Un post su ilfattoquotidiano.it dell’altro giorno, ha fatto il giro di internet alla velocità della luce, infiammando parecchio gli spiriti degli Italiani espatriati. Non importa dove, come e perché, ma credetemi, ci siamo offesi tutti.

Per quanto mi rughi far salire le cifre social di questo articolo, bisogna pur capire di cosa sto parlando: ecco il link (e vi prego in ginocchio di tornare a leggere la mia sparata dopo averlo letto). Al momento in cui scrivo, il pezzo ha quasi quarantamila condivisioni, una è la mia, e su facebook me lo sono ritrovato più volte sotto al naso.

Il problema del pezzo è che centra in pieno un paio di bersagli giusti. Magari anche solo per motivi statistici, dato che spara a destra e a manca come un matto. È scritto con molto astio e un umorismo non troppo raffinato. Credo che il pelo sullo stomaco di chi scrive sia talmente folto che la prossima volta potrebbe prendere in giro chiunque, per qualunque cosa. Che so, le donne in crisi depressiva post-parto. O quelli cui viene da vomitare dopo la chemioterapia.

Comunque, visto che la mia arrabbiatura non accenna a diminuire, ecco la mia risposta aperta all’autore.

 

 

Caro Matteo Cavezzali,

sei per me un perfetto sconosciuto, ma cliccando sul tuo nome sul sito de Il Fatto Quotidianoapprendo che sei nato a Ravenna nel 1983 e lavori come giornalista per diverse testate cartacee e web. Sei esperto di comunicazione multimediale e di teatro, regista e drammaturgo. Nessun accenno che tu abbia vissuto, per periodi brevi o lunghi, all’estero. E questo, per uno che pontifica di espatrio, non è bene.

Inizio ovviamente dalla tua introduzione, che puzza un po’ di rosicone, ma dice una cosa vera:

“Tutto era iniziato con la fuga dei cervelli. Vi ricordate? Giovani talentuosi che andavano all’estero per dare pieno appagamento al proprio talento. Poi hanno iniziato ad andarsene pure quegli altri. Quelli normali, diciamo. Che non si sa mai, all’estero, magari ‘sti inglesi o ‘sti fiamminghi sono zucconi e ci facciamo comunque una bella figura”.

Ora, all’estro non sono tutti zucconi, e mi pare ovvio. Il tuo errore vero, invece, è quello di parlare di espatriati come se fossimo tutti uguali, solo con titoli di studio diversi. O magari – quel tuo zucconilascerebbe intendere – con livelli di intelligenza diversi. Invece la questione è trasversale, va più sotto la pelle. Si, l’espatriato medio targato 2013 è molto diverso dall’espatriato medio del 2003, o anche dall’espatriato medio del 1993. Io son venuta via dodici anni fa, ed ero già parte di unaseconda onda di espatrio. Prima, infatti, sono partiti i ricercatori, poi i super professionisti. E in Patria hanno cominciato timidamente a registrare il fenomeno. E siccome riguardava ricercatori, medici e manager dal cv spaziale, gli hanno affibbiato il brutto nome cervelli in fuga.

Poi pian piano, hanno cominciato ad andare via i laureati normali come me. E già la definizione dicervelli in fuga un pochino ci faceva ridere. Tutto ‘sto cervello, sinceramente, non me lo sono mai sentito. Qualcuno a suo tempo propose la definizione fegati in fuga, ma purtroppo non trovò seguito. Io ero una laureata in ingegneria invero normale: un 105/110 in otto anni senza infamia e senza lode, un briciolo di ricerca durante e dopo la tesi, zero esperienza in azienda, pochi piani per il futuro, ma confusi. All’estero ho trovato rapidamente lavoro prima per un’azienda italiana, per la quale obiettivamente avevo il vantaggio di essere madrelingua. Poi sono rimasta, e ho continuato a cercare e trovare lavoro sul posto. In pratica sto qui a rubare il lavoro agli austriaci. La faccenda si potrebbe infiocchettare più graziosamente di rubare il lavoro, ma la sostanza è quella. Libera circolazione di merci, capitali e persone. Thank you very much, Comunità Europea.

Ultimamente è arrivata una terza onda, quella di chi non ha una laurea e/o una qualificazione particolare. Magari solo una voglia di fare leggermente superiore alla media. Sono quelli che partono non per curiosità o spirito di avventura – come avevo fatto io e chi prima di me – ma per profonda disperazione. E la differenza è importante. Sono quelli che cercano lavoro, qualsiasi lavoro. Qui a Vienna, chissà poi perché, finiscono quasi tutti nella gastronomia. E, credimi Matteo, fanno una fatica incredibile. Una fatica che, mi si stringe il cuore, non merita questi sberleffi.

Perché vivere all’estero non è una barzelletta. Non è facile. O meglio, è molto facile sotto certi punti di vista (che so, i servizi funzionano, se perdi il lavoro lo ritrovi con relativa facilità) ma molto pesante sotto altri aspetti. La solitudine, per esempio. La lingua straniera. Il clima freddo e buio. Sono robe serie, Matteo.

Prendere in giro un Italiano all’estero perché soffre il freddo, o perché cerca la comunità italiana, è disonesto. Anche se hai ragione, stare solo tra compatrioti è pericoloso perché finisci per autoemarginarti. Ma il motivo per cui gli Italiani fanno volentieri comunella tra loro lo sai, Matteo? L’hai capito? Se non lo sai, ti prego di cliccare su questo link e di leggere il mio vecchio post. La faccenda è tutt’altro che goliardica; la faccenda ha un nome preciso, si chiama shock culturale. Sul tema filosofeggiano da decenni fior di sociologhi e psicologi. Noi lo viviamo sulla nostra pelle, Matteo, e tu? L’hai mai provato lo spaesamento che descrivo?

Da questo nasce il ritorno forzato per le feste comandate, la ricerca spasmodica della pizzeria decente, i ridicoli messaggi su facebook “dove si comprano le puntarelle a Vienna?”, “avvistato pane guttiau allo Spar della Mariahilferstraße!”, e le valigie imbottite di cibarie quando torniamo dalle vacanze. È parte del divertimento di vivere all’estero, e allo stesso tempo una misura di contenimento della malinconia. Che ci accompagna sempre.

Che il cibo all’estero faccia schifo, sinceramente, manco lo voglio commentare. Senza nulla voler togliere all’eccellenza della gastronomia nostrana, ricordo a tutti che i Sofficini van via come il pane in Italia, il Bonrol pure, e che in Patria c’è molta più scelta di merendine preconfezionate.

Altre accuse sono altrettanto ridicole, come quella del fare lavori per i quali in Italia ci vergogneremmo. Spesso infatti si comincia con un lavoro per niente qualificato – il classico lavoretto, magari proprio il lavapiatti – con lo scopo preciso di mantenersi mentre si impara la lingua. Per poi passare ad altro. O magari anche no, perché quando un lavoro (per quanto umile o poco qualificato) è pagato il giusto, non è più imbarazzante. Anzi, probabilmente ti fornisce la dignità che in Italia, tra stage non pagati e rifiuti a raffica, credevi non avresti mai raggiunto. La dignità di essere pagato il giusto per il tuo lavoro. Il miraggio dell’indipendenza economica, all’estero, non è più miraggio. Io non ci trovo niente da ridere, Matteo. Io a ‘sti ragazzi che arrivano senza parlare tedesco, che si fanno in quattro per trovare casa e lavoro, sinceramente gli darei una medaglia al valore.

Sarà anche la terza onda di espatrio, quella meno qualificata, ma non dimenticare mai che i ricercatori e i super manager/consulenti se ne sono andati via da un pezzo; che i laureati normali più curiosi e avventurosi pure; e ora se ne vanno anche quelli che hanno semplicemente più voglia di lavorare che occasioni concrete. Che non ne possono più di lamentarsi e basta. E in Italia restano solo quelli con troppi vincoli e impegni per incartare la vita in due valigie. E gli scansafatiche.

Piuttosto, Matteo, leggendo il tuo post ho avuto l’impressione che per te tutto il mondo è paese. Che tu sia convinto che nessun Paese estero sia migliore dell’Italia. Semmai peggio, ecco, dato che non abbiamo il mare, la piadina con lo squacquerone e le imponenti rovine romane. Sai che ti dico? Anche lasciando da parte statistiche su lavoro, tasse, occupazione femminile o libertà di stampa…. la prossima volta che ti fai un fine settimana da qualche parte, al posto che visitare solo il centro, sali su un tram e fatti un giro delle periferie. Fallo a Vienna, a Londra, a Stoccolma, dove vuoi. E poi dimmi se trovi baraccopoli, catapecchie mezze diroccate con i cavi penzolanti della corrente allacciati al palazzo di fianco, strade scassate con le erbacce che crescono da decenni nelle buche e cassonetti sepolti sotto montagne di spazzatura. Dimmi se vedi cani randagi in giro, macchine parcheggiate sulle rampe per i disabili, o discariche abusive. Dimmi se sui marciapiedi all’estero – quell’estero con il quale piace tanto confrontarsi, l’Europa centrale e del nord – trovi quintali di cacca di cane, venditori abusivi di merce contraffatta con accanto il poliziotto che si fuma tranquillo una sigaretta, cartelli stradali divelti, parcheggiatori abusivi. Dimmi in che stato è Pompei e confrontalo con Carnuntum, un parco archeologico vicino Vienna, le cui rovine a disposizione sono ridicolmente piccine. Prova a trovare una caspita di auto che si fermi per lasciarti attraversare sulle strisce, porcapaletta!

Perché tante storture italiane, se ci sei dentro fino al collo, manco le noti. Solo da fuori cominci ad aprire gli occhi, come un pittore che si allontana dalla tela per avere la visione d’insieme. E dopo averli aperti, ‘sti occhi, dopo aver visto, toccato con mano che la società può funzionare molto meglio, e che non è manco tanto difficile… ecco, appena torni in Italia lo vuoi assolutamente raccontare agli amici! Perché in Italia nessuno si sorprende che Berlusconi sia ancora lì a fare il bello e il cattivo tempo. All’estero, giuro, le pratiche sessuali di Berlusconi non sono mica tanto facili da spiegare.

Ecco, Matteo, se hai cercato di fare lo spiritoso, era un tentativo maldestro. Se eri serio, hai toppato clamorosamente. E ci hai fatto tanto arrabbiare. Se mai passerai per Vienna, ti prego, contattami – ti aspetto per un giro di tram chiarificatore.

xxxMonica

 

Il giorno dopo è stata pubblicata su Il Fatto Quotidiano una sorta di risposta di un blogger italiano che vive da anni all’estero. È molto condivisibile, anzi, avrei potuto scriverla io. E butta anche sul tavolo del discorso temi che a un non espatriato, probabilmente, gli passano accanto fischiando. La storia che la bicicletta è ecologica, per esempio… che il gusto per l’ecologia si acquisisce (o si rafforza parecchio) stando in Paesi come la Germania o l’Austria. O quella tirata sull’amicizia – mi si sono inumiditi gli occhi. Un sentimento che appartiene a tutti gli emigranti, e anche, a pensarci, a tutte le culture in cui crescendo non si rimane necessariamente nei paraggi di mamma e papà. Insomma, Friends l’abbiamo visto tutti, no? La risposta di D’Addio, purtroppo, pecca dello stesso peccato – cioè di buttare tutti gli Italiani all’estero nello stesso mescolone, mentre invece ho l’impressione che parli per me, e per quelli simili a me. Ma non siamo tutti uguali.

Anche senza ripetere la storia delle ondate, io non ho niente in comune con quegli expat di multinazionale che – per rubare le parole di un amico – per definizione considerano ogni luogo come temporaneo, parcheggiati d’oro di aziende statali/parastatali, uomini a caccia solo di grande divertimento. O certe zone d’ombra (penso alla comunità italiana a Mombasa) che non ci fanno per niente onore.

Ecco, gli Italiani all’estero non sono tutti onesti, non sono tutti moralmente ineccepibili, non sono tutti api operose. Come anche gli Italiani in Italia non sono tutti ladri. Credo che la percentuale sia abbastanza simile nei due casi, e che magari in Italia… com’era il proverbio… quello del ladro e dell’occasione?