L’altra sera ho preparato un dessert da vergognarsi. In pratica ho srotolato un rotolo di pasta sfoglia pronta sulla teglia, l’ho tagliata a listarelle, cosparsa di zucchero e infilata in forno. Era buonissimo.

Mentre sgranocchiavo sul divano (che una roba così triste non si serve certo nel piatto con la forchettina, bensì in un cesto foderato con un tovagliolo a quadretti) ho avuto un flash: ognuno ha i suoi sapori, e la pasta sfoglia industriale cosparsa di zucchero è il mio sapore di gioventù. Quando ero bambina, infatti, mamma ogni tanto lo faceva. Non tutti i giorni, piuttosto per festeggiare qualche piccolezza.

Che ci posso fare? Ognuno ha i sapori di gioventù che si merita. Che messa così sembra una lamentela nei confronti di mia madre, mentre invece non lo vuole essere. Anzi! Ho il massimo rispetto per le sue performance culinarie. Non ammirazione, magari, ma rispetto. É una cosa difficile da spiegare. Tanto per cominciare a mamma non piace cucinare. Per niente. E manco mangiare, a pensarci su un attimo. Che sarebbe anche normale, eh, esiste davvero gente alla quale non piace mangiare. Mi dispiace un po’ per loro, ovviamente, ma ci sono.

Secondo fatto inoppugnabile è che io ero una bambina inappetente. Ma di brutto, eh? Davvero, ricordo ancora lo schifo di masticare la carne fino a che non diventa cartone, tutto pur di ritardare il più possibile il momento di inghiottire. Ricordo lo schifo che mi faceva la pellicina degli spicchi di mandarino, che io toglievo accuratamente, col risultato di metterci un pomeriggio a finire una clementina. O l’odore del formaggio, che mi provocava una vertigine di nausea.

E mamma contro la mia inappetenza ha combattuto come una tigre. Mai piegandosi alla dittatura del chicken nugget & patate fritte a strillo-comando del pupo. Che è poi la strada che vedo seguire alle mie amiche con figli piccoli che non vogliono mangiare niente. Anche quelle che fanno solo la casalinga. Mamma no, mai. Mia mamma ha sempre cucinato primo e secondo due volte al giorno, tutti i giorni. Sempre cose diverse, per stimolarmi, incuriosirmi, divertirmi (ma non corrompermi con il fast-food). Ricordo padelle piene di polpettine minuscole, pesciolini di uovo sodo e pinzimonio di verdure servito in monoporzioni elegantissime che manco in un ristorante a tre stelle.

Per apprezzare in pieno il lavoro che ha fatto mamma bisogna comprendere che per lei una tazza di caffellatte e due biscotti sarebbero una cena degnissima. Al limite anche un pacchetto di caramelle. Che il purè si fa con la busta, che la torta di compleanno viene benissimo con la scatola Cameo. Che l’insalata già lavata del supermercato non va rilavata a casa. Per me, che posiziono il limite personale del precotto sul dado da brodo, decisamente eresie. Ma sempre meglio dei chicken nuggets di McDonald’s, ecco.

E questo non vuol dire che mia madre predichi bene e razzoli male. Ci tengo assolutamente a precisare. Ora che ho quarant’anni, se le racconto che per cena ho mangiato un gelato, a lei sta benissimo così. Anzi, applaude l’audacia. Ma fino a che ero bambina no!

“I bambini devono imparare a mangiare, a riconoscere e eventualmente apprezzare i gusti diversi”.

Chissà se è questo il motivo per cui ora adoro mangiare. E cucinare. O se invece l’avrei scoperto comunque, arrivata all’età giusta.