Nella vita mi è capitato un paio di volte di dimagrire di brutto e involontariamente. Per la precisione quattro volte: la prima a diciassette anni, quando venni operata d’urgenza in un ospedale militare sull’isola della Maddalena e trascorsi un mese, unica donna in corsia, nascosta dietro un paravento; la seconda intorno ai 26 anni, quando venni mollata malamente da quello che è passato alla storia come il cialtrone; la terza circa cinque anni fa durante i lavori nel cantiere di quello che poi è diventato il mio negozietto, sette settimane di lavoro pazzo e disperato, fisico e mentale, che mi levarono ogni eventuale fantasia di far costruire, in un imprecisato futuro, la casa dei miei sogni. La quarta sta capitando proprio ora, in diretta. Tanti, troppi casini grandi e piccoli.

E lo sento, eh, il coro di “ma di che ti lamenti, pensa che c’è chi sotto stress ingrassa, cornuti e mazziati!”. Lo so, lo so, c’è di peggio, ma vorrei provare a spiegare il dramma. A ingrassare sotto stress non si diverte nessuno – non metto in dubbio – non deve essere divertente trascinarsi dietro, oltre a tutte le rogne da risolvere, anche un culo che fa provincia. Immagino la rabbia. Guardarsi allo specchio ogni mattina e vedersi sempre più magri e sciupati ha – confessione fuori dai denti – persino un retrogusto piacevole. Malato ma piacevole. Sarà che lo sentiamo ripetere talmente spesso – magrezza mezza bellezza, apparentemente senza limiti inferiori – e una finisce per crederci. Certo che quando ti cominciano a spuntare le ossa da tutte le parti e ti accorgi che tutti i tuoi pantaloni ti scivolano via dai fianchi… ecco, se dietro all’ingrasso da stress c’è tanta rabbia, dietro al dimagrimento da stress non c’è rabbia, bensì paura. Una paura sottile, ma molto reale: quella di scomparire nel nulla. O di ritrovarsi in ospedale con un tubo nel naso, come un’oca da paté.

La ricetta numero quattro dello Scalogno era lì che mi aspettava al varco da tanto, troppo tempo. Prima l’avevo un po’ boicottata io, perché mi pareva invero loffia; poi è esploso il gran casino e lo Scalogno, Cracco e le sue ricette sono scivolati nel dimenticatoio. Insieme a tante altre cose, a pensarci bene… mi ero dimenticata, ad esempio, che i peli delle gambe potessero diventare tanto lunghi. Quando ho iniziato a rialzare la testa e a pensare di tirar fuori pentole e padelle, mi è venuto un po’ da ridere: eccomi qui, in disperato bisogno di calorie superflue, e cosa mi fa cucinare Cracco? Le verdure all’olio! Davvero, non ho parole.

Bon, sabato scorso avevo deciso che era arrivato il momento di rimettermi in carreggiata e di riempire un po’ il frigo. Sono andata al mercato tirandomi dietro il carrellino da pensionata e ho comprato una montagna di verdure.

Mi ero preparata psicologicamente ad una misera disfatta. La ricetta, infatti – dopo la solita tirata sulle verdure da comprare sempre e solo di stagione – partiva con una lista di pomodori, asparagi, cipollotti & co che avrei avuto difficoltà a trovare buoni, in quel di Vienna, persino nella stagione perfetta. Invece, leggendo fino in fondo, c’era anche la variante invernale. Peccato quindi che la maggior parte di ‘ste italianissime verdure (una delle grandi ricchezze della nostra terra) io non sappia nemmeno tradurla in Tedesco.

Alla fine ho preso quello che ho trovato: broccoli, rapa, carciofi e finocchi. Questi ultimi storcendo il naso, perché a me non piacciono per niente, specialmente cotti. Ma la scelta era tra quelli e un cavolfiore, che fa schifo a vista al Fidanzato Asburgico. E tra fare un dispetto a lui, o farmene uno da sola… ah, l’amore.

La ricetta è invero a prova di idiota. Lavare e tagliare le verdure, buttarle in padella con olio, semi di coriandolo (che avevo persino già in casa), aglio e una foglia di alloro, nella sequenza giusta in modo che vengano tutte cotte a puntino contemporaneamente.

Per la variante con le verdure estive Cracco si dilunga una pagina intera su come tagliarle. Questa a falde, quella a fiorellino, questa a rondelle, quella a becco di flauto. Sulle verdure invernali, invece, manco una riga. Mi sono sentita un pochino abbandonata. E ho fatto di testa mia. La rapa a tocchetti piccini, il finocchio a falde, i broccoli a fiorellino, i carciofi a fettine. E sui carciofi devo assolutamente scrivere questo, che sennò chissà quando mi ricapita l’occasione. È un omaggio alla fonte che ha ispirato lo Scalogno Project, il blog di Julie Powell. Che mi conquistò irreparabilmente quando, mentre descriveva la prima volta in vita sua in cui avesse pulito un carciofo, stupefatta dalla quantità di scarti, scrisse: “Da’ una certa soddisfazione procurare tanto danno ad una verdura che, è evidente, vorrebbe essere lei a fare del male a te”. Ma sto divagando.

Oltre alla descrizione su come tagliare creativamente le verdure invernali, nello Scalogno manca anche la sequenza giusta con cui sbatterle in padella. E poco male, non ho mica cominciato ieri a cucinare. Tranne – mannaggia mannaggia – il famoso finocchio, che, siccome non mi piace, non compro e non cucino mai. E infatti sul finocchio ho toppato di brutto: le mie verdure erano tutte perfette, cotte ma leggermente al dente, tranne lui. Che si è spatasciato alla grande. Per futura referenza, mi segno qui che il finocchio non è, come avevo postulato, un vigoroso compare della rapa, bensì un mollaccione tipo il broccolo. Sbagliano si impara, diceva sempre mia nonna con un sorriso da Gatto del Cheshire. E mi faceva sempre una gran rabbia.

Ricapitolando: le verdure all’olio di Cracco erano buone, magari non esattamente lucide e belle brillanti, vah, ma la combinazione olio + semi di coriandolo + alloro + spicchio d’aglio è valida. E lo spicchio d’aglio, in mancanza di indicazioni precise, l’ho persino – goduriosamente – pelato. Son soddisfazioni.

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