paesi a nord delle Alpi la mia Patria ne esce sempre piuttosto male. Un fatto. Ma le cose che l’Italia sappiamo fare meglio le riconosco eccome. A mio modesto parere su moda, design e gastronomia non ci batte nessuno – senza falsi campanilismi. Sull’elasticità mentale pure, che quando non scivola nel <em>tutti contro tutti</em>, è decisamente una marcia in più. E ovviamente si porta dietro la capacità tutta italiana di saper reagire, bene e in fretta, agli imprevisti. E i valori famigliari – non mi vergogno di ammetterlo.</p>
<p>Poi mi è tornato in mente questo aneddoto, che mi raccontò un’amica anni fa. Anna, italianissima, era in Germania per una serie di conferenze. Un bel pomeriggio, mentre era seduta tra il pubblico, salì sul palco il nuovo relatore. Preciso sputato Renato Zero. Ad Anna sfuggì un risolino divertito, e si guardò subito intorno per cercare lo sguardo dei presenti, per condividere il divertimento. Invece erano lì tutti serissimi a prendere appunti. Anna, purtroppo, era l’unica Italiana in sala.</p>
<p>“Monica, non mi crederai ma non mi sono mai sentita tanto sola in vita mia”.</p>
<p>Le ho creduto, eccome se le ho creduto.</p>
<p>Cultura, dice Paolo. E io sottoscrivo. Ma non c’è bisogno di prendere una o due lauree in filologia tedesca e saper suonare il violoncello. Un’infarinata di storia, una piccola lista di film cult in lingua tedesca da guardare con calma, ascoltare con attenzione i racconti dei ricordi d’infanzia dei locali. E passa la paura.</p>
<p>Stare insieme tra compaesani, infatti, è un piacere perché sai esattamente qual è il retroterra culturale della persona che hai di fronte. Che non vuol dire saper leggere il greco antico o disquisire di Verga e Pirandello, ma banalmente sapere che tutti hanno studiato I Promessi Sposi a scuola e possono intonare all’unisono “Addio monti sorgenti dall’acque…”, che tutti conoscono il jingle del telegiornale delle venti, e sanno a memoria i testi delle canzoni di Battisti. <em>Condivisione</em>. Solo quando ti levano queste certezze (e nessuno intorno a te riconosce Renato Zero), ti accorgi che esistono.</p>
<p>E proprio per questo un po’ di malinconia, ogni tanto, sale a tutti. Perché quando mi incontro di fronte al ristorante con gli amici mitteleuropei, non posso esclamare</p>
<p>“Eh! Quanti siete? Che portate?”.</p>
<p>Perché loro non mi risponderanno in coro</p>
<p>“Un fiorino!”.</p>
<p>Arrivare a Vienna intorno ai trent’anni vuol dire che ti sei perso tanto. Non sei andato a scuola qui e hai ben altri ricordi; lo sapevate che in Austria i bambini della mia generazione si toglievano le scarpe e a scuola infilavano le ciabatte? E che nelle ore di sport imparavano a sciare?</p>
<p>Non hai visto gli stessi cartoni animati e filosofeggiato se la sigla di <em>Jeeg Robot</em> la cantasse davvero Piero Pelù; lo sapevate che in Austria negli anni ’70-’80 andava per la maggiore un cartone animato per bambini chiamato <em>Der Maus auf dem Mars</em> (il Topo su Marte), una co-produzione tedesco-austro-svizzera-ungherese-jugoslava, se possibile ancora più deprimente del dolce Remì?</p>
<p>Potrei andare avanti per ore con queste storielle. Ma il succo è quello: cambiare Paese è sempre un rischio. Da una parte devi farti un mazzo tanto per <em>integrarti</em>. Dall’altro ti devi rifare il mazzo per non perdere il contatto con l’Italia, per non scivolare nel nostalgico, quello con i ricordi fermi alla data dell’espatrio. Che a lungo andare si scivola ne <em>L’Albero degli Zoccoli.</em></p>
<p>Ecco, alcune cose qui a Vienna non le capirò mai, altre non mi interessano, altre le guardo ancora con sospetto. Ma posso, <em>devo</em>, sforzarmi di capire. Posso, anzi <em>voglio</em>, condividere molte cose, e dopo, fatalmente, mi sentirò più a mio agio. Ecco il motivo per cui sono contraria agli Italiani all’estero che frequentano <em>esclusivamente</em> altri Italiani. Perché se io, al cinema, nel 1992 non ho visto <a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Muttertag_%E2%80%93_Die_h%C3%A4rtere_Kom%C3%B6die" target="_blank" rel="noopener"><em>Muttertag</em></a>, bensì <em>Puerto Escondido</em>, posso sempre rimediare. <em>Muttertag</em> – una satira feroce sulla piccola borghesia asburgica – l’ho visto tre anni fa, quando il mio tedesco ha finalmente raggiunto un livello appropriato. La settimana dopo ho costretto il Fidanzato Asburgico a guardare<em>Non Ci Resta Che Piangere.</em> In Italiano. Senza sottotitoli. Solo con la mia traduzione simultanea – un disastro! Ma, sinceramente, non ce la facevo davvero più a tollerare questo crepaccio culturale fra di noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS Paolo, ai <em>separati</em> bisognerebbe spiegare in fretta cos’è lo <a href="http://www.nonsolosissi.com/lo-shock-culturale/" target="_blank" rel="noopener"><em>shock culturale</em></a>. Che se lo conosci magari non lo eviti, ma sicuramente lo tieni meglio sotto controllo.</p>
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		<title>Integrati vs. Non integrati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Monica]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Aug 2013 12:56:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span> Tanti, tanti anni fa – qui a Vienna – avevo un carissimo amico italiano che abitava accanto a casa mia. Aveva qualche anno più di me, parlava tedesco benissimo, lavorava nel mio stesso settore ed era un paio di passi avanti a me in carriera. Ai miei occhi lui ce l’aveva fatta. Scelsi Enzo come&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Reading Time: </span> <span class="rt-time">4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minutes</span></span><p>Tanti, tanti anni fa – qui a Vienna – avevo un carissimo amico italiano che abitava accanto a casa mia. Aveva qualche anno più di me, parlava tedesco benissimo, lavorava nel mio stesso settore ed era un paio di passi avanti a me in carriera. Ai miei occhi lui <em>ce l’aveva fatta</em>. Scelsi Enzo come mio personale modello di riferimento; da seguire, a sua insaputa, come un cagnolino fiducioso.</p>
<p>Enzo parlava Tedesco con un fortissimo accento italiano. E io, che con il tedesco ero ancora agli inizi ma sulla pronuncia mi sforzavo parecchio, lo trovavo bizzarro. Una sera gli chiesi</p>
<p>“Enzo, come mai hai ancora un accento tanto forte?”</p>
<p>La sua risposta mi sorprese molto</p>
<p>“Ho un accento così forte perché non voglio perderlo. Il mio accento è parte di me, mi definisce in quanto italiano. Anzi, ti dirò, <em>mi sforzo di non perderlo</em>”.</p>
<p>Ero a Vienna da massimo un anno e mezzo e ancora scrivevo lettere saputelle sugli espatriati tipo <a href="http://www.nonsolosissi.com/italians-allestero-tipologie/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">questa</a>. Non capii cosa mi stava dicendo Enzo. Non collegai l’accento di Enzo alla sua lunga lista di qualità tipicamente italiane, al limite del cliché: rumoroso, caotico, amichevolissimo, disponibilissimo, cronicamente in ritardo. Archiviai superficialmente nel cestino della carta straccia, sotto la rubrica <em>il mondo è bello perché è vario</em>.</p>
<p>Fino a poco tempo fa, qualche mese diciamo, credevo che gli Italiani emigrati in Austria fossero tutti più o meno uguali. Caratteri diversi, educazione diversa, competenze diverse, ma in sostanza tutti incamminati sulla stessa strada: l’integrazione in un Paese straniero.</p>
<p>Una strada lunga, faticosa, nonché fonte di infinite soddisfazioni. I primi scogli sono i più grossi. Trovare casa e lavoro, imparare il Tedesco (lingua ostica per antonomasia), crearsi un giro di conoscenze ed amicizie locali. È il periodo che io chiamo <em>euforia da foglio bianco</em>. Quella magica fase in cui, di fronte ad una vita in cui è stato schiacciato il tasto <em>reset</em>, tutto si può reinventare. Uno si sente anche un attimo solo e abbandonato, eh, non fraintendetemi, mica solo rose e fiori. Ma la soddisfazione di sentirsi padrone completo della propria vita la ricordo con immenso piacere.</p>
<p>Una volta assicurate le necessità primarie, rimane ancora molto da fare. Non appena si mastica un po’ di tedesco, infatti, la seconda fase prevede di individuare, capire e <em>digerire</em> le usanze locali. Quelle – per intenderci – che nella prima fase ci mandano in bestia a furia di paragoni con la Madrepatria. Il mondo non sempre è bello perché è vario, specie quando hai addosso una spolverata di <a href="http://www.nonsolosissi.com/lo-shock-culturale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">shock culturale</a>.</p>
<p>Col passare degli anni la questione si stempera. Anzi, piano piano ci trasformiamo in quel meraviglioso/maledetto miscuglio che sono tutti gli espatriati di lungo corso. <a href="http://www.nonsolosissi.com/guest-20-anni-allestero-si-resta-ancora-italiani/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ne carne ne pesce</a>, o forse sia carne che pesce, dipende dai punti di vista o dall’umore del momento. Con un nocciolo di orgoglio, che pulsa contento alla consapevolezza di far parte di <em>due culture</em>. E come dice La-Mia-Gemella-Separata-Alla-Nascita, <em>due gatti sono meglio di uno</em>. Non ci piove.</p>
<p>Questa la mia esperienza, che io assumevo a insindacabile metro dell’evoluzione dell’espatriato Italiano. E certo c’è chi ha meno voglia di me di imparare il Tedesco. O anche chi è più rapido nell’imparare nuovi vocaboli. Certo c’è chi ha più amici italiani di me. O anche meno. Certo c’è chi dopo dieci anni ancora si rifiuta di togliersi le scarpe in casa, o di mangiare l’insalata come contorno alla pasta.</p>
<p>“Sono vezzi” mi dicevo “ce li ho anch’io e sono parte del divertimento di essere Italiani all’estero”.</p>
<p>Mi sbagliavo. Ah, quanto mi sbagliavo!</p>
<p>Da poco, pochissimo, ho scoperto che gli espatriati italiani non sono tutti incolonnati sulla strada che ho seguito io. Beata sindrome da ombelico del mondo! Le differenze non nascono da un semplice sfasamento temporale (l’emigrato di lungo corso che spiega a chi è appena arrivato come fare), o da una diversa predisposizione personale (a imparare le lingue straniere, o a bere brodaglia marrone e chiamarla caffè). Gli Italiani all’estero sono divisi in due categorie dalla definizione cristallina: <em>integrati</em> e <em>non integrati</em>. Ci sono rimasta di stucco.</p>
<p>Gli <em>integrati</em> (e qui vado giù di machete, ma abbiamo troppa erba in ballo e reputo necessario farne un fascio) hanno spesso un compagno/una compagna locale. Parlano bene il Tedesco. Lavorano in aziende locali. Hanno perlopiù amici austriaci, frequentano poco e niente i ristoranti e i locali italiani, se vogliono mangiare italiano cucinano in casa. Seguono la politica e le notizie locali. Tornano in Italia solo per le vacanze.</p>
<p>I <em>non integrati</em> (stesso machete, perdonate!) si accoppiano prevalentemente tra loro. O hanno una relazione a distanza in Italia. Parlano tedesco lo stretto necessario. Se possono lavorare in inglese (in aziende super-internazionali) o in Italiano (in aziende italiane), spesso masticano solo <em>Tedesco da ristorante</em>. Escono quasi solo con altri Italiani, sono informatissimi sui locali gestiti da Italiani, su dove si mangi la pizza più buona, si beva il Negroni migliore, su quale giorno della settimana arrivano le mozzarelle di bufala fresche al pizzicagnolo di fiducia. Tornano in Italia appena possono, l’ideale sarebbe ogni secondo fine settimana.</p>
<p>Aggiungo subito – a scanso di equivoci – che la differenza vera non sta nel trovarsi bene o male all’estero. Conosco Italiani non integrati che sono ben felici di stare a Vienna. La differenza non sta nemmeno nell’essere intelligenti piuttosto che stupidi, conosco Italiani non integrati che sono luminari indiscussi nel loro campo. E nemmeno curioso piuttosto che pigro, bravo o cattivo, alto o basso. La differenza di fondo, confesso, non l’ho ancora capita. Integrarsi o meno mi pare quasi un moto dell’anima, un tratto del carattere contro cui è impossibile combattere. E in effetti io mi sono integrata non perché me l’abbia prescritto il dottore. Non l’ho nemmeno scelto. Semplicemente l’ho fatto, nonostante mi sia costato fatica. Non ho potuto fare a meno di assecondare il mio istinto.</p>
<p>Ripeto, ci sono rimasta di stucco. No, perché nella mia testolina l’integrazione è una cosa buona e giusta. Da perseguire con impegno. Io, difatti, sono integratissima. E non vuol dire che io voglia diventare Austriaca. Io sono e resto Italiana. Ma vivo in Austria, e questo è un fatto. Capire e sapermi muovere in un Paese diverso da quello in cui sono nata e cresciuta non vuol dire buttare alle ortiche la mia cultura. Ma nemmeno ritenerla intrinsecamente superiore ad un’altra. Due gatti sono meglio di uno.</p>
<p>E qui casca l’asino: agli Italiani <em>integrati</em> viene rinfacciato il tradimento di Patria. <em>Chi si vuole integrare non ama l’Italia!</em></p>
<p>Il fatto è che gli <em>integrati</em>, spesso e volentieri, criticano l’Italia. Che agli occhi dei <em>non integrati</em> è invece intoccabile, da amare sempre e comunque, da giustificare, comprendere,  perdonare sempre. Come la mamma.</p>
<p>Bene, questa la voce di un’Italiana integrata. <a href="http://www.zingarate.com/network/vienna/riflessioni.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Qui</a> potete leggere una voce <em>non integrata</em>. E Paolo è una persona squisita, nonché colonna portante della comunità italiana locale. Come mai e poi mai potrei esserlo io, a pensarci bene. Perché io sono, tristemente, <em>troppo</em> integrata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS La discussione continua (con intenti didascalici) su <a href="http://www.zingarate.com/network/vienna/uno-parte-per-viaggiare-per-conoscere.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Vivere Vienna</a> e anche su <a href="http://www.nonsolosissi.com/ancora-dintegrazione-e-altri-mali/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">NonSoloSissi</a>… ma tanto Paolo e io siamo d’accordo!</p>
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