Di risotto e voto all’estero

Nelle ultime settimane il tema voto dall’estero non mi ha dato tregua. La mia granitica convinzione, che sia sbagliato votare dall’estero per un governo che non mi governerà, è stata minata da più parti. Tanto che avevo addirittura sforbiciato via il tagliando elettorale dalla lettera del Consolato, e me l’ero infilato in borsa insieme alle schede elettorali con le crocine fatte, pronta per la prima casella della posta che mi fosse capitata sotto al naso.

Specialmente due argomenti mi avevano provocato leggeri mal di pancia.

Il primo: il mio rifiuto di votare dall’estero non darà più peso al voto in Italia, ma lascerà decidere agli Italiani residenti all’estero chi eleggere nella mia circoscrizione. Mi ci sono voluti un paio di giorni per cestinare definitivamente questa critica come un “tecnicismo”.

Il secondo: l’Italia fornisce anche servizi ai residenti all’estero, Ambasciata, Consolato, Istituto di Cultura. E un aspetto fondamentale è il (non esistente) sostegno all’educazione italiana all’estero. L’esempio virtuoso è quello dei Lycée Français, che permettono l’educazione perfettamente bilingue e con i programmi ministeriali dalle elementari fino alla maturità. E tante famiglie italiane o mezze italiane in giro per il mondo ne sentono davvero la mancanza. Non ci avevo pensato, causa evidente mancanza di prole. Qui ci sono voluti più di un paio di giorni per elucubrare, ma sono rimasta dell’idea che sarebbe più sensato votare dove si pagano le tasse.

Tanto che, all’inizio della settimana scorsa, quando mi è capitata sott’occhio una bella ricettina, frugando nella borsa in cerca di un pezzo di carta su cui copiarla, in mancanza di meglio, ho finito per scarabocchairla sul retro del mio tagliando elettorale. Gli ultimi tentennamenti nulla hanno potuto di fronte alla promessa di un risotto gamberi e champagne.

Per S. Valentino il Fidanzato Asburgico ed io – che di solito festeggiamo molto privatamente – avevamo un programma gastronomico di tutto rispetto: il suddetto risotto, accompagnato dalla suddetta bevanda, insalatina mista con pollo arrosto e caprino tiepido, seadas sarda.

Nel pomeriggio sono quindi corsa al supermercato dietro l’angolo, che per fortuna è uno dei meglio forniti di Vienna, ed ho comprato gli ingredienti che mi mancavano, i gamberoni, l’insalata, il miele di corbezzolo (mica tanto scontato persino al Merkur sulla Marihilferstrasße) e lo champagne. Ancora non ero tornata in negozio che il Fidanzato Asburgico mi aveva comunicato di avere da lavorare per tutta la sera e buona parte della notte. Grande invenzione questa delle start-up.

Comunque non era la prima volta, e mi ha lasciata fresca come un quarto di pollo. In televisione c’era una maratona di vecchi episodi di Law & Order, io e il gatto ci saremmo arrangiate. Solo, ho rivisto un attimo il menù, che star lì a spignattare due ore, per poi servirgli il tutto in una ciotola da cereali con il cucchiaio, in modo che lui possa mangiare mentre lavora davanti al computer mi pareva un attimo eccessivo. La cenetta romantica è stata ridimensionata prima a due calzoni ripieni di peperoni e formaggio di capra, da mangiare con le mani, cotti in padella. Più tardi il ridimensionamento è precipitato ancora più in basso: sushi a portar via. E un brindisino con un goccio di champagne, vah, buon S. Valentino!

Sabato il risotto era diventato una roba decisamente urgente, che i gamberoni erano lì in frigo che aspettavano e cominciavano a diventare impazienti. Ho dato una rapida occhiata in frigo per essere sicura di avere ancora tutti gli ingredienti, sono corsa al supermercato a ricomprare il burro e in un impeto di raffinatezza ho preso anche una ciotola di scalogni minuscoli. Verso le sette di sera mi sono messa al lavoro.

La ricetta che tanto mi aveva entusiasmata recitava:

“Pulite e sgusciate i gamberi, mettere i resti in un pentolino con lo scalogno e preparate il brodo per la cottura del risotto”.

Mi sono guardata intorno. Un’occasione più unica che rara: cucina linda e pinta, gamberi (quasi) freschi, scalogno… stasera faccio le cose per bene – mi sono detta – al posto del solito brodo di dado, lo preparo davvero da zero.

Ho messo sul fuoco il pentolino, acqua, gusci dei gamberi, scalogno, e pure un paio di rametti di prezzemolo – l’ultimo per motivi puramente estetici. Era talmente carino che ho voluto fotografarlo per poi postare l’immagine sul mio gruppo gastro-letterario su fb. Ero sicura di fare un figurone.

Mentre il brodo sobbolliva ho affettato una manciata dei miei scalognini dei puffi, pesato il riso, tagliuzzato una manciata di prezzemolo per guarnire e tritato tutti i gamberoni meno quattro di decorazione. Ho poi cominciato a far appassire le cipolle nel burro.

Mi sentivo davvero una cuoca sopraffina. Brodo fatto in casa e scalogno! Povera illusa.

Dopo una mezz’oretta, lo scalogno era appassito perfettamente, ho aggiunto il riso a tostare. Ho poi assaggiato il brodo, che nel frattempo spandeva un profumino paradisiaco in cucina e soggiorno. Mentre mi portavo alle labbra il cucchiaio pensavo “una roba meravigliosa, vale proprio la pena preparare il brodo vero”!

In pratica il profumo era da urlo, il sapore era invece acqua di rubinetto. Ho cominciato a preoccuparmi. Avevo però visto che un paio di amici erano online e già applaudivano al mio brodo di pesce, per cui ho pensato bene di postare la domanda online, sotto alla foto del mio elegantissimo pentolino:

“Qualcuno sa per quanto tempo deve bollire ‘sto brodo?”

Johnathan Harker è stato velocissimo a rispondere:

“Ore!”

(Qui ho risposto con una parolaccia, che non mi pare il caso di ripetere).

Viola ci ha messo il carico da undici:

“Il brodo più bolle più e buono. Sabato prossimo è pronto”.

Mi è salito un leggerissimo attacco di panico. Ho cominciato a frugare nei cassetti della dispensa. In un angolo ho scovato un barattolino di brodo di pesce granulare, era scaduto nel 2011.

“Vado?” ho postato sotto alla foto.

Senza nemmeno aspettare una risposta sono andata. Ho aggiunto una cucchiaiata di polvere all’acqua e pensato che il Fidanzato Asburgico non si sarebbe manco accorto della differenza. Anche perché avevo già cominciato a cuocere il trito di gamberi con uno spicchio d’aglio, non c’era più tempo da perdere in elegantissime disquisizioni sul brodo.

Ho aperto il frigo e tirato fuori la bottiglia di champagne. Con l’altra mano ho controllato su fb, bene, i miei amici mi avevano prontamente perdonata e acclamavano al brodo di dado.

La bottiglia di champagne era vuota. (Leggi: il Fidanzato Asburgico ed io, giovedì, ce l’eravamo scolata tutta e l’avevamo rimessa in frigo così).

Il panico si è sciolto in un attimo e mentre coprivo il riso di vino bianco ho cominciato a sghignazzare. Alla faccia dell’eleganza, alla faccia dello scalogno, delle mazzancolle da papponi che ci concediamo una volta l’anno, alla faccia dei gusci, a anche alla faccia del mio tagliando elettorale! Son troppo prosaica io per ‘ste robe qui.

 

EPILOGO: Il risotto è venuto fuori una meraviglia, l’ho fotografato e postato nel gruppo. Tripudio, giubilo, esultanza – la foto è oggettivamente una cannonata. Mentre il Fidanzato Asburgico si infilava in bocca l’ultima forchettata gliel’ho fatta vedere:

“Wow, bellissimo! Sarebbe piaciuto anche a me mangiarlo!”

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