Non saprei davvero spiegare perché, ma regolarmente mi imbatto in una ricetta interessante, che però mi si mette subito di traverso. Che pare non avere voglia lei, di lasciarsi cucinare. Non è una novità, basta cercare nell’archivio di Sissi i ravioli della nonna per farsi un’idea. Alla fine ho vinto io, per carità, ma di mezzo c’erano parecchi mesi e altri due post dedicati a loro. Che fatica.

L’anno scorso, ad esempio, la vigilia di Natale avevamo comprato una bella anatra da fare arrosto per il nostro privatissimo pranzo natalizio. Avevamo cominciato l’anno prima e volevamo farne una bella tradizione da continuare. L’anatra l’avevamo ordinata per tempo, mica scemi, ma a ritirarla ero corsa io trafelata verso l’ora di pranzo del 24 dicembre. Lo sapete, si, che qui i negozi la vigilia di Natale chiudono tutti alle 14 spaccate? La fila dal macellaio girava intorno all’isolato. La fila per ritirare robe già ordinate, si intende, che quella per gli avventori dell’ultim’ora arrivava alla fermata dell’autobus successiva.

Il pranzo di Natale, alla fine, lo mangiammo da amici. Amici austriaci. Lo sapete, si, che secondo le statistiche più aggiornate l’Austriaco medio si spara 66,4 kg di carne l’anno? Di questi circa 40 kg sono carne di maiale. Bene, durante quel pranzo di Natale lì, abbiamo dato una robusta mano a mantenere la media. Tornammo a casa tardissimo, stravolti da una crisi di ipercolesterolemia che erano anni. Non aprimmo il frigo per quasi una settimana.

O meglio, il frigo lo aprii ancora una volta, il 26 mattina. Per tirare fuori l’anatra e spostarla para para, ancora incartata dal macellaio, nel freezer. Mai surgelato un volatile intero, ma al supermercato lo vendono, no?

Dato che questa storia dell’anatra arrosto per noi fa molto festa, la tirai fuori la mattina del mio compleanno, circa tre mesi dopo.

“Dai che stasera preparo un pranzetto coi fiocchi!”.

Il Fidanzato Asburgico annuiva convinto.

La sera l’anatra era ancora surgelata. Solida. Considerai brevissimamente la possibilità di infilarla intera nel mixer (sorbetto d’anatra era l’idea, ma su google non trovai spunti). La lasciai quindi sul piano di lavoro della cucina.

La sera dopo, verso le 21:00, era pronta.

“Pronta un cazzo, è ancora cruda!” commentò il Fidanzato Asburgico.

E qui cominciai a sentire odore di fallimento, di ravioli della nonna, per intenderci.

Preparai comunque un ripieno fantasioso: pane bianco, prugne fresche, arancio a pezzetti, basilico, timo, sale, pepe e olio extravergine. Una volta mescolato e assaggiato, ogni timore volò via. Trasportato da una leggera brezza mediterranea. Sospirai di contentezza e infilai l’anatra in forno. Dopo un’oretta un profumo paradisiaco cominciò a spargersi per il soggiorno. Ebbi tempo di filosofeggiare sull’anatra e sul ripieno perfetto.

“Se mai scriverò un libro sarà apposta per lei, quest’anatra ripiena si merita un libro apposta. E forse anche una canzone”.

L’anatra venne pronta verso mezzanotte, ed era buonissima.

Era anche una bestia di cinque chili. Mangiammo l’anatra con il suo ripieno e un paio di contorni di verdura per cena. Il giorno dopo sandwich all’anatra per pranzo. Poi ci guardammo negli occhi, sfiniti. Perché la carne d’anatra ha un che di selvatico, che a me e anche a lui, sinceramente, dopo poco nausea. Tagliuzzai il resto della carne a pezzetti e la surgelai in un tupperware. L’Idea era un’insalata estemporanea, o anche un ripieno per ravioli. Prego notare che l’anatra era già al secondo giro in freezer, uno cruda e uno cotta.

Qualche settimana dopo – passata la nausea – la tirai fuori con l’intenzione di preparare dei ravioli cinesi. Quelli che di solito si mangiano al ristorante, abbrustoliti sotto e a vapore sopra, ma si possono fare anche in casa e sono mille volte meglio.

Preparai come mio solito una montagna di ravioli. Che quando attacco la macchinetta a manovella al bordo del piano di lavoro della cucina non mi limito ad una cenetta per due, ma fabbrico battaglioni – che dico, reggimenti! – di ravioli, da mangiare in parte subito, in parte scongelati brutalmente in uggiose serate infrasettimanali.

Sistemai i ravioli al ripieno d’anatra tutti in fila su un vassoio, e tenendolo davanti alla pancia con entrambe le mani, cercai di aprire lo sportello del freezer con il gomito. Il Fidanzato Asburgico mi bloccò per un pelo.

“Ma la carne del ripieno non è già scongelata, da cotta?”

Mi paralizzai. Non potevo ri-surgelare i ravioli! Mangiammo ravioli d’anatra per due giorni – colazione pranzo e cena. Passerà, credo, ma sono otto mesi che la carne d’anatra mi fa salire l’urto del vomito al solo pensiero.

Ecco, questa storia è vecchiotta, ma mi è tornata in mente ieri sera. Al momento ho infatti diverse nemesi che svolazzano minacciose sulla mia cucina, come avvoltoi in attesa di un pasticcio ancora tutto da combinare. Ma delle altre preferirei parlare una volta risolte.

E pensare che non sono per niente scaramantica.