Premessa: Io non posto mai, nemmeno sul mio profilo facebook, quelle lamentele passivo-aggressive mirate ad una persona precisa che invece offendono a destra e a manca. Ricordo la volta che una conoscente scrisse nel suo status una cosa secca tipo “Brutta bastarda che ti credi? Che avere un blog faccia di te la meglio figa del quartiere?” e passai un pomeriggio ad arrovellarmi con gran contorcimenti di budella. Alla fine chiesi lumi in privato e non ero io. Ecco, non lo faccio mai. Questo post invece ci si avvicina alquanto, l’ho scritto di getto dopo un’arrabbiatura puntuale. Ma, mi sono resa conto, parla di un modo di fare che sta sempre più prendendo piede. E che a me non piace per niente.

Oggi ho raccontato questa cosa a Bio-Emma. La storia di ieri della multiculturalità e di come certe condizioni, e magari un po’ di allenamento, ti permettano di interagire con culture profondamente diverse dalla tua. Interagire positivamente, intendo.

E invece, quando stamattina raccontavo l’aneddoto a Bio-Emma, la sua amica che era lì con noi storceva il naso. Bio-Emma, preciso, gioca nella stessa lega multiculturale, avendo un fidanzato olandese che vive a Berlino il quale ha una figlia con una donna peruviana. Lei annuiva seria. L’amica no, l’amica sosteneva che questa cosa di saper funzionare in un ambiente multiculturalefosse una qualità del piffero. Lei sa fare bene i cup-cakes, diceva, e pure questa è una qualità del piffero. Stesso livello.

Ha notato il mio sguardo perplesso e ha cercato di spiegarsi meglio.

“Tu non hai un negozio?” mi ha chiesto.

“Si”.

“Ecco allora, a che ti serve tutta ‘sta multiculturalità? A chiacchierare con gli amici? Brava, sai che svolta.”

Ci sono rimasta malissimo. Solo perché non la posso monetarizzare, non vuol dire che la qualità sia intrinsecamente inutile, porcapaletta!

Ho cercato di spiegarle che, secondo me, l’abitudine a interagire con culture diverse è una marcia in più. Anche solo per guardare una commediola hollywoodiana al cinema. Riesci a contestualizzarla meglio.

“Sarà” ha risposto lei con aria di sufficienza “secondo me invece no”.

E fine della storia, non c’è stato verso. Lei si è fermata al no e lo difendeva con orgoglio. Ogni mio tentativo di spiegare perché la multiculturalità sia una cosa ottima è stato ferocemente bloccato.

“Ho un’opinione diversa dalla tua, accettalo” le sue immortali parole.

Ora, io non ho difficoltà ad accettare opinioni altrui come insindacabili, sia chiaro. Su concetti che prevedano questo margine di differenza, però. Che so, considero i film di Tarantino superiori a quelli di Rodriguez. Mi piace di più la Schertorte di Demel che quella dell’Hotel Sacher. O viceversa.

Invece noto che tantissime persone, in nome di una non meglio specificata democrazia di pensiero, si nascondono dietro all’assoluta libertà di opinione. Che c’è scritta anche nella Costituzione, per carità, ma non vuol dire che uno possa sparare tutte le cavolate che gli passano per la testa e spacciarle per opinione diversa dalla tua, accettalo.

Posso dire che non tutte le opinioni hanno lo stesso valore? Che la competenza, a volte, andrebbe riconosciuta? Per non dire – esageriamo! – apprezzata? E ve lo dice una che ha un’opinione praticamente su tutto!

Che la tua opinione su un tema, che so, religioso, ha più valore se sei laureato in storia e filosofia che non se hai visto cinque volte Il Codice Da Vinci?

Che ne sai più di terremoti se sei geologo e non fan di Beppe Grillo?

Che i tuoi consigli su questioni mediche di rimpallo da un cugino barelliere in ospedale, valgono meno di quelli dell’amico cardiologo?

Posso dirlo, si?

Che se parliamo di Fairtrade staremo qui noi due, brave e zitte, ad ascoltare con attenzione cosa ci racconta Bio-Emma. Ma se parliamo di multiculturalità sarebbe meglio che tu – che nel corso di quel quarto d’ora di conversazione hai usato tre volte la parola turco come insulto – stessi ad ascoltare noi?