La conoscete, si, la pubblicità di quella macchinetta per fare il tè con le capsule con il nome che consiste in una sola consonante? Pare sia la novità dell’anno, forse del secolo. In quella pubblicità ci fanno vedere mondi esotici, fantastici, e una tipa che si gode la tazza di tè in beatissima solitudine. Giusto, bere una tazza di tè è un piccolo rituale.

(Ci tengo a chiarire che la sua antenata, cioè la macchinetta per fare il caffè con le capsule colorate, ce l’ho anch’io a casa e pure in negozio. Sono una fan, insomma.)

Sapete cosa penso ogni volta che vedo quella pubblicità lì? Della macchinetta per il tè? Ufficio complicazione faccende semplici.

No, pensiamoci un attimo: perché cambiare il rituale del tè monoporzione? Il quale – ricordo – esiste già. Per la precisione in bustina. Che è un compromesso, per carità, ma ha il giusto rapporto qualità (che il tè in foglia è meglio, non ci piove) e prezzo (che il tè in foglia costa di più). Il rituale di preparare il tè rimane invece intatto. Un pochino cheap magari, tu da sola con la tua tazza e la bustina, ma mica possiamo sempre organizzare occasioni conviviali per fare una pausa dal computer, giusto? Il rituale, dicevo. Scegliere il tè, scaldare l’acqua, immergerci la bustina. Osservare l’infusione propagarsi in spirali fumose nell’acqua bollente. Inspirarne il profumo. Aspettare qualche secondo.

Nelle giornate particolarmente dure penso sempre che su questi momenti veglia la dea delle piccole cose.

Davvero ci sono faccende nella vita già perfette. Non vale la pena metterle in questione, girarci intorno, escogitare soluzioni diverse. La larghezza di una forchetta. La lunghezza di una matita nuova. La forma di un ombrello. I Dr. Martens (ed era un po’ che non li nominavo).

E la bustina del tè. Davvero, appostoccosì.