Spoiler alert: nessuna sorpresa di rilievo, al massimo due righe di trama, ma questo è un post nello spirito del book club. Se non avete letto il libro risparmiatevelo tranquillamente.

Nel 2005, come molti altri, lessi il romanzo d’esordio di Khaled Hosseini Il Cacciatore d’Aquiloni. Lo trovai così così, ma non ebbi cuore di confessarlo a nessuno, nemmeno a mia mamma che me lo aveva prestato con pacato entusiasmo. Evitai comunque l’opera seconda,Mille Splendidi Soli, nonostante abbia diversi amici – o meglio, diverse amiche – che giurano e spergiurano sia meraviglioso e che si commuovono al solo ricordo.

La premessa di E l’Eco Rispose è molto accattivante: il signor Hosseini è afgano, e tanto basta a renderlo assolutamente esotico.

À la “Mr. Hosseini, racconta: hai la mia più completa attenzione.”

Una rapidissima ricerca sul frontespizio del libro, e un’occhiata a Wikipedia, mi hanno invece fatto un pochettino cadere le braccia. Hosseini è nato a Kabul, vero, ma ha lasciato l’Afghanistan alla tenera età di undici anni, per trasferirsi definitivamente negli USA a quindici. E non ha più messo piede nel suo Paese natale per più di vent’anni. Ora, suonerà spocchioso, ma dopo trent’anni di vita all’estero (me ne mancano ancora una ventina), giuro, io non avrò l’ambizione di spiegare l’Italia agli stranieri. Ma tant’è, l’Afghanistan è indubbiamente più esotico dell’Italia.

Questo E l’Eco Rispose, poi, l’ha scritto in Inglese – come del resto tutti e tre i suoi libri. A saperlo prima me lo sarei procurato in lingua originale e non in Italiano. Anche perché questo libro, perdonatemi, è tradotto molto male, tanto da farmi tristemente sospettare sia scritto male fin dal principio. Raggiunge regolarmente punte di fastidio fisico, talmente dolorose, che ho sentito l’esigenza di fare gli angolini alle pagine con i passaggi incriminati. E ora sento l’ancora più antipatica esigenza di fare qualche esempio.

Sentite questa – Pari parla di rimorso:

“Avrebbe dovuto combatterlo, ora e per il resto dei suoi giorni. Sarebbe stato come un rubinetto gocciolante al fondo della sua mente, un retro pensiero continuo.

Il corsivo è mio, ma questa baggianata, giuro, non me la sono inventata. Si trova a pagina 243.

E ancora – Markos parla della malattia di Mamá (pagina 324):

“Mamá, su mia insistenza, era stata visitata da un neurologo di Atene sei mesi prima, dopo che Thalia mi aveva detto che rovesciava gli oggetti e li lasciava cadere di continuo”.

A pagina 284 Adel si annoia:

“Posò la lattina di succo di mela sul ceppo e si esercitò a lanciare e riprendere la palla come un giocoliere. Il suo record personale era di sessantotto lanci senza lasciarla cadere per terra.”

E ‘sta cosa del giocoliere si ripete di nuovo quando la palla passa a Gholam. Una roba talmente bizzarra che, giuro, ho sfogliato le pagine a ritroso, chiedendomi se per caso non avessi capito male. Ma no, non erano numeri da majorette, non era hacky sack, era proprio un pallone da calcio! Per carità, qualcuno spieghi in fretta al traduttore che in Italiano li chiamiamo palleggi!

E l’Eco Rispose ha la pretesa di essere un romanzo corale, e questa cosa in teoria mi piace assai. Ma esagera. Esagera di brutto. Appena l’ho finito, con la storia bella fresca in testa, ho avuto la pensata di prendere una cartolina e di disegnare un piccolo grafico con i personaggi e le freccine che indicano come siano collegati fra di loro. Il secondo tentativo (incompleto), su un foglio formato A4, è quello che vedete nella foto qui sopra. Non so se ridere o piangere.

Per fare un attimo d’ordine, gli episodi si dividono in due tematiche piuttosto facili da identificare.

La prima: l’abbandono da parte di persone che mai e poi mai dovrebbero permettersi di abbandonare. A livello di sacrilegio. Vuoi per amore – Sabur che vende la figlioletta Pari, o Parwana che abbandona nel deserto la sorella Masura. Vuoi per debolezza – Idris con Roshi e Amra. O per egoismo bello e buono – Nila con Suleiman, di nuovo Nila con Pari, e ancora Madeline con Thalia.

La seconda: l’attaccamento profondissimo tra persone che sarebbero tutt’altro che obbligate. In odore di santità. Alcune molto verosimili, come Amra e Roshi, o Pari e i genitori malati; altre direi manieristiche, come Thalia e Mamá, o Nabi e Suleiman. Altre, a voler essere buoni, stiracchiate. Cioè Pari e Pari.

L’impressione generale è che Hosseini cerchi di strapparci più lacrime possibile. Sarà una mancanza mia, Sissi-Cuore-Di-Ghiaccio, ma con me ha funzionato solo una volta. L’unico capitolo che mi ha commossa è quello in cui Idris, nell’ospedale di Kabul, dopo aver conosciuto Roshi e aver ascoltato la sua storia, si commuove profondamente e si eccita all’idea di poterla aiutare. Ne è fermamente e sinceramente convinto. Una volta tornato in America, però, questo si rivela nient’altro che una bella fantasia, che s’infrange contro la vita di tutti i giorni. Contro il direttore dell’ospedale che lo liquida con un secco “non ci sono fondi”, contro il tran tran quotidiano della moglie e dei figli. E piano piano l’insistenza di Amra si trasforma in fastidio.

Ecco, con questo sono riuscita ad identificarmi, e a vergognarmi insieme ad Idris. La commozione profonda di fronte ad una tragedia inimmaginabile dall’alto della nostra patinata vita occidentale. Lo slancio sincero dell’offerta d’aiuto. Seguiti da delusione, fastidio, vergogna. La stessa vergogna che provo io quando mi ritrovo a singhiozzare di disperazione davanti ad una notizia del telegiornale. Per poi alzarmi due minuti dopo a versarmi un altro bicchiere di vino bianco ghiacciato, o dare la pappa al gatto, o farmi una bella doccia calda. La vergogna segreta del benessere.

Peccato quindi che anche questo episodio venga rovinato da un colpo di reni pseudo strappalacrime che mi è parso altamente superfluo: le tre paginette con la storia del libro di Roshi, e di come lei sia una persona talmente magnifica, da non voler mettere Idris in imbarazzo.

No, perché li avessi trascorsi io un paio di mesi in un corridoio di un ospedale da campo con mezzo cervello di fuori, e un medico americano mi prometteva di aiutarmi, per poi scaricarmi nel giro di poche settimane… non credo avrei rinunciato al piacere di sputtanarlo un po’ nel mio best-seller. Eccheccaspita.

Il mio giudizio finale – come se importasse a qualcuno – è che questo romanzo sia un tentativo malriuscito. Il groviglio groviglioso di personaggi, gli elementi pseudo-poetici che ricicciano a tutto spiano, tipo l’albero su cui Masura si rompe la schiena che ricompare come ceppo… signori! Queste trovate funzionano una volta su dieci. Su cento! O forse anche meno. E i pochi tentativi riusciti che mi vengono in mente sono solo film. Love Actually, per dire. O New York, I love You. Due dei miei film preferiti di tutti i tempi.

 

PS E l’Eco Rispose, di Khaled Hosseini sarebbe in teoria un gran bel candidato per la scatola di cartone che tengo in negozio con su scritto free books, dove infilo i libri che sono sicura non rileggerò mai. La provenienza della mia copia, invece, me lo rende troppo caro: mi è arrivato per posta qualche settimana fa, un regalo di Viola, che ci ha scritto dentro la dedica più romantica immaginabile da un’amica. E pensare che in cambio ha ricevuto tre paperback tutti ingialliti di Shopaholic! Che vergogna.