Quando ero giovane, intorno ai vent’anni intendo, amavo molto i giochi di ruolo. Detesto confermare i cliché – d-e-t-e-s-t-o – ma in questo caso posso solo ammettere umilmente: la maggior parte dei miei amici studiavano robe tecniche e l’accoppiata studente di ingegneria/giochi di ruolo è una triste verità.

Eravamo sei o sette persone, quasi sempre le stesse, ad incontrarci intorno ad un tavolo la sera tardi. Un gruppo abbastanza rodato, tutti grandi amici, e praticamente tutti maschi. Eddaje col cliché.

Ieri sera – poi capirete perché – mi è tornato in mente un episodio buffo capitato allora. Ha a che fare con quei momenti magici in cui riusciamo a leggere i pensieri degli altri, ad interpretare le loro emozioni. In genere capita quando l’interessato è leggermente distratto da altro, e non riesce a nascondere le emozioni che prova. Sovrappensiero o molto stanco, ecco.

Ai tempi dei giochi di ruolo, intorno al tavolo capitava ogni tanto un amico comune, che, ancora più raramente, si portava dietro Rosa, la sua ragazza. La sera in questione, ho dimenticato come mai, eravamo la solita banda: sei maschi, io, più Rosa, eccezionalmente sola. I maschietti erano tutti abbastanza distratti.

Questa Rosa, bisogna capire, era una ragazza di una bellezza incredibile. Bionda con i capelli lunghi tagliati á la Brigitte Bardot, due labbra carnose che innervosivano un attimo anche me, una figura perfetta, e una rosa tatuata sulla spalla destra. Dovete tener presente che l’aneddoto risale ai primi anni ’90: e mentre oggi un tatuaggino-ino non si può davvero negare a nessuno, all’epoca una ragazza con un tatuaggio era un roba piuttosto audace. Quasi pruriginosa.

Per Rosa era la prima volta in cui giocava ad un gioco di ruolo, dato che normalmente si limitava ad osservate il fidanzato. E non aveva ben capito in cosa consistesse.

Ad un certo punto, durante il gioco, il personaggio di Rosa si trovò solo di fronte alla guardia nei corridoi di una prigione in cui era segregato il personaggio da liberare. Non commentiamo vah. I ragazzi del gruppo, che non riuscivano ad ignorare manco per mezzo secondo che Rosa era una sventola da paura, le consigliarono di provare a sedurre la guardia.

“Sedurre? E che dovrei fare?” chiese Rosa perplessa.

“Mah, digli qualcosa di sensuale. Magari spogliati un pochino” consigliò Riccardo, che evidentemente aveva già tutta una sceneggiatura in testa.

Rosa si paralizzò interdetta.

“Spogliarmi?”

I ragazzi la incalzarono.

“Si dai, magari apri un poco la camicetta!”

Rosa si guardò intorno perplessa. Gli sguardi dei ragazzi erano limpidi e innocenti, senza ombra di malizia. E lei cominciò a tentennare. Addirittura si aggiustò la maglietta e scoprì di poco una spalla guardandosi in giro. Si intravedeva la spallina di un reggiseno nero e un’idea di rosa tatuata.

“Mah, non sono sicura…”

“Dai, dai, che c’è di male?”

“Non l’ho mai fatto, ecco… forse… perché no…”

A quel punto Gianmarco, che era forse quello più ingegnere di tutti, e piano piano si iniziava a scocciare di questo teatrino, sbottò:

“Ma quante storie per raccontare che il tuo personaggio si spoglia, manco dovessi farlo davvero!”

Rosa girò la testa di scatto verso Gianmarco.

Per finta? Devo solo raccontarlo? Ahh, ecco, allora certo, mi spoglio subito tutta!”

In quel preciso momento ebbi la provvidenziale pensata di dare un’occhiata intorno al tavolo, di osservate i visi dei ragazzi presenti.

Ecco le emozioni che lessi in rapidissima successione:

  • Leggerissima irritazione. Traduzione: “questa tipa sarà pure figa ma ci tiene qui tutta la notte per ‘sta boiata”
  • Divertimento. Trad: “hahaha, che scema, credeva di doversi spogliare davvero!”
  • Illuminazione. Trad: “ma… ma allora… si voleva spogliare! E si stava per spogliare davvero!!”
  • Delusione cocente. Trad: “Gianmarco l’ha fermata un picosecondo prima che si sfilasse davvero la maglietta!”

All’unisono girarono tutti la testa verso Gianmarco, se le occhiate potessero uccidere, Gianmarco ci sarebbe rimasto morto stecchito, volatilizzato in uno sbuffo di polvere. Invece, imbarazzatissimo, si limitò a chinare lo sguardo mortificato. Rosa non si accorse di nulla.

Ieri sera eravamo nello studio del Fidanzato Asburgico che ascoltavamo musica.

Io spaparanzata sul divano, il Fidanzato Asburgico imbozzolato nella poltrona a fagiolo, uno di quei sacconi pieni di palline di polistirolo, che quando ti ci siedi dentro praticamente ti ingoiano. Dalle casse del computer esce Adele, 19, il suo debutto. Un album che sono giorni, mesi, che gli chiedo si suonarmi.

Improvvisamente il volume diventa altissimo. E non era stato il gatto.

Il Fidanzato Asburgico non si scompone.

“Non riesco ad alzarmi, potresti andare tu ad abbassare e magari dare la pappa al gatto?”

Io non è che me la sia presa, ma avevo comunque da rimostrare.

“Ah beh, aspetto di ascoltare ‘sto disco da settimane, mi dispiace perderne anche pochi secondi. Facciamo così, il volume lo abbassi tu, ma prima metti in pausa. Nel frattempo io mi alzo, vado in giardino, raccatto i bicchieri di vino bianco, i pistacchi, i cuscini delle sdraio che tra poco scoppia un temporale coi fiocchi, e do pure la pappa al gatto.

Il Fidanzato Asburgico pare soddisfatto da questa proposta, si srotola con fatica dal fagiolo e mette in pausa.

Non sono riuscita a trattenermi:

“Ma grazie! Certo che sarebbe stato un attimo più elegante offrirti di fare tu il giro in giardino, mentre io continuo ad ascoltare Adele!”

Il Fidanzato Asburgico, finora vagamente soprappensiero, gira il viso verso di me e mi lascia generosamente leggergli i pensieri in faccia.

  • Illuminazione
  • Contrariazione
  • Sorrisone.

E senza proferir parola parte in quarta direzione giardino.

Adoro questi momenti di serendipity, quando improvvisamente capisci qualcosa che fino a pochi secondi prima ti pareva assolutamente indecifrabile.

Traduzione: “Ah! Vero! Sarebbe stato molto, ma molto più elegante offrirmi! Ma come ho fatto a non penarci io? A non venirci su da solo? Magari se vado abbastanza in fretta riesco ancora a farla contenta…” (Nota: il Fidanzato Asburgico mi ha confermato in pieno questa interpretazione).

Per la serie Così funziona il cervello maschile. Sono molto soddisfatta.

Rimane purtroppo ancora senza risposta una sola domanda. La domanda vera, intendo:

Perché non ci vengono su da soli?