L’idea che in passato si vivesse meglio è molto radicata nella nostra cultura – senza neanche dover andare a scomodare antipatiche nostalgie mussoliniane. Uguale da che parte mi giri, l’apologia dei bei tempi andati è ovunque. Non ci chiediamo neanche più se sia vero o no – i bei tempi andati sono belli, punto e basta.

Tranquilli, ordinati, e – a guardare la moda – anche maledettamente chic. Sono decenni che veniamo bombardati dal cosiddetto retro-look. Niente pare più figo degli anni ’50, ’60, ’70. E da poco, incredibilmente, persino gli anni ’80! Che di leggings, colori fluorescenti e spalline imbottite non se ne sentiva propriamente la mancanza, no?

Ma sarà poi vero? I bei tempi andati erano davvero meglio?

Perché a voler guardare la faccenda con occhi non strettamente modaioli, ho la sensazione che oggi stiamo molto, ma molto meglio. Abbiamo molto più accesso alle informazioni; televisione, e-mail, facebook, blogs, giornalisti e reporter che fanno ricerca in ogni angolo del mondo.

Abbiamo più Paesi democratici, e su quelli che non lo sono si fa una pressione internazionale mai vista prima.

Ci possiamo spostare più facilmente, facciamo vacanze all’estero, mangiamo pietanze esotiche sotto casa e leggiamo giornali e riviste stranieri.

Studiamo le lingue, facciamo il semestre di Erasmus in Svezia e poi ci teniamo in contatto via Skype con gli ex-colleghi dell’università di Göteborg.

Abbiamo tanta tecnologia intelligente, lavastoviglie che usano meno acqua che a fare i piatti a mano, tessuti impermeabili ma traspiranti, l’airbag, impianti d’allarme e navigatori GPS.

E non fatemi nemmeno cominciare con il progresso in campo medico, la ricerca sul cancro, le lenti a contatto, la chirurgia per endoscopia.

Perché allora tanta nostalgia per i bei tempi andati? Abbiamo davvero raggiunto il limite fisiologico della creatività? Quanto a lungo si può giocare con l’orlo di una gonna o con il design di un’automobile, prima di averle provate davvero tutte?

No, perché durante i bei tempi andati la pensavano diversamente. Non stavano mica lì a sbrodolarsi di nostalgia per l’800, eh!

Guardiamo i film di fantascienza degli anni ’50 e ’60. Anni di boom economico, certo, ma anche di paura, bunker antiatomici e di guerra fredda. Eppure il futuro negli anni ’50 era super tecnologico, diversissimo dal presente, quasi astratto.

Cosa indossano le persone del futuro immaginato negli anni ’60? Tute di Domopak, elmi di plexiglas, stivali di teflon. Tutto lucido e pulito, pieno di robot che fanno il lavori pesanti e stirano le camice.

Come ce lo immaginiamo il futuro ora? I film di fantascienza, almeno da Blade Runner in poi, raccontano tutta un’altra storia. Nel futuro che ci immaginiamo oggi i robot hanno preso il sopravvento. Oppure la natura si sta vendicando con catastrofi di proporzioni bibliche. Gli uomini vivono come topi nelle fogne, indossano maglioni stracciati, vecchi Doc Martens scalcagnati, i capelli impolverati e spettinati. The Matrix.

Quand’è che abbiamo smesso di credere al futuro? E questa perdita di fiducia ha davvero solo a che fare con l’inquinamento?

Mi sorge il sospetto che oggi stiamo talmente comodi, che siamo diventati talmente pigri, da non avere nemmeno più l’energia di immaginare un mondo migliore. Come se da ora in poi le cose non potessero far altro che peggiorare.

Ecco, quello che dovremmo davvero rimpiangere dei bei tempi andati è il sincero ottimismo. Al limite del naïf, perché no?

Negli anni ’50 si moriva di malattie dalle quali oggi si guarisce facilmente. E si era convinti che la cura fosse dietro l’angolo (infatti lo era) e che le generazioni future non avessero nulla da temere.

Oggi si sopravvie per decenni con l’HIV, eppure non facciamo festa. Con un’alzata di spalle pensiamo che se non sarà l’AIDS a spazzarci via sarà qualcos’altro. L’influenza suina magari. Perché oggi, quando pensiamo al futuro, ci mescoliamo sempre dentro una bella porzione di pessimismo.

Prendiamo gli organismi geneticamente modificati. Questo mais potrebbe essere la bacchetta magica per nutrire tutti sulla terra – e certo che ci sono rischi, come sempre quando si fa ricerca in un nuovo campo. In un mondo ottimista le università avrebbero la fila fuori di ragazzini vogliosi di studiare ingegneria genetica. I giovani pessimisti vanno invece in strada a protestare contro le manipolazioni innaturali.

Riassumendo: finché si tratta di retro-look, dico ben venga. Anzi, a me piace. Insieme alle espadrillos, ai cappottini vintage e alle vernici color pastello, però, rispolveriamo anche un po’ di sana fiducia nel futuro. Senza nulla togliere ai bei tempi andati, io ne avrei davvero bisogno.