Originariamente pubblicato su Italians il 13.04.2010

Caro Beppe e cari Italians,

sono a Vienna da otto anni (“Italians” ne ha dieci, siamo quasi cresciuti insieme!). All’inizio della mia avventura all’estero il fatto di essere espatriata mi definiva quasi completamente. Tutto quello che facevo e vedevo passava attraverso un filtro, che metteva automaticamente la mia esperienza in relazione con l’essere italiana. I primi 3-4 anni all’estero sono euforici. Nuovo paese, nuovo lavoro, nuovi amici. Una casa da cercare, una lingua da imparare, usi e costumi da digerire – accidenti quanto mi è piaciuto. La chiamavo “l’euforia da foglio bianco”. Dopo un paio d’anni, però, la novità è assimilata e qualcosa cambia. Il filtro non funziona più, o forse non è più necessario. Cosa fanno gli Italians dopo un paio d’anni? Non tutti hanno apprezzato l’avventura, perché l’euforia può anche diventare malessere (o cultural shock in milanese moderno) e tornano più che volentieri a casa. Alcuni dell’euforia non possono più farne a meno, come di una droga, e ripartono per una nuova avventura. Molti rimangono dove sono. Solo con se stessi ammettono forse che il cuore farebbe volentieri “un altro giro”, che gli piacerebbe provare una nuova botta di euforia. La ragione invece li fa rimanere. Il tenore di vita è buono, lavoro, famiglia e amicizie consolidate. Perché buttare tutto all’aria? Ecco, io sono così. Qui sono a casa, sto bene e rimango. Ma alla pizza C, in mezzo a tanti esotici vagabondi e curricula da dieci paesi, mi sono sentita vagamente provinciale. Mi piacerebbe capire se ci ho visto giusto, e se altri Italians la pensano come me. Saluti da Vienna,

Monica Mel