Da quando ci siamo entrambi messi in proprio fino a circa tre anni fa il Fidanzato Asburgico ed io non avevamo più fatto vacanze.

Ultimamente le cose sono migliorate, ma sembriamo tuttora incapaci di concederci una vacanza vera: di quelle, cioè, in cui entrambi non abbiamo altro da fare che mangiare, dormire e bighellonare. Due anni fa siamo stati in Sicilia, mescolando un po’ di mare e mangiate pantagrueliche con una visita al mio fornitore. L’anno scorso una settimana al lago, un band camp musicale organizzato dal Cantante Famoso, per cui il Fidanzato Asburgico si alzava tutte le mattine alle otto spaccate per fare lezione a teenagers assonnati.

Quest’anno siamo stati due settimane da mamma e papà, a goderci il lato migliore della Finta Umbria, portandoci dietro i pupilli del Fidanzato Asburgico, due musicisti talentuosissimi, insieme ai quali lui ha preparato diversi brani per l’album di esordio programmato per l’autunno. E come dice il Fidanzato Asburgico

“È sempre meglio che lavorare”.

In occasione della festa del Santo Patrono del paese i ragazzi hanno poi suonato dal vivo in un locale sulla terrazza proprio sopra i giardinetti pubblici. Una bella occasione per provare di fronte ad un pubblico non composto esclusivamente da me, mamma e papà, le nuove canzoni.

Eravamo arrivati, secondo indicazione del locale, verso le sei e mezza del pomeriggio.

“Purtroppo stasera, sul palco grande ai giardini, c’è il concerto di chiusura della festa del paese, che inizia verso le nove. Prima faranno almeno un’ora, un’ora e mezza di sound-check. Devono quindi cominciare al più tardi per le sette”.

La terrazza era infuocata, il locale deserto. Anzi, i ragazzi del centro giovanile che lo gestiscono avevano appena appena iniziato a prepararsi per la serata, accendere il barbecue, mettere a posto tavoli e sedie.

I nostri ragazzi e il Fidanzato Asburgico tiravano cavi e provavano chitarra e microfono, mentre io ero lì affacciata col muso lungo alla ringhiera che da sui giardinetti comunali, ad osservare il palco grande. Dopo un decennio di permanenza in un Paese davvero ben organizzato, l’angioletto austriaco – un angioletto invero molto passivo – seduto sulla mia spalla destra commentava

“Uh, che peccato potersi esibire solo oggi! Il locale non si riempie sicuro prima delle nove, nove e mezza.”

Che poi si erano già fatte le sette e mezza, e la canicola non accennava a smorzarsi.

Ad un certo punto ho sentito una vocina. E non era quella delle zingarate.

“Senti un po’ Monica, oramai nella vita hai assistito alla messa in piedi di diversi concerti: tra sound-check e inizio del concerto vero e proprio passa sempre un sacco di tempo. E se riuscissimo a infilare i ragazzi nella pausa?”

La vocina apparteneva ovviamente al diavoletto italiano, quello che di fronte ad una regola non si paralizza come l’angioletto austriaco, ma la mette immediatamente in discussione.

Sono scesa ai giardini e mi sono avvicinata al palco. Calma piatta. Ho chiesto chi fosse il responsabile, un tipo dall’aria eccentrica, con tanto di sigaro e Panama bianco. Mi sono avvicinata sorridendo.

“Buonasera! Vengo giù dalla terrazza, dove un duo di giovanissimi musicisti si vuole esibire per massimo un’oretta, ovviamente il più tardi possibile, ma senza entrare in conflitto col rumore del vostro sound-check prima, e del concerto poi. A che ora iniziate col sound-check?”

Il tipo mi ha osservata perplesso, manco fossi stata una gomma che gli si era appiccicata sotto ai mocassini di pelle inglese che indossava. Il mio sorriso smagliante ha retto benissimo il suo sguardo infastidito, fino a che non si è sciolto un attimo.

“Mah, prima delle otto non credo, metà della band è ancora a Roma, la Rettore poi non è ancora arrivata”.

“Gupl” ho pensato “questi sono professionisti di lungo corso”.

Ma non ho mollato la presa, ne permesso che il mio sorrisone si incrinasse.

“E tra sound-check e inizio del concerto quanto tempo prevedete di aspettare?”

Il tipo, che mi aveva era già voltato le spalle e fatto cenno di allontanarsi ha girato la testa di scatto sorpreso che io avessi l’ardore di continuare a fargli perdere tempo. Non che avesse gran che da fare, eh, ma le due tipe tutte in ghingheri che ci osservavano dalla panchina erano sicuramente più promettenti di me.

Dietro consiglio del diavoletto italiano sulla spalla sinistra, ho stemperato il sorrisone con una punta di imbarazzo visibile, per chiarire di essere consapevole di star lì a rompergli le balle.

Tanto è bastato. Il tipo è scoppiato a ridere, mi ha dato una pacca sulla spalla (che io ho interpretato come un complimento per la faccia di tolla) e esclamato

“Quando vedi che abbiamo finito il sound-check digli di aspettare una ventina di minuti, poi cominciate pure. Tanto prima delle dieci non iniziamo sicuro”.

Ho ringraziato e sono tornata sulla terrazza saltellando contenta come una capretta.

Ho trovato il Fidanzato Asburgico che aveva fatto sedere i ragazzi e gli stava facendo un piccolo discorsetto riguardante il testo dell’ultimo brano, composto giusto la sera precedente.

“Ragazzi, siete bravi ed esperti, ma avete sempre 14 e 15 anni. Per questo trovo di cattivo gusto cantiate il testo come l’avete scritto. Al posto di Love is a fucking game stasera canterete la strofa diversamente. Love is a stupid game”.

I ragazzi stavano ancora mugugnando di libertà artistica, linguaggio colloquiale e sdoganamento delle parolacce quando li ho interrotti con la mia buona novella.

Il Fidanzato Asburgico era molto contento. Anzi, mi ha spiegato che si erano appena accorti di un disguido: gli mancava un microfono per il back vocal. Ha aggiunto baldanzoso

“Visto che tu e il tipo vi state tanto simpatici, chiedigli se non ci prestano un microfono dal palco grande”.

Doveva aver assistito alla scena della pacca sulla spalla. E dato che poco prima gli avevo presentato il Sindaco del paese tra baci e abbracci, deve aver pensato che io conoscessi tutti. Che il direttore artistico del tour della Rettore fosse – che so – un vicino di casa dei miei, o magari il mio ex professore di musica delle medie.

Mi è caduto il cuore per terra. All’idea di tornare giù a chiedere un altro favore, l’angioletto austriaco si sarebbe volentieri seppellito dalla vergogna.

Ho fatto un respiro profondissimo e sono scesa di nuovo.

Mi sono avvicinata al tipo col cappello, lui mi ha notata e cominciato a sghignazzare.

“Scusi… avrei ancora un favore da chiedere…”

Mi ha osservata sornione.

“Ai ragazzi servirebbe un microfono per il back vocal…” mi si stavano incrociando le gambe.

“Ah sì? Vorrai mica anche il cavo?”

“Ehm… ecco… si.”

Incredibilmente si è girato verso il palco e ha spiegato compunto la mia richiesta ad un tecnico. Dopo un minuto di imbarazzato silenzio mi ha porto microfono e cavo, ma non ha resistito ad aggiungere

“Ti serve altro?”

Proprio in quel momento è sopraggiunto il Fidanzato Asburgico, il cui Italiano è sufficiente per capire la domanda, ma non abbastanza per il sottinteso (“una fetta di culo?”). Si è subito immischiato

“Oh si, grazie! Dato che il microfono è per il chitarrista ci servitebbe anche il treppiede!”

Il tipo è scoppiato nella risata più fragorosa io abbia mai sentito e ci ha allungato l’attrezzo. Questa volta sono stata io, a dargli una pacca sulla spalla.

Finito il concerto dei ragazzi siamo scesi tutti insieme a restituire il maltolto. E ci siamo ovviamente fermati per sentire la Rettore.

Quando è uscita sul palco mi sono presa un colpo. È magra, magrissima, secca come un chiodo – non parlo in senso lato. Istintivamente ho pensato fosse malata, ma dal modo in cui si vestiva (minigonne inguinali con gambe nude e perizoma, tacchi a spillo alti una spanna), dal fatto che si sia cambiata quattro volte nel corso del concerto, e da come si muoveva, era evidente che si sentisse strafiga. Era talmente magra che non sono riuscita a concentrarmi sulla musica, e mi è venuta una voglia improvvisa di un panino col salame.

Faceva anche un po’ impressione – era una festa di paese, non dimentichiamolo – vederla agitarsi sul palco mentre cantava

“Splendida splendente grazie a un bisturi tagliente”

con sotto i bambini che si sbracciavano e intonavano in coro

“Dammi una lametta che mi taglio le vene!”.

I ragazzi hanno commentato con un secco

“E meno male che noi non potevamo dire fucking game, eh!”