Chi come me è nato a metà degli anni ’70 avrà probabilmente avuto lo stesso sviluppo vestiario. Ragazzina negli anni ’80, Superga, leggings colorati e golfone per coprire il sedere, qualche timido tentativo di copiare il look della primissima Madonna – cestinato velocemente dalla mamma senza nemmeno fargli il processo. Fase grunge nei primi anni ’90 – quando la mamma aveva meno voce in capitolo – camicia a scacchi come un boscaiolo, il fondo dei jeans che finalmente tocca terra, i Doc Marten’s consumati. I miei mi hanno seguito in cinque traslochi e sono ancora in fondo all’armadio. E finalmente la presa di coscienza della moda nel pieno della fase ultraminimalista di Miuccia Prada. Quei vestitini grigi e striminziti, l’orlo a vivo, il tutto nero, l’heroin chic di Kate Moss che ci osservava con occhioni da cerbiatta cerchiati di nero nelle campagne di Calvin Klein. Cominciato il nuovo millennio abbiamo quindi avuto serie difficoltà a farci piacere i nuovi neo-chic. Hippy-chic, boho-chic, country-chic… che fatica! Troppi fronzoli, troppi accessori, troppi ghirigori! Io personalmente ci ho messo 4-5 anni a scrollarmi di dosso l’idea che tutti i colori del mio outfit dovessero essere perfettamente coordinati.

Faticosamente ma ce l’ho fatta. Mischiare blu e nero, ad esempio, un successo personale di cui ancora vado fiera. O il filo di perle con la maglietta grigia da palestra. O gli UGG boots, che da quando l’ho visto fare alla Jennifer Aniston, riesco persino a portare con i jeans sopra! O la borsetta da sera tutta ricamata portata con menefreghismo in ufficio. Un bel passo avanti dal pantalone a sigaretta grigio scuro con sopra il twin set grigio chiaro dei miei 25 anni.

Una regola precisa mi ha aiutata a superare la fase minimalista. Lo stesso motivo per cui oggi riesco ad includere nel mio guardaroba una nuova moda, sempre che mi piaccia, molto in fretta. La regola è ferrea: mai più di un elemento vistoso alla volta. Quindi con i tacchi assassini niente minigonna. Con la minigonna niente rossetto rosso fuoco. Col rossetto rosso fuoco niente ombretto verde. Con le calze colorate niente sciarpona a righe. Con la giacca di finto lupo niente UGG boots. Con gli orecchini niente collana. Potrei continuare all’infinito. Il concetto è cristallino.

Qualche giorno fa mia madre – che ha un senso dell’umorismo molto spiccato – mi ha inviato per posta uno scatolone, pregandomi in anticipo di non ridere una volta aperto. Ieri è arrivato e quando l’ho aperto più che un attacco di risate mi è venuto un piccolissimo infarto. Un cappotto di finto procione, lungo fino al ginocchio, sofficissimo e pelossissimo. Quando l’ho provato mi è venuto da piangere. Certo, indossavo jeans scoloriti infilati negli stivali da motociclista marroni e una camicia bianca. Per il cappotto di procione non era propriamente l’ideale e mi faceva sembrare uno yeti. Uno yeti cafone, per giunta, senza un briciolo di buon gusto. Chi invece ha riso fino alle lacrime è stato il Fidanzato Asburgico, che per punizione è stato degradato Coinquilino Asburgico fino a sera.

Il cappotto di procione, e le sue implicazioni vestiarie sul mio guardaroba, non mi hanno lasciata dormire tutta la notte. Verso le tre quindi mi sono alzata e sono andata in soggiorno. Ho acceso la televisione e guardato tre o quattro vecchie repliche di episodi di Sex and the City. Poco dopo sono scivolata in un sonno agitato, mi pare di ricordare di aver sognato che Carrie mi rincorreva brandendo un procione di peluche. La mattina dopo, tutt’altro che riposata, ho pensato che se il jeans e lo stivale da motociclista non erano buoni per il cappotto di procione, forse lo sarebbe stato l’esatto contrario. In fondo anche Carrie Bradshaw porta delle robe assurde che indosso a lei fanno poi l’effetto di elegantissime stravaganze.

Fedele al mio credo di un elemento eccentrico alla volta (indubbiamente oggi il procione) ho creato la mia versione di Carrie dei poveri. Vestituzzo di lana grigio scuro corto una spanna sopra al ginocchio, collant coprente nero, ballerine ultrapiatte, sciarpona di lana nera con lunghe frange. Una volta indossato il procione, con la mia borsa di pelle grigia in spalla, mi sono guardata allo specchio e l’effetto yeti era quasi sparito. Anzi, non ero nemmeno sicura che non fosse più solo il ricordo violento del giorno prima a rendermi insicura. Un briciolo di Carrie si intravedeva decisamente.

Ora, non dimenticate che io vivo in Austria, non proprio il paese più modaiolo del pianeta. Godo della dubbia fama di essere elegantissima, e persino notato che spesso e volentieri vengo copiata. Dopo quattro anni in un’azienda in cui il dress code era molto ingessato, quando me ne sono andata c’erano almeno tre colleghe che osavano le ballerine rosse sotto al tailleur pantalone gessato e altre due che mi avevano copiato di sana pianta l’accoppiata camicia bianca/pullover verde smeraldo del casual friday. E son soddisfazioni.

Fatto sta che oggi, in cerca di promozione o bocciatura per il cappotto di procione, a chiedere in giro ad amici e conoscenti ho solo avuto riscontri positivi. Vai a sapere se gli piace davvero e il procione è un capo di abbigliamento valido, o se lo trovano orribile ma dato che lo indosso io deve essere una figata assura. E finisco col lanciare una moda ridicola tra queste povere anime candide. E son responsabilità.